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Marc Augé, «Piccole felicità. Malgrado tutto...» – Di Daniela Larentis

Nel saggio, il noto etnologo francese parla di felicità, mettendo al centro della sua riflessione il tema dell’incontro nella società contemporanea

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Central Park, New York.

Nel volume fresco di stampa dal titolo «Piccole felicità. Malgrado tutto…», edito da Castelvecchi (giugno 2020), Marc Augé parla di felicità, interrogandosi sui rapporti fra identità e alterità e mettendo al centro della sua riflessione il tema dell’incontro nel mondo contemporaneo (la traduzione è di Cristina Guarnieri).
Il saggio è impreziosito da una prefazione di Paolo Quintili, il quale evidenzia come il non-luogo di Augé sia un luogo spogliato di storia, di memoria, di cultura, un luogo eminentemente «mobile», si pensi ai centri commerciali, agli aeroporti, alle stazioni di servizio, ecc.
Marc Augé è un etnologo di fama mondiale. La sua è un’antropologia del quotidiano basata sul concetto del «non-luogo», uno spazio che ha la caratteristica di non essere storico, identitario e relazionale.

È tra i pensatori più importanti dell’antropologia contemporanea, conta al suo attivo numerose pubblicazioni, fra queste ne citiamo un paio: «Prendere tempo. Un’utopia dell’educazione» edito da Castelvecchi (2016) e «Migrazioni» edito dalla stessa casa editrice (2018).
Fra i molti volumi pubblicati, ne ricordiamo un altro uscito nel 2017 dal titolo «Momenti di felicità», edito da Cortina Raffaello, nel quale esplora le condizioni in cui traggono origine gli stati di benessere soggettivo, momenti di piacere che giungono improvvisi, si tratta di impressioni fugaci come leggere un libro, ammirare un paesaggio, osservare un viso, istanti di felicità alla portata di tutti, indipendentemente dal sesso e dalla cultura di appartenenza.
 
L’antropologo, nel libro «Piccole felicità. Malgrado tutto…», tocca nuovamente il tema della felicità affrontandolo da un’angolazione diversa, quella di «un’antropologia dello spazio fisico dell’esistenza umana». Paolo Quintili, individuando il nucleo filosofico profondo del discorso antropologico che Marc Augé espone nel saggio – detto con le sue stesse parole – spiega come l’autore ci metta di fronte a «una nuova categoria onto-antropologica dell’essere umano contemporaneo che è quella dell’«eterotopia», concetto peraltro già utilizzato - fa notare, - in altri contesti, da Michel Foucault […]».
Scrive: «L’antropologia di Marc Augé qui è un’antropologia dell’Altrove, dell’Ailleurs» […].» L’altrove diventa quindi il luogo vero e proprio (o il non-luogo) dell’uomo.
L’antropologia contemporanea, osserva inoltre in un successivo passo del suo intervento, si confronta al mondo virtuale, quello di internet e dei social network, uno spazio che ci dà l’illusione di essere un vero «altro mondo» (Marc Augé tratta l’argomento anche in altre pubblicazioni).
Scrive: «Io non credo, come non lo crede Marc Augé, che questo sia un vero mondo, che possa avere una sua autosufficienza, il mondo di internet e di Facebook. L’unico mondo possibile è quello dell’incontro, dell’interazione, dello sguardo, che si colloca in uno spazio e in un tempo dati […].»


Piazza Monastiraki, Atene.
 
Augé sostiene peraltro che occorre «ridare la parola al paesaggio», un luogo dove concretamente è possibile collocare una forma di felicità, in quanto, come viene ricordato, i paesaggi sono costruiti dal nostro essere continuamente in movimento e in relazione con gli altri. 
Lui non crede «nella realtà degli spazi virtuali», osserva Quintili; egli già in Prendere tempo afferma che internet, pur essendo uno strumento formidabile, «serve a chi già conosce qualcosa, ma non insegna a sapere».
A proposito delle relazioni nate in rete, Augé le ritiene «più che altro delle promesse di relazioni», «somigliano a quei messaggi lanciati come bottiglie nel mare sulle rubriche di alcuni giornali».
Nella nostra società, spiega l’antropologo, ci viene propinata una felicità illusoria prefabbricata, viaggi, vacanze, promesse di eterna giovinezza, ecc.
La televisione, cita esemplificando, crea l’illusione in chi la guarda di conoscere i personaggi che conducono questa o quella trasmissione, solo perché chi li segue è in grado di riconoscerli.
 
In realtà la felicità ha a che vedere con le relazioni faccia a faccia, «il rapporto con l’altro è in gioco in ogni momento di felicità».
Parlando di felicità fugaci scrive che spesso ci si rende conto della loro necessità solo quando scompaiono: «Inchiodati a un letto d’ospedale, comprendiamo meglio il valore di una semplice passeggiata in città».
Parole sacrosante, in un modo o nell’altro ne abbiamo certamente fatto tutti esperienza.
Nella sua analisi Marc Augé a un certo punto sfiora il tema della vecchiaia.
È interessante ciò che dice a proposito di come viene percepita. Scrive a tal riguardo a pag. 39: «Invecchiare significa vivere l’esperienza rinnovata dello sguardo degli altri. Essi pensano di vederci cambiare, ma, in realtà, sono loro a cambiare e a doversi adattare nel frequentare una persona più anziana. Si produce così un rinnovamento delle relazioni, talvolta verso il peggio, ma altre volte anche verso il meglio. L’esperienza dell’età è quindi un’esperienza degli altri e può essere occasione di felicità allo stato puro».
 

La Défense, Parigi.

Il terzo capitolo invita a riflettere sull’uomo che vive le relazioni nello spazio cittadino, un animale simbolico la cui identità può emergere solo nell’incontro con gli altri.
Marc Augé ribadisce che «la più alta aspirazione degli urbanisti di oggi non può che essere quella di favorire tale aspirazione esistenziale».
Ciò vuol dire che ogni progetto che riguarda la vita della città dovrebbe, secondo lui, tenere presente diversi tipi di riflessione, innanzitutto una «riflessione urbanistica sui confini e sugli equilibri interni al corpo della città»; una «riflessione architettonica sulle continuità e sulle rotture dello stile»; una «riflessione antropologica sull’abitare oggi, che deve conciliare la necessità di molteplici aperture verso l’esterno con l’esigenza di un’intimità privata».
Delinea il suo pensiero riflettendo sul fatto che per quanto consentito, occorrerebbe tracciare nuovi confini fra i luoghi, tra l’urbano e il rurale, tra il centro e le periferie.
Scrive: «Confini significa anche soglie, passaggi, varchi ufficiali per far saltare le barriere invisibili dell’esclusione implicita. Occorre restituire al paesaggio la parola».

Daniela Larentis – d.larentis@ladigetto.it

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