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«Ischia e le sue forme: elegia in bianco e nero» – Di D. Larentis

La personale di Gino Di Meglio è visitabile dal 30 giugno al 25 luglio 2017 alla Biblioteca Civica «G. Tartarotti», presso il Polo Culturale e Museale del Mart a Rovereto

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Splendida la personale dell’artista Gino Di Meglio dal titolo «Ischia e le sue forme: elegia in bianco e nero».
L’avevamo annunciata la scorsa settimana e siamo andati all’inaugurazione presso la Biblioteca Civica «G. Tartarotti», in via Angelo Bettini 43 a Rovereto, presso il Polo Culturale e Museale del Mart, il Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto (dove pure è stata appena inaugurata la straordinaria mostra dal titolo «Un'eterna bellezza -Il canone classico nell'arte italiana del primo Novecento», a cura di Daniela Ferrari e Beatrice Avanzi).
 
Si tratta di 47 fotografie di grande formato che raccontano Ischia, l’isola nella quale Di Meglio, affermato avvocato, da sempre risiede.
Queste opere narrano, infatti, l’incanto di un’isola straordinaria e lo fanno come se fossero le pagine di un libro di fiabe intriso di magia, catturando l’attenzione del visitatore che non può che ammirarle con stupore: ogni scatto è pura poesia.
Resterà aperta al pubblico fino al 25 luglio 2017.
 
Dice di lui Luca Sorbo, docente di Storia della fotografia presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli: «Gino è un avvocato di successo e conosce bene la meschinità e la mediocrità che la quotidianità ci regala, ma ad essa non si è arreso. È un uomo concreto sicuro di sé, ma ha conservato l’innocenza, l’ingenuità e la capacità di lasciarsi sorprendere.»
 

 
Il docente commenta le sue opere: «Le fotografie di Gino di Meglio sono dei mondi da esplorare, c’è una preziosità stilistica che sorprende l’occhio e lo obbliga ad interrogarsi sulla natura profonda del reale.
Le scale di grigio delle sue foto sono onde emotive da cui lasciarsi cullare, la ricchezza dei dettagli è un mondo in cui perdersi.
Il nostro sguardo resta imprigionato nell’eleganza, nella sensualità delle sue gomme bicromate, tra le più belle che abbia mai visto.
Il suo lavoro non ricorda le melense ricerche dei pittorialisti italiani, come un occhio superficiale potrebbe supporre, ma si ricollega ad una delle tradizioni più fervide che ha attraversato la storia della fotografia.
 
«Alla fine degli anni Trenta in America – spiega Luca Sorbo – nacque un gruppo di fotografi che volle chiamarsi f:64, riferendosi al diaframma che utilizzavano nella ripresa per ottenere la massima nitidezza.
«I principali esponenti furono Ansel Adams e Edward Weston, il loro principale scopo fu quello di raccontare con la fotografia la bellezza dei paesaggi, degli oggetti e dei soggetti che riprendevano.
«Furono, a mio parere, come dei sacerdoti che codificarono una metodologia di ripresa, sviluppo e stampa che costituisce anche oggi un rituale a cui attenersi per ottenere la massima scala tonale e i dettagli più fini.
«Questa, lungi dall’essere una sterile tecnica, era una metodologia per dimostrare la propria devozione verso i soggetti che erano all’interno dell’inquadratura.
«Sono convinto che queste immagini – sottolinea poi– possono essere interpretate come preghiere laiche, un modo per esprimere il proprio sentimento di gratitudine verso il Creato.»
 
Amante dell’analogico, dello scatto e dello sviluppo manuale in contrapposizione al digitale, l’artista ha realizzato le sue opere con la sua Linhof Master Technika, stampandole con tecniche poco note o quasi estinte.
Abbiamo avuto il piacere di porgergli alcune domande.
 

 
Come è nata l’idea di questa mostra?
«Il dott. Carlo Curzel ha visto alcune mie opere ad Ischia, in particolare in occasione di una mostra argentica e una mostra di stampe alla gomma bicromatata, le sono piaciute moltissimo e mi ha proposto di presentarle al Polo museale del Mart a Rovereto.
«Naturalmente non posso che essere lieto e onorato di aver avuto la possibilità di esporre in questa prestigiosa sede i miei lavori.»
 
Lei affronta sempre temi collegati ad Ischia, testimoniandone attraverso i suoi scatti l’incomparabile bellezza…
«Ho la fortuna di essere nato in un luogo incantevole che mi offre continui spunti, l’ultimo dei quali si è tradotto in queste venticinque gomme che ritraggono le forme architettoniche dell’isola e da cui deriva il nome della mostra stessa: Ischia e le sue forme.»
 
Quando è nata la passione per la fotografia?
«Pratico la fotografia da quando avevo 17 anni. Ero al liceo classico, mia madre mi regalò una macchina fotografica reflex, una Pentax, e da allora non ho quasi mai smesso di praticare la fotografia, compatibilmente con gli impegni professionali.
«C’è stato un lungo periodo nel quale avevo dismesso questa pratica, a causa degli impegni lavorativi, poi però è tornata prepotente questa voglia di fotografare e sono passato esclusivamente al grande formato, alla fotografia con il banco ottico, per intenderci.»
 

 
Cosa pensa della fotografia digitale e come mai lei ha scelto proprio la fotografia analogica come mezzo di espressione artistica?
«La fotografia digitale è una grande opportunità, possiamo dire che in un certo qual modo sia uno strumento di democratizzazione della fotografia.
«Con il digitale tutti, infatti, possono dedicarsi a questa pratica e ciò è un bene, in quanto allarga la platea di utenti della fotografia, dando vita a nuove possibilità espressive, offrendo anche spazio a quegli artisti, magari, che non avrebbero avuto modo di esprimersi altrimenti.
«Personalmente pratico ancora l’analogico per un motivo di fondo: lavoro tante ore al giorno al computer – oggi con il processo telematico che è stato introdotto anche in Italia noi dobbiamo fare ormai quasi tutto al computer – e rimettermi nuovamente davanti al PC a tarda ora, una volta a rientrato a casa, per dedicarmi alla mia passione non è un pensiero che certo mi affascina.
«Preferisco andare in un ambiente completamente diverso dal mio ambiente di lavoro, ossia nella camera oscura, immergermi nell’atmosfera della lampada rossa, sentendo l’odore – alcuni lo definiscono puzza – degli acidi e ascoltando un po’ di musica.»
 
Cosa pensa del fotoritocco?
«Il fotoritocco che faccio io è quello analogico, la cosiddetta spuntinatura, il piccolo ritocco inevitabile nelle stampe analogiche, c’è sempre il granellino di polvere da rimuovere.»
 

 
Quali sono le tecniche di stampa da lei utilizzate in questa mostra?
«In questa mostra sono presenti tre tecniche di stampa. La prima sezione affronta il tema delle forme; qui sono esposte venticinque stampe inedite realizzate con la tecnica della gomma bicromatata.
«È una tecnica antica che richiede grande pazienza e perizia manuale, messa a punto verso la metà dell’Ottocento dal chimico francese Alphonse Louis Poitevin, la quale prevede l’utilizzo della gomma arabica, bicromato di potassio e un pigmento aggiunto per colorare l’emulsione.
«Nella seconda sezione, dedicata alla flora di Ischia, sono esposte undici stampe argentiche su carta baritata Bergger Prestige. Questo tipo di carta, di altissima qualità, viene ottenuto da stracci di cotone, lino o legni di vario tipo.
«Tra la carta e l’emulsione viene steso un sottilissimo strato di solfato di bario: la purezza del suo bianco determina i bianchi della stampa e permette di distinguere tutta l’ampiezza dei toni del grigio.
«Sulla carta baritata viene poi fissata un’emulsione fotosensibile costituita da alogenuri d’argento.
«Un viraggio finale nel selenio ne impedisce l’ingiallimento, conferendo all’immagine un’intonazione inconfondibile.
«L’ultima sezione comprende undici stampe sempre dedicate alla natura dell’isola. Il procedimento di stampa, analogo a quello seguito per le baritate, differisce per il tipo di acidi utilizzato e può richiedere un’intera giornata di lavoro. Il risultato sono immagini dalle tonalità cromatiche che vanno dal marrone all’oro e al seppia.»
 

 
Un’ultima curiosità: dove si trovano, precisamente, i fiori da lei ritratti, forse a Forio nel celebre giardino La Mortella, nei rinomati giardini Ravino o in quali altri giardini botanici?
«Per la verità alcune sono specie selvatiche, altre varietà provengono dal mio giardino.»
 
Fra quelle esposte, si sente particolarmente legato a qualche opera in particolare?
«Le devo dire la verità: sono legato a tutte, una per una…»
 
Daniela Larentis – d.larentis@ladigetto.it

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