Home | Rubriche | Pensieri, parole, arte | «La memoria accende il futuro» – Di Daniela Larentis

«La memoria accende il futuro» – Di Daniela Larentis

La mostra, realizzata dal Centro educativo interculturale Intercity Ramblers, narra la storia di Peppino Impastato ucciso dalla mafia nel 1978 – Verrà riproposta a breve

image

>
L’Associazione Ubalda Bettini Girella onlus di Rovereto, Trento, ha da anni avviato un percorso culturale, formativo, educativo sui temi importanti della nostra contemporaneità, come quello della legalità e della giustizia, attraverso modalità comunicative differenti.
Segnaliamo la recente mostra e il video sulla storia di Peppino Impastato realizzati dai ragazzi e dalle ragazze del Centro educativo interculturale Intercity Ramblers (uno dei tre centri dell’associazione, un luogo educativo situato nella zona nord di Rovereto in cui si realizzano attività laboratoriali, di aiuto allo studio e momenti di incontro e socializzazione con la supervisione di Rachele e degli altri educatori di riferimento).
Si tratta di un progetto ad alta valenza simbolica, impreziosito da un esaustivo catalogo dal quale abbiamo tratto parte delle informazioni, che verrà riproposto in autunno in diversi istituti scolastici, testimoniando la storia di un uomo il cui coraggio e i cui ideali non possono essere dimenticati.
 
Oggi più che mai l’educazione alla cittadinanza e alla legalità è un valore da perseguire e anche se questa esposizione potrà forse essere considerata da taluni una semplice goccia nel mare, è facilmente osservabile come il mare sia in effetti composto da singole gocce; restando dentro la metafora, tutti sanno che anche una sola goccia d’acqua può con il tempo scavare la roccia più dura.
L’evento è stato organizzato in collaborazione con la Fondazione Museo storico del Trentino per la produzione del video, con Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato di Cinisi per i documenti e i materiali messi a disposizione; ha inoltre ricevuto il sostegno dell’ANPI di Rovereto (erede dei valori portati avanti dalla Resistenza, valori a difesa della democrazia, della libertà, dell’uguaglianza e della solidarietà), nonché quello dell’amministrazione della città.
 
Ma chi era Peppino Impastato? Era un giovane giornalista siciliano appena trentenne, impegnato contro «Cosa nostra», ucciso il 9 maggio 1978 a Cinisi, in provincia di Palermo, per mano della mafia, il giorno del ritrovamento in una via centralissima di Roma del corpo senza vita di Aldo Moro.

Due figure molto lontane, sia dal punto di vista generazionale che politico, Impastato era infatti candidato alle elezioni per il rinnovo del Consiglio comunale della propria città, mentre Aldo Moro era l’uomo politico più importante del Paese, Presidente della Democrazia Cristiana al momento del sequestro.

Questo giovane era una figura scomoda, era una persona che non aveva paura di fare ciò che molti altri non hanno mai fatto. 
Per paura. 
Apparteneva a una famiglia di mafiosi, a un certo punto della sua vita si è allontanato da quella cultura familiare, opponendosi all’ideologia mafiosa, una scelta sofferta e coraggiosa.
 
Utilizzava un’ironia pungente per combattere un sistema malato di una società alla deriva, attraverso Radio Aut diffondeva i suoi pensieri. Qualcuno gli ha tolto la vita con l’intento di spegnere per sempre quella voce, ma non basta uccidere per avere la meglio a lungo termine, la prepotenza e la violenza non hanno mai l’ultima parola.
Una figura altrettanto emblematica è quella della sua mamma, la quale ha combattuto tenacemente per moltissimo tempo al fine di far emergere la verità e far assicurare alla giustizia i suoi assassini, una battaglia durata 24 anni che ha portato a una condanna (è accaduto alcuni anni prima della sua scomparsa).
Questo ragazzo straordinario non è stato lasciato solo, per tenerne vivo il ricordo è nata l’«Associazione culturale Centro di documentazione siciliana Peppino Impastato», associazione che ha contribuito attivamente alle indagini.
 
Alla sua memoria il fratello Giovanni ha dedicato la sua vita girando di città in città, incontrando studenti, insegnanti, giovani, in sedi istituzionali, in istituti scolastici, nelle varie associazioni, ovunque per esortare le persone a non dimenticare (Giovanni è stato spesso ospite dell’Associazione Ubalda Bettini Girella, lo scorso anno ha presentato all’Urban Center, a chiusura della mostra dedicata al fratello, il libro «Oltre i cento passi»).
Abbiamo incontrato Fabiano Lorandi, Presidente dell’Associaizone Ubalda Bettini Girella onlus, la coordinatrice Rachele e alcune ragazze del centro: Ithar, Tesnim, Alaa, Hiba, Aya e Sara.
Siamo rimasti molto colpiti dalla simpatia e dalla sensibilità di queste giovani; per tutti i ragazzi e le ragazze anche non presenti e per i loro genitori questa associazione è un punto di riferimento importante, un gruppo di persone con cui misurarsi quotidianamente e con cui crescere in un’ottica di vera integrazione.
Dialogando con loro abbiamo dato vita a un’intervista un po’ insolita, in cui si alternano più voci.
 

La memoria accende il futuro: il video.

Partiamo dal titolo: «La memoria accende il futuro». Come è nata l’idea della mostra?
F. Lorandi: «La mostra è il risultato di una ricerca durata qualche mese, condotta nella Biblioteca comunale di Rovereto e in quella della Fondazione Museo Storico del Trentino, ma anche attraverso i colloqui telefonici intercorsi con Casa memoria Felicia e Peppino Impastato, per il recupero di immagini, documentazioni varie e testimonianze.
«A far scattare la voglia di mettere in piedi questi progetto è stata la visione del film I cento passi di Marco Tullio Giordana.
«A Monte, ci sono stati importanti incontri con diverse persone, fra cui Chiara Simoncelli e poi con Chiara Utro e Silvio Bologna, i nostri amici di Addio Pizzo Palermo.
«La narrazione delle loro esperienze è stata particolarmente significativa ed è servita a sollecitare i giovani e gli adulti partecipanti alle varie edizioni di Dai un calcio alla mafia, a utilizzare il pensiero critico e a dare significato all’esercizio della cittadinanza attiva, nel rispetto della Costituzione e della Dichiarazione Universale dei diritti umani, oltre che delle regole della convivenza della comunità, perseguendo i valori di uguaglianza, libertà, democrazia, giustizia, rispetto della dignità e dell’integrità della persona.»
 
Dal punto di vista metodologico come è avvenuto il reperimento delle fonti?
F. Lorandi: «Il valore di questa esposizione, pensata, programmata e realizzata dalle ragazze e dai ragazzi dell’Intercity Ramblers con la supervisione degli educatori, va oltre i pannelli che la compongono.
«È il prodotto di un lavoro di raccolta di informazioni, dell’uso di metodologie investigative, dello studio e dell’approfondimento di storie individuali e di parte della storia del nostro Paese, nonché di un porsi domande e tentare di trovare risposte, quindi lo potremmo definire un vero e proprio processo di apprendimento personale e collettivo, lungo la via del divenire cittadini sovrani e non sudditi
 

 
Che valore può assumere questa esposizione, che cosa la rende importante agli occhi dei ragazzi giovani che apprendono questa storia per la prima volta?
Sara: «Secondo me la mostra trasmette l’idea dell’importanza dell’informazione. Quando la gente è informata su ciò che succede allora diventa consapevole e inizia a interessarsi, a partecipare.»

Hiba: «Lui sapeva i rischi che stava correndo. Questo aspetto ha un grande valore, il fatto che sapesse di rischiare la vita lo rende una persona speciale anche agli occhi dei ragazzi giovani che per la prima volta, attraverso la mostra, vengono a conoscenza della sua storia.»

Alaa: «Il fatto di non stare in silenzio è un valore che viene trasmesso, il combattere l’omertà. Non avere paura. Si capisce anche che ci sono delle persone che possono aiutarti in certe situazioni difficili, non si deve avere paura.»

Tesnim: «Nella sua storia viene molto sottolineata l’importanza dell’amicizia, i suoi amici condividevano con lui i suoi stessi ideali. Lui era ancora giovane, anche se aveva qualche anno più di noi, i ragazzi e le ragazze della nostra età cercano molto il confronto con i coetanei, noi ci appoggiamo molto ai nostri amici, proprio per questo, secondo me, il tema dell’amicizia fa leva e colpisce i giovani, li fa avvicinare a questo personaggio.»

Rachele: «L’esposizione ha avuto un forte impatto sui giovani anche per il fatto che ha dato l’opportunità di far conoscere ai ragazzi una realtà diversa su coloro che combattono la mafia. Nell’immaginario collettivo tutti conoscono il nome di Falcone e Borsellino, tutti sanno il loro nome; la mostra ha fatto conoscere un’altra realtà, quella di un ragazzo comune che ha lottato per i suoi ideali, non un magistrato o una persona molto importante, ma un giovane che ha lottato solo servendosi dell’ironia e delle parole. Ha trasmesso anche il valore dell’unione, della forza del gruppo, stando insieme si riesce a farcela, da soli no.»
 

 
C’è questo personaggio emblematico che è la mamma di Peppino, una donna molto coraggiosa…
Rachele: «Felicia è una figura leggendaria, pur essendo lei una donna di mafia, è stata la prima in Italia che ha denunciato i mafiosi che hanno ucciso suo figlio. E’ stata una grande donna.»
 
È la mamma di Peppino che ha trasmesso coraggio al figlio o viceversa?
F. Lorandi: «Credo che sia stato Peppino a infondere coraggio alla madre. C’era fra loro un legame affettivo forte, ricordiamo che quando lui ha iniziato a prendere le distanze dalla mafia è stato cacciato di casa, lo è stato due volte: a livello familiare e a livello culturale, in quanto viveva in una cultura a carattere mafioso, di stampo maschilista. La mamma ha iniziato a comprendere le scelte di Peppino, probabilmente ancora prima che il figlio venisse ucciso.
«A mio avviso è stato lui a dare il coraggio a sua madre, a renderla consapevole. Lei era figlia di mafiosi, moglie di un mafioso, figlia di quella cultura. Era una donna che non aveva una dimensione culturale tale da potersi in qualche modo riscattare. Ha messo quindi al servizio del suo riscatto l’affetto che riversava sul figlio e lui le ha restituito questa idea di libertà che lei ha abbracciato, lottando per la verità.»
 
Il gruppo di ricerca è multiculturale, coinvolge ragazzi e ragazze che provengono da realtà differenti. Che valore può assumere in una società adulta attraversata da profonde contraddizioni e differenti visioni di concepire la diversità anche culturale?
F. Lorandi: «L’origine tunisina e marocchina delle ragazze e dei ragazzi, protagonisti della ricerca, costituisce valore aggiunto verso orizzonti valoriali non solo intergenerazionali, ma anche interculturali. Cittadine e cittadini di Rovereto, dell’Italia, dell’Europa, dell’Africa, del mondo.
«In questo senso, davvero la memoria accende il futuro. Il nostro principio pedagogico fondamentale è quello di rispettare e valorizzare le differenze, tutte le differenze. Differenze di genere, a partire da quella culturale e religiosa, anche anagrafica (questa è una comunità educante dove ci sono differenti età, i volontari hanno età diverse.»
 

 
Cosa, in breve, vorrebbe dire agli scettici, a coloro che non riescono ad immaginare una società multiculturale che possa fare della differenza un punto di forza?
F. Lorandi: «È da più di 20 anni che la scuola trentina accoglie ragazzi e ragazze provenienti da luoghi diversi. Se si va in una scuola ci si rende conto che i ragazzi sono semplicemente ragazzi, non importa da dove arrivino. In breve, potrei suggerire di non avere paura dell’altro, del diverso.
«A Rovereto il 20% dei ragazzi e delle ragazze tra i 6 e i 18 anni sono di origine straniera. La diversità è una risorsa e non deve fare paura, specie in un Paese come il nostro con un tasso di natalità bassissimo.»
 
Progetti futuri?
Rachele: «Da settembre riprenderemo la mostra, lo porteremo anche in altre scuole, in altri istituti, nell’ambito del tema della legalità. Vorrei aggiungere che siamo disponibili, qualora ci fosse qualche realtà interessata al progetto. Inoltre, ci sarà la realizzazione di quattro brevi video sui musei di Rovereto, e un progetto già avviato di narrazione tra mamme e figlie di generazioni diverse e provenienze diverse. A tal proposito realizzeremo un video con un professore dell’Istituto Don Milani.»

Daniela Larentis – d.larentis@ladigetto.it

Condividi con: Post on Facebook Facebook Twitter Twitter

Subscribe to comments feed Commenti (0 inviato)

totale: | visualizzati:

Invia il tuo commento comment

Inserisci il codice che vedi sull' immagine:

  • Invia ad un amico Invia ad un amico
  • print Versione stampabile
  • Plain text Versione solo testo

Pensieri, parole, arte

di Daniela Larentis

Parliamone

di Nadia Clementi

Musica e spettacoli

di Sandra Matuella

Psiche e dintorni

di Giuseppe Maiolo

Da una foto una storia

di Maurizio Panizza

Letteratura di genere

di Luciana Grillo

Scenari

di Daniele Bornancin

Dialetto e Tradizione

di Cornelio Galas

Orto e giardino

di Davide Brugna

Giovani in azione

di Astrid Panizza

Nella botte piccola...

di Gianni Pasolini

Campi da golf

di Francesco de Mozzi

Cartoline

di Bruno Lucchi

Amici a quattro zampe

di Fabrizio Tucciarone

L'Autonomia ieri e oggi

di Mauro Marcantoni