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Luisa Gretter Adamoli, l’ultimo romanzo – Di Daniela Larentis

«Una grande famiglia trentina nelle vicende del secolo breve» descrive le appassionanti vicissitudini dei Parolari di Chiarano d’Arco nel Novecento – L’intervista

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La scrittrice trentina Luisa Gretter Adamoli descrive in un appassionante romanzo intitolato «Qualcosa da raccontare. Stella rossa, Angelo bianco. Una grande famiglia trentina nelle vicende del secolo breve» (2018), edito da Curcu Genovese, le vicissitudini di una famiglia di Chiarano d’Arco negli anni della Prima e della Seconda Guerra mondiale e quindi anche della Resistenza.
Il lettore è trascinato emotivamente dentro le principali vicende drammatiche che hanno segnato il Novecento, scopre la storia dei Parolari, ma anche la storia di un territorio e delle persone che su quel territorio si trovarono a combattere con coraggio, difendendo i loro ideali di libertà.
Scrive l’autrice: «Alcune vicende di questo racconto, forse in parte già note, sono quelle legate alla vita e alle persone di Giovanni Parolari e di suo fratello Emilio come pure di altri protagonisti rimasti da sempre nell’ombra, però legati a loro da sentimenti e ideali profondi».
L’ultima presentazione del volume è avvenuta innanzi a un folto pubblico lo scorso 22 marzo presso il Centro civico di Cognola, con presentazione critica di Mauro Neri e letture di Chiara Turrini.
 
Prima di passare all’intervista vogliamo condividere qualche informazione sull’autrice.
Laureata presso la facoltà di Magistero di Padova in Materie Letterarie, Luisa Gretter Adamoli ha insegnato nella scuola elementare per vent’anni. Appassionata di scrittura, storia e arte, scrive in prosa sia in poesia e per questa sua attività letteraria le sono stati assegnati numerosi premi a livello regionale e nazionale. È stata membro di giuria di vari concorsi di poesia e narrativa in italiano e in dialetto.
Suoi saggi, poesie e racconti sono stati trasmessi dalle sedi R.A.I. di Trento e Bolzano, da emittenti private e pubblicati in molte antologie e riviste.
Alcuni suoi testi sono stati tradotti in lingua tedesca. Fa parte del gruppo «Cenacolo trentino di cultura dialettale» e da anni è nel direttivo dell’associazione «Pro Cultura» di Trento.
 
Fra le numerose pubblicazioni al suo attivo ricordiamo «Per un altro domani» (1980), «Oltre» (1992 – premio Foemina d’oro, Marina di Carrara), «Qui o altrove» (2007).
Con Curcu &Genovese ha pubblicato «Affinché ognuno sappia» (1988 – premio Papaleoni), «Un palazzo sulla via Imperiale» (2001), «Ines, una vita» (2002), «Tre punti di rosso» (2011), «Anna Gaddo, una vita di stile, uno stile di vita» (2013).
Segnaliamo la bella recensione fatta dalla collega giornalista Luciana Grillo, rintracciabile a questo link.
Abbiamo avuto il piacere di incontrare Luisa Gretter Adamoli e di porgerle alcune domande.
 

 
Come e quando nasce l’idea di questo libro?
«L’idea non è stata mia, ma è partita da una richiesta di Lidia Parolari, figlia di Giovanni Parolari. Nel 2015 è venuta da me, proponendomi di scrivere un libro su suo padre e sua madre, sulla sua famiglia.
«Non conoscevo i Parolari, quindi la cosa mi ha incuriosita e quando lei mi ha esposto i fatti sommariamente ho pensato che sarebbe stato bello potermi dedicare alla stesura del libro.
«Le ho chiesto del tempo per poter prendere visione della documentazione necessaria, depositata presso la Fondazione Museo Storico del Trenino, dopodiché ho iniziato la mia ricerca.»
 
Qual è il contesto geografico in cui si svolge il racconto?
«Il contesto geografico è molto ampio, parte da Chiarano d’Arco, in Trentino, spostandosi poi in varie zone d’Italia, fino alla Lucania, dove Giovanni Parolari viene confinato, tocca peraltro varie città, come Trento, Bolzano.»
 
Gli avvenimenti raccontati sono principalmente quelli legati ai fatti accaduti nella zona del Basso Sarca e in generale in Trentino. Da quali anni parte la narrazione?
«Partiamo dal 1915, il Trentino all’epoca faceva ancora parte del Tirolo ed era sotto il dominio dell’Impero asburgico, fino ad arrivare al 1918 quando entrò a far parte dell’Italia.
«La storia di questa famiglia continua durante il fascismo, allo scoppio della Seconda guerra mondiale; importantissima la Resistenza nel Trentino, iniziata dopo l’8 settembre del 1943, parecchi combattenti dell’esercito italiano in questo periodo di totale disfacimento diventarono partigiani.
«La storia abbraccia quindi un periodo molto lungo».
 
Dal punto di vista metodologico come ha condotto lo studio delle fonti?
«Moltissimi dei documenti relativi all’Archivio Parolari erano stati donati al Museo Storico del Trentino, racchiusi in casse non erano ancora stati catalogati quando ho iniziato la mia indagine.
«Grazie alla disponibilità del personale ho potuto comunque, eccezionalmente, accedere al materiale; la cosa forse più difficile è stata riordinare i documenti cronologicamente, in quanto erano riposti in ordine sparso, senza un preciso criterio.
«È stato impegnativo ma anche stimolante, in quanto il lavoro di ricerca mi piace, nella stesura di tutti i miei libri ho sempre dedicato molto tempo a questa fase preliminare di studio delle fonti.»
 

 
Allo scoppio della Grande Guerra nella famiglia Parolari di Chiarano d’Arco i figli si trovano a combattere su fronti opposti, chi per l’Impero austro-ungarico e chi, come Emilio, finisce con lo schierarsi a fianco dell’Italia…
«Emilio Parolari era forse il più deciso, il più filoitaliano. I genitori, a mio avviso, si erano anche adattati al regime austro ungarico, tanto che avevano chiamato il loro primo figlio Francesco Giuseppe.
«Emilio fu uno dei primi ad andarsene di casa e a partecipare agli avvenimenti che stavano accadendo nel milanese e che hanno preceduto lo scoppio della Prima guerra mondiale.
«I ragazzi di molte famiglie, all’epoca, avevano paura, mentre combattevano, di trovarsi improvvisamente davanti un fratello, un amico, un conoscente, schierato nell’esercito nemico.
«È uno degli aspetti che ho tentato di sottolineare nel libro. All’inizio i genitori di Emilio non volevano che facesse parte degli irredentisti, hanno tentato di dissuaderlo, poi però hanno capito quanto era per lui importante difendere i suoi ideali e hanno rispettato la sua volontà. Un atteggiamento che fa loro onore.»
 
Che funzione ha la fede nella famiglia Parolari?
«Un grande ruolo, quello di sostenere e di dare speranza. Il titolo che avevo scelto in un primo momento per il libro, poi inserito nel sottotitolo, era “Stella rossa, Angelo bianco”, con l’intenzione di mettere in risalto le due anime presenti nella famiglia: l’anima laica, atea, e l’anima religiosa, l’ideale religioso portato avanti soprattutto dalle donne.»
 
Senza svelare troppo, potrebbe brevemente dire due parole su due importanti personaggi femminili, Annunziata e Teresa: che cosa hanno in comune?
«La moglie di Giovanni, Annunziata, che poi diventa partigiana, e Teresa, la madre dei Parolari, hanno in comune il grande amore per la famiglia, prima di tutto. Le accomuna anche la religione, una fede che sia Emilio che Giovanni hanno sempre rispettato.
«Teresa era una donna molto religiosa, accettava tutto quello che Dio aveva in serbo per lei, era una donna di una grande fierezza e di una grande dignità.
«Magari a volte non esternava tutti i suoi sentimenti, poteva dare l’impressione di avere un carattere un po’ chiuso come capitava in quel contesto, nel senso che una volta nelle famiglie trentine non si era troppo espansivi, si cresceva con il pudore delle proprie emozioni.
«Tuttavia, riusciva comunque a trasmettere ai figli la propria dolcezza, la propria vicinanza, lo faceva aiutandoli e attraverso il rispetto delle loro idee.»
 
Questa è la storia di una famiglia numerosa, ma è anche la storia di un territorio e di tutte quelle persone che hanno combattuto per la libertà di pensiero e di azione. Secondo lei, le giovani generazioni sono consapevoli del valore della libertà, la considerano un diritto acquisito o cosa altro?
«Se qualche giovane dovesse leggere questo libro, io spero possa riflettere sul concetto di libertà, un valore che si dà per scontato ma che è un dono prezioso che va difeso.
«Secondo me, non tutti i giovani ma molti di loro non si rendono conto del valore della libertà e di quanto sia costata ottenerla alle generazioni passate.»
Come definirebbe la libertà ora come ora?
«Un bene prezioso, ma al contempo di difficile gestione».
 
Progetti futuri?
«A me piace la storia, ho in progetto la stesura di un libro ambientato nel XVII secolo. Mi piacerebbe compiere una ricerca su tre donne in particolare, vissute tutte e tre nella prima metà del Seicento: Claudia de’ Medici, Claudia Particella e Filiberta Madruzzo.»
 
Daniela Larentis – d.larentis@ladigetto.it

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