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Massimo Parolini: «L’Ora di Pascoli» - Di Daniela Larentis

Il poemetto bilingue, omaggio al famoso poeta di San Mauro di Romagna, svela il miracolo divino della ricomposizione del nido nella notte di San Martino – L’intervista

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Pietro Verdini, Visione spaziale.
 
«L’Ora di Pascoli / The Hour of Pascoli» di Massimo Parolini, è uno straordinario poemetto intimista, in edizione bilingue, con traduzione inglese di Francesca Diano, omaggio al celeberrimo poeta nato a San Mauro di Romagna nel 1855, il quale aveva un forte attaccamento verso la propria famiglia e cercava rifugio entro le pareti del nido; l’autore del poemetto, attraverso la bellezza dei versi, suoi e del poeta che lo ha ispirato, svela magistralmente al lettore il miracolo divino della ricomposizione del nido familiare, nella notte di San Martino.
Pubblicato da FaraEditore (2020) e impreziosito dalle meravigliose illustrazioni dell’artista Pietro Verdini, verrà presentato nel 2021 a Trento e in altre città italiane; ne daremo certamente notizia, purtroppo a causa dell’emergenza coronavirus non è ancora possibile comunicare una data precisa.
 
Sottolinea Alice Concetti, docente dell’Università degli Studi di Firenze, nell’esaustiva prefazione: «Nasce da lontano l’attitudine poetica di Massimo Parolini, così come lontana è la sua appartenenza geografica: lontana dal luogo pascoliano per definizione, la Romagna, e lontana soprattutto dal luogo di elezione in Toscana, il luogo scelto da Pascoli come sua vera e definitiva dimora, cioè Castelvecchio di Barga in Garfagnana.
Pascoli l’ha conosciuto sui banchi di scuola, come tutti gli italiani, che, anche senza saperlo e anche a prescindere dalle strade prese da adulti, continuano a portare dentro qualcosa dell’unico poeta davvero nazionalpopolare che la nostra tradizione letteraria conosca.
E la passione si perfeziona e si approfondisce quando Parolini passa dall’altra parte della barricata, diventando a sua volta insegnante, incaricato quindi di trasmettere e perpetuare il verbo pascoliano presso nuove generazioni di studenti.
 
Il caso di Parolini è uno dei rari e felici casi in cui la passione non si arresta a uno stadio di mera contemplazione o solitaria e autoreferenziale lettura nel silenzio della propria «cameretta», ma si trasforma in attività creatrice, come le talee che, pur trapiantate in altri luoghi, riproducono i fiori della pianta madre e danno vita a nuovi esemplari.
Come Dante aveva fatto con Virgilio, anche lui potrebbe vantare come credenziali davanti al suo magister Pascoli la formula del grande amore e del lungo studio.
Amore e studio che si sono alimentati a vicenda, e che si concretizzano sulla pagina attraverso una scelta poetica che rifugge dall’intimismo dilagante in tanta poesia contemporanea, ma lascia la scena, ancora una volta, a Pascoli.
Pascoli ha donato l’ispirazione a Parolini, e Parolini lo ricambia con generosità e riconoscenza rendendolo protagonista della sua scrittura, che si sostanzia, con rispetto e devozione, proprio della scrittura del maestro: «nel poemetto di Parolini i versi, quasi in un’operazione centonaria, incastonano i versi pascoliani, e come i castoni fanno con le pietre preziose, svolgono una funzione di servizio, facendoli brillare di un’antica e sempre nuova luce […].»
 
Massimo Parolini, L'Ora di Pascoli
The Hour of Pascoli, Fara Editore.

 
Prima di passare all’intervista, alcune note biografiche su Massimo Parolini (vincitore di importanti premi, a Trento è molto conosciuto, fra l’altro è fra i promotori del Premio di Poesia Città di Trento – Oltre le mura).
Nato a Castelfranco Veneto (TV) nel 1967, si è laureato in Filosofia presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia con una tesi su La coscienza di Zeno; è stato addetto stampa del Centro Universitario Teatrale (CUT) di Venezia (fondato su iniziativa di Giorgio Gaber) per il quale ha scritto e rappresentato le commedie Il me dico della peste e Svevo e Joyce.
Con la Casa Editrice Editoria Universitaria ha pubblicato un libro di poesie sulla guerra nella ex Jugoslavia – Non più martire in assenza d’ali – che ha vinto un Premio Speciale al Concorso Internazionale di Poesia «San Marco-Città di Venezia».
Dal 1995 si è trasferito a Trento. Come giornalista ha collaborato dal 1997 alle pagine culturali dei quotidiani Alto Adige, Adige, Corriere del Trentino, Didascalie e L’Adigetto.it.
 
Dal 1997 è insegnante di italiano e storia presso le scuole superiori del Trentino. Attualmente insegnante di ruolo presso il liceo artistico Vittoria di Trento.
Da alcuni anni è curatore di mostre di artisti trentini del Novecento. Nel 2015 ha pubblicato la raccolta La via cava (LietoColle) che ha vinto nel 2016 il primo premio del Concorso di poesia Nestore (Savona) e nel 2017 il secondo premio del Giovanni Pascoli - L’Ora di Barga. Sempre con Lieto Colle ha pubblicato (2018) il poemetto #(non)piove, dedicato a una giornata di rinascita di D’Annunzio e della Duse ai giorni nostri.
Di recente è stato selezionato (sezione inediti) al Premio Pagliarani con il poemetto L’ora di Pascoli, e si è classificato secondo al Concorso Narrapoetando con la raccolta di racconti Cerette (Fara 2020).
Abbiamo avuto il piacere di incontrarlo e di porgergli alcune domande.
 

Pietro Verdini, Casa di Barga ©.
 
Potrebbe brevemente raccontarci quando è nata l’idea di scrivere «L’Ora di Pascoli / The Hour of Pascoli»?
«Con la raccolta La via Cava ho vinto nel 2017 il secondo premio del Concorso di poesia Giovanni Pascoli - L’Ora di Barga, nell’occasione della premiazione ho avuto modo di visitare il museo. Maria ha mantenuto tutto come era alla morte del fratello, avvenuta nel 1912.
«Durante la visita ho potuto percepire la grande energia che sprigiona quel luogo, le vibrazioni degli oggetti della casa, diventata museo ministeriale, come la macchina da scrivere, il collare del cane ecc.: tra quelle pareti tutto vibra di energia.
«Quando sono tornato in albergo, dopo la visita guidata, ispirato dall’esperienza appena vissuta, ho iniziato subito a scrivere i primi versi. Nel testo, tutta la parte in corsivo è tratta da sue raccolte, sono i versi di Giovanni Pascoli, le cuciture non in corsivo sono scritte da me: immagino che nella notte di San Martino, per un evento miracoloso, il nido dei vivi e dei morti, finalmente, si ricomponga a Barga e lui e la sorella Maria, che ha vissuto là con lui 17 anni, accolgano i dispersi, i genitori, tutti i fratelli, consumando un pasto assieme, mangiando i passatelli in brodo, cibo di antica tradizione, nata nelle case contadine dell’Emilia-Romagna. Quel ritrovarsi rinvia un po’ a una poesia di Pascoli, La tovaglia…»
 

Pietro Verdini, Il Dono ©.
 
Come avviene questo «miracolo»?
«Cito due fratelli; uno è Falino, Raffaele, con il quale Giovanni ha frequentato il collegio a Urbino, assieme hanno patito anche la fame, erano indivisibili. Esiste un corposo epistolario, tenuto segreto per 50 anni, che Alice Cencetti, la docente universitaria che ha scritto la prefazione del poemetto, ha potuto studiare, pubblicandone poi un libro, il carteggio di Giovanni con Raffaele.
«Ne esce la figura di un Pascoli complesso e in gran parte inedito. La tovaglia, che fa parte dei Canti di Castelvecchio, è una poesia davvero bellissima. Secondo una vecchia tradizione romagnola, se si lascia apparecchiata la tavola durante la notte arrivano i morti; la bambina di cui parla il Pascoli è la sorella Maria, lei ne ha paura e viene esortata a fare in fretta, le dicevano: Bada, che vengono i morti! i tristi, i pallidi morti!. Tuttavia, ora che si è fatta grande, rassetta, pulisce, fa da mangiare, e lascia appositamente gli avanzi di cibo sulla tavola, perché spera che i propri morti entrino per ricomporre il nido dei morti e dei vivi.
«Sono partito da questa bellissima poesia e ho fatto sì che il miracolo avvenga, grazie anche a Giovanni ma soprattutto al fratello negletto. La sua era una famiglia numerosa, lui ha una fanciullezza segnata dai continui lutti familiari; fra i fratelli c’era appunto Giuseppe, ignorato, una figura che emerge dalle lettere citate, era la pecora nera di famiglia, considerato un delatore, un reietto, però era anche un inventore: sembra peraltro che abbia inventato una delle più diffuse cassette postali.
«Io immagino che il nido si ricomponga grazie a lui, è il figliol prodigo che permette che avvenga il miracolo divino, quel ritrovarsi è in fondo un riappacificarsi.»
 

Pietro Verdini, L'Ora di Pascoli ©.
 
Come mai ha scelto proprio lui per compiere «il miracolo»?
«Ho letto le lettere, assumendo una prospettiva cristiana ho voluto toccare il tema del perdono, è stato bello immaginare la scena dell’abbraccio di Giuseppe con i genitori e i fratelli, mettendo in scena la ricomposizione del nido. E lui, rivolgendosi nella finzione al caro fratello Giovanni, gli dice che i suoi versi non posano nello spazio universo, sono in viaggio e commuovono, come foglie e farfalle, fra onde chiare e onde scure in ammassi galassie”; lui è vicino agli scienziati: a Padre Ernetti Pellegrino, monaco benedettino, esperto di musica antica ed appassionato di fisica ed elettronica; al matematico e filosofo Turing, considerato uno dei padri dell’informatica, ai fisici Ettore Majorana ed Enrico Fermi, agli amici alemanni, fra cui Einstein ecc., i quali, innamorati di questi fonemi, e conoscendo la storia di casa Pascoli, per compassione decidono di fare un dono: il miracolo divino avviene attraverso l’intercessione di questi grandi personaggi, santi-scienziati, si genera un flusso divino che permette al nido di ricomporsi nella notte di San Martino, è l’estate, fredda, dei morti, flusso che ridona per una notte al nido la possibilità di ritrovarsi e riappacificarsi.»
 

Pietro Verdini, Nuovo giorno ©.
 
Giovanni Pascoli è uno dei poeti conosciuti sui banchi di scuola fin dalla tenera età. C’è anche un Pascoli poco conosciuto che lei svela attraverso il poemetto…
«C’è un Pascoli che purtroppo a scuola non si studia, non si trova sui manuali, è un Pascoli con un forte interesse per l’astronomia, affascinato dall’universo. Poche delle poesie che solitamente si studiano a scuola affrontano questa tematica, una di queste è il X agosto, in cui c’è il cielo che si china e piange (E tu, Cielo, dall’alto dei mondi sereni, infinito, immortale, oh! d’un pianto di stelle lo inondi quest’atomo opaco del Male!), ma quando si pensa a questa poesia si pensa unicamente alla tragica morte del padre, avvenuta il 10 agosto 1867.
«La Vertigine appartiene a un ciclo di Poemetti che propongono una visuale cosmica della condizione dell’uomo sulla Terra, sono poesie astronomiche, in cui traspare il suo interesse per la fisica spaziale, in cui lui amava perdersi nello spazio.
«Crescendo, è quindi possibile dare un’altra lettura più profonda delle sue opere, staccandosi dal mondo poetico pascoliano entrato nell’immaginario collettivo, un po’ stereotipato. Le poesie più studiate a scuola sono tratte da Myricae, qualcuna dai Canti di Castelvecchio. Io ai miei studenti propongo per esempio anche Italy, un poemetto dedicato agli emigranti italiani, ad alcuni emigranti toscani della Garfagnana che vengono dagli Stati Uniti in visita al loro paese natale per poi ritornare in Nord America.
«La produzione poetica del Pascoli è molto vasta, se quindi da un lato rinvia alle piccole cose, al nido, alla campagna ecc., una parte di essa svela l’erranza spaziale, quel perdersi in una dimensione spaziale poco conosciuta.»
 

Pietro Verdini, S. Cristoforo ©.
 
Una curiosità: lei ha dedicato a Mario Luzi, un protagonista autorevole del panorama letterario italiano, una toccante poesia nella raccolta «La via Cava». Potrebbe condividere un ricordo legato al vostro incontro?
«Quando venne Luzi a Trento, nel 2000, io collaboravo con l’Adige. Avrei dovuto intervistarlo, lui era molto stanco, perso in pensieri profondi; lo accompagnai a visitare l’antica basilica paleocristiana, a un certo punto, però, sentii che farlo sarebbe stata una sorta di mercificazione, intuii che dovevo fare un passo indietro e rinunciare.
«Non scrissi l’articolo, ma gli dedicai una poesia dal titolo L’intervista mancata; come recitano gli ultimi versi «e lo lasciai solo, salutandolo, senza interviste, a squadrare l’invisibile». In occasione della sua visita in città, gli venne chiesto cosa avrebbe dovuto portare con sé un giovane, entrando nel nuovo millennio, e lui indicò alcune cose da infilare nello zaino.
«Al termine del discorso una sua frase mi colpì particolarmente: parlava molto lentamente, era molto affaticato, disse che nel terzo millennio le persone ci sarebbero sembrate umane, ma non lo sarebbero state.»
 
Tornando a «L’Ora di Pascoli / The Hour of Pascoli», dove le piacerebbe presentarlo?
«A Trento, all’ associazione culturale Antonio Rosmini, ma anche in altre città significative: innanzitutto a Urbino, dove Giovanni Pascoli ha studiato; a Matera, dove ha insegnato la prima volta e ha donato i suoi libri per creare la biblioteca; a Livorno, dove ha insegnato per anni; a Bologna, dove ha ottenuto la cattedra, a Barga, a San Mauro.»

Daniela Larentis – d.larentis@ladigetto.it

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