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Elisabetta Rizzioli, in arrivo il nuovo libro – Di Daniela Larentis

«Domenico Udine Nani, nuove carte antiche» è il volume della storica dell’arte in uscita a fine ottobre – L’intervista

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Domenico Udine Nani, «Dio Padre e angeli», 1833 – Affresco con finiture a seccoLunetta controfacciata, Sacco di Rovereto, chiesa della Santissima Trinità.
 
È in uscita una nuova importante pubblicazione dedicata a Domenico Udine Nani e ad alcune sue opere di committenza Bossi Fedrigotti attraverso inedite carte dell’archivio privato familiare, dal titolo «Domenico Udine Nani, nuove carte antiche» (Edizioni Osiride), scritto dalla storica dell’arte Elisabetta Rizzioli.

L’avevamo intervistata nel 2018 a proposito della monumentale opera «L’officina di Leopoldo Cicognara - La creazione delle immagini per la Storia della Scultura», la cui stesura aveva richiesto molti anni di intenso lavoro (un volume di più di mille pagine presentato nel dicembre 2017 a Lucca, con intervento critico dello stimato storico dell’arte Carlo Sisi, curatore assieme a Maria Flora Giubilei della mostra «Danzare la rivoluzione, Isadora Duncan e le arti figurative in Italia tra Ottocento e avanguardia», attualmente visitabile al MART di Rovereto).
 
Docente e apprezzata giornalista, la Rizzioli è una donna dai non facili compromessi, lavora con passione e rigore scientifico in autonomia, autofinanziandosi, potendo contare sulla sua grande competenza in materia; la sua prima monografia dedicata al pittore roveretano dell’Ottocento risale infatti agli anni Duemila, una ricerca che ha condotto passando al setaccio la produzione dell’artista, interpretandone lo stile alla luce dell’epoca storica e dell’ambiente culturale in cui è vissuto.
Questo ultimo libro getta nuova luce sulla produzione di Domenico Udine Nani, di cui l’autrice ripercorre il profilo biografico e artistico, proseguendo un cammino intrapreso una ventina di anni fa e mai interrotto.
 

Elisabetta Rizzioli al Mart di Rovereto.
 
Alcune brevi note biografiche sull’autrice prima di passare all’intervista.
Elisabetta G. Rizzioli, Ph. D. Art History all’Università di Pisa, è fra l’altro socia dell’Accademia Roveretana degli Agiati, svolge attività di ricerca occupandosi segnatamente di questioni figurative neoclassico-romantiche e di arte italiana tra Quattrocento e Ottocento, autrice in particolare delle monografie Domenico Udine Nani 1784-1850, Osiride, Rovereto 2003 - con il successivo ampliamento Domenico Udine Nani 1784-1850.
Aggiunte al catalogo delle opere, Osiride, Rovereto 2004; «Antonio Rosmini Serbati conoscitore d’arte», La Garangola, Padova 2008; «Archimede. Immagini, iconografie e metafore dello scienziato siracusano dal Cinquecento all’Ottocento. Filosofia e scienza fra valori simbolici e paradigmatici», Osiride, Rovereto 2013; «L’officina di Leopoldo Cicognara. La creazione delle immagini per la Storia della Scultura», Osiride, Rovereto 2016; La «Collezione di tutti i disegni originali che hanno servito per intagliare le tavole della Storia della Scultura di Leopoldo Cicognara» (Vat. lat. 13748), Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano 2016 («Studi e testi», 509), oltre che di numerosi saggi in riviste specializzate, collane editoriali, miscellanee e cataloghi.
Curiosi di saperne di più, abbiamo avuto il piacere di porgerle alcune domande.
 

Elisabetta Rizzioli con Carlo Sisi.

Come è nata l’idea di questo nuovo volume che va ad aggiungersi alla monografia su Domenico Udine Nani da lei precedentemente pubblicata? Dal punto di vista metodologico, come è avvenuto il reperimento e lo studio delle fonti?
«Alla data del 17 marzo 2014 il materiale documentario ancora conservato presso l’archivio privato di Palazzo Bossi Fedrigotti a Sacco è stato trasferito a titolo di comodato d’uso gratuito presso la Biblioteca Civica di Rovereto. Varie unità dell’archivio privato sono andate perdute, come sottratti alcuni libri di pregio alla biblioteca familiare, probabilmente durante il primo conflitto mondiale; è verosimile ritenere che anche numerosi documenti siano stati trafugati o smarriti E dunque in merito alla rete prosopografica riguardante Domenico Udine Nani per alcune opere e diversi interventi di restauro di committenza gentilizia Bossi Fedrigotti non potevo sottrarmi alla rivisitazione delle nuove carte. All’epoca delle ricerche condotte per la stesura della monografia udiniana (E. G. Rizzioli, Domenico Udine Nani 1784-1850, Osiride, Rovereto 2003, con il successivo ampliamento al catalogo delle opere, edito nel 2004) avevo infatti potuto avvalermi solo della consultazione della documentazione relativa alla chiesa della Santissima Trinità - un tempo di proprietà e di uso dell’omonima Confraternita - afferente all’Archivio Storico del cessato Comune di Sacco - interamente confluito nel 1920 nella Biblioteca Civica di Rovereto, aggregato ai fondi dell’Archivio Storico del Comune di Rovereto e riordinato nel 1998 - ove ho rintracciato le attestazioni autografe inerenti alla committenza e le ricevute di pagamento dei vari lavori.

La copertina del volume.

«Invero ad abbrivio e corollario dello scritto intendevo denunciare - e dunque sensibilizzare e sollecitare in merito la comunità saccarda nonché le autorità di competenza - che l’edificio religioso saccardo non più utilizzato a fini liturgici e progressivamente abbandonato (rarissimamente viene destinato ad uso espositivo occasionale) è da tempo bisognoso di un sostanziale intervento di restauro strutturale e conservativo (superfici da ripulire, intonaci di supporto che presentano evidenti lesioni strutturali, stucchi, figure e decori da consolidare, ripristinare e integrare e ove necessario anche di alcuni rifacimenti di parti mancanti), versando anche l’annesso corpo di fabbrica in condizioni di parziale deterioramento; anche la tela della Madonna di Caravaggio (1840), commissionata a Domenico dal conte Antonio Bossi Fedrigotti per l’altare dell’omonima cappella gentilizia afferente alla medesima chiesa, da tempo collocata nel vicino palazzo di famiglia - che con i suoi affreschi, gli stucchi, gli arredi, le suppellettili e la quadreria si configura come una prestigiosa casa museo, imponente ed integra testimonianza culturale della storia plurisecolare del casato nobiliare del borgo fluviale saccardo - è parimenti necessitante di un intervento di restauro e di risanamento conservativo.»

 Il volume come si articola e che cosa mette in luce?
«Dà conto del fatto che corrispondenze d’artista e carteggi di famiglia e d’ambiente rappresentano una fonte privilegiata per esplorare gli scambi transregionali e transnazionali, nonché un campo d’indagine paradigmatico nell’ambito di una prospettiva storiografica attenta alla mobilità che superi i tracciati e le strumentalizzazioni retoriche e narrative che hanno improntato un’ormai desueta storiografia dell’arte. Le sette lettere familiari del nuovo fondo archivistico - che a fini pratici includono anche alcune note contabili compendiarie - indirizzate da Antonio Fedrigotti (1797-1871), figlio di Giampietro (1759-1834), dal 22 aprile al 16 maggio del 1833 al fratello Giuseppe Fedele (1790-1837) già residente ad Innsbruck consentono di riformulare, dettagliare ed aggiornare, più o meno direttamente - declinandosi le argomentazioni anche su aspetti estranei all’attività dell’artista - le coordinate temporali attinenti solo ad alcune delle commissioni ricevute da Udine dai conti Bossi Fedrigotti per la chiesa della Santissima Trinità a Sacco di Rovereto (dal 1802 al 1965 giuspatronato della famiglia), e di meglio precisare, nell’ambito dell’affascinante universo familiare affaccendato nell’antico palazzo, l’indagine in merito ai tempi di esecuzione, agli importi richiesti ed ai compensi ricevuti.»
 

Domenico Udine Nani, Fregio fitomorfo, 1833Tempera a calce su intonaco volta della navata Sacco di Rovereto, chiesa della Santissima Trinità.

Potrebbe velocemente ripercorrere il profilo biografico dell’artista roveretano, al fine di consentire al lettore di inquadrare l’argomento?
«Domenico Udine Nani (Rovereto 1784 - Firenze 1850) dopo l’apprendistato svoltosi sotto la guida del pittore e incisore di Isera Giovanni di Dio Galvagni, nel 1802 lascia la città natale e si reca a Firenze, allogandosi in un primo tempo presso Felice Fontana, il quale, lavorando in casa propria alle statue decomponibili in legno, lo assume privatamente, all’interno di una selezionata équipe di artisti; e che per interessamento di quest’ultimo è ammesso negli anni 1804-1805 all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Concluso l’iter accademico, previa richiesta della naturalizzazione toscana, conduce complessivamente la propria vicenda artistica fra Toscana e Trentino, con significativi soggiorni di accrescimento critico-artistico veneziani e romani.
«Ma preme ricordare che Domenico è altresì, fra il 1810 ed entro il 1818, il più copioso protagonista della Storia della Scultura (1813-1818) di Leopoldo Cicognara nel rilevante e significativo ruolo di disegnatore all’interno dell’officina cicognaresca, fornendo egli ben 130 disegni a contorno tradotti in 25 tavole nelle quali figura dichiarato, ed in altre 13 ove - disegnatore e/o codisegnatore - rimane anonimo.
«È in sostanza autore di riprese grafiche di monumenti architettonici e scultorei, segnatamente funerari, statue, medaglie ed oggetti afferenti alle arti minori, e pertinenti edifici chiesastici, collezioni e dimore pubbliche e private, gallerie - ubicati a Firenze, Fiesole, Siena - e forse anche traduttore in italiano di un paio di disegni, dei quali non viene indicato l’autore, eseguiti nella capitale francese.»
 
Non a caso lei è stata confidenzialmente definita «la vedova Udine», avendo speso anni di intenso studio attorno alla figura di questo artista di cui è la massima esperta. Cosa le ha donato questa esperienza?
«Mi ha insegnato molto umanamente, intellettualmente e culturalmente; quel poco di vita che di Udine conosco ed ho cercato di ricostruire - attraverso attestazioni autografe, corrispondenze - anzitutto quella col sodale Antonio Rosmini, - mi induce a credere che la storia dell’arte, anche indagata attraverso artisti minori, possa avere un importante valore storiografico.
«Peraltro, il corpus della sua produzione, che annovera anche in forza di quello segnatamente grafico almeno 238 opere, acquisita una consistenza ed un’identità complessivamente definibili nella specificità locale trentina e in quella accademica toscana - dai ritratti a destinazione privata ai quadri a soggetto religioso e storico, ai cicli di dipinti murali -, e lo dimostra coinvolto - anche se già non compiutamente allineato al gusto espresso dalla leadership intellettuale dell’epoca - in quel decisivo clima di rottura degli schemi didattici della pittura celebrativa, avvertibile trasformazione del neoclassicismo, che a Firenze, come in altre città toscane, dopo una ben articolata adesione alle poetiche del bello ideale nelle loro varie sfumature, tende a ridursi, già nei primi anni della restaurazione granducale, ad un’elegante cifra decorativa in arredo di stanze pubbliche e private.
«Quello che della sua opera rimane - diversi numeri del catalogo, circoscritti entro l’ambito della ritrattistica privata e di una committenza provinciale, sono oggi irreperibili - lo dimostra tuttavia estraneo, o meglio non organico, a quelle coordinate istituzionali che contraddistinguono il nuovo sistema delle arti neoclassico-romantico, ovvero escluso da quel mercato che fa capo alle esposizioni organizzate annualmente dalle varie accademie italiane.
«Rispetto ad artisti la cui presenza a quelle rassegne è costante ed accompagnata dal favorevole riscontro della critica giornalistica, le sue comparse, dopo i significativi successi nei concorsi dell’Accademia fiorentina (1811-1816) e le prestigiose committenze toscane della prima maturità, risultano - forse anche a causa della precarietà di notizie documentabili - limitate e occasionali.
«Determinanti in tal senso devono essere stati l’impegno nella pittura sacra e la specializzazione in una ritrattistica, pur di considerevole carattere, che sembra lontana da quelli che sono i nuovi orientamenti del genere, fra Hayez e la riformulazione moderna da parte di Giuseppe Molteni (per citare quale esempio rilevante la pittura lombarda) del ritratto ambientato - rielaborazione della tipologia sei-settecentesca adattata ai tempi, dove i personaggi sono ripresi sullo sfondo dei luoghi da loro abitati, con gli arredi e gli oggetti ad essi pertinenti -, caratterizzato da una tecnica che la critica coeva ha definito neofiamminga, per l’intensa luminosità che asseconda ed evidenzia ogni tratto fisionomico. Probabilmente ciò che più lo ha isolato, fattore decisivo che ha contribuito a tenerlo fuori da una sicura e durevole possibilità di affermazione professionale (circostanza più volte affiorante nel corso della sua vita), è forse stata una contenuta e confinata partecipazione alla pittura di storia - formulazione comprendente soggetti mitologici, religiosi, celebrativi, tradizionalmente al vertice della gerarchia dei generi e della memoria culturale - legata ai nuovi temi nazionali, disciplina investita di uno strategico ruolo di guida morale, soprattutto in un contesto culturale considerato bisognoso di fiducia circa la saldezza della propria legittimità storica, ormai al centro delle ricerche degli artisti e del dibattito critico.
«Il nome di Udine riaffiora dunque come un caso interessante e abbastanza singolare; non quello solito dell’artista celebre e comunque compreso in vita, poi dimenticato, e infine, bene o male, a ragione o non, riscoperto. Nonostante un’attenzione della critica giornalistica non limitata a frettolosi cenni di stima, pur essendo egli stato il disegnatore che annovera il maggior numero di riprese dal vero per l’officina della Storia, avendo varcato le soglie dei prestigiosi incarichi locali e partecipato a Firenze ad alcuni episodi importanti della cultura della restaurazione lorenese, e altresì celebrato la sovranità pontificia di papa Chiaramonti e il suo speciale rapporto con Roma, la sua fortuna ha il connotato di una carriera ancora poco nota agli storici dell’arte, illuminata dagli estemporanei bagliori di una reputazione e di un gradimento collezionistico certo inferiori a quelli goduti da tanti suoi contemporanei.»
 

Domenico Udine Nani, Uccisione di Archimede 1815, olio su tela –Rovereto, Fondazione Museo Civico.

In copertina figura un particolare del «Saulo converso» di Domenico Udine Nani, affresco conservato nella chiesa della Santissima Trinità nel cessato Comune di Sacco a Rovereto. Potrebbe brevemente parlarci di questa splendida opera?
«L’affresco con finiture a secco raffigurante Saulo converso commissionato dal conte Giampietro Fedrigotti per la volta dell’oratorio - di cm 555 x 410 c. – ultimato,- come è dato sapere dal carteggio in oggetto, entro il 22 aprile del 1833, viene pagato pochi giorni dopo, il 27 aprile con 140 pezzi d’oro da 20 franchi, corrispondenti a 1.400 fiorini abusivi, comprensivi delle spese per i materiali assommanti a circa 80 fiorini; alla pagina 6 del registro contabile relativo allo stesso anno, alla voce Cassa si legge: “1833. 26 Aprile. Pagati al S.r Udine a saldo della pittura f[iorini] 800”.
«Esso ripropone sostanzialmente, nei personaggi e nell’impaginazione della scena, quello ultimato nel 1819 a Firenze per la chiesa di San Paolo Apostolo detta di San Paolino officiata dai Carmelitani Scalzi, un affresco con finiture a secco di cm 390 x 543 c., che decora l’abside del coro a pendant con il Martirio di San Paolo di analoghe dimensioni; ovvero l’iconografia della conversione come fulmine che traduce l’imperscrutabilità della grazia, potente nei dettagli dell’apparizione di Cristo che sembra scendere dal cielo per accogliere Saulo accecato e rovesciato per terra dal cavallo imbizzarrito, tema religioso e mistero teologico che ha appassionato il Nostro.
«Ma proprio questa forte analogia fra il Saulo fiorentino e quello saccardo mette in risalto le divergenze e permette di misurare il percorso compiuto in meno di quindici anni dall’artista, che qui adotta un’intonazione generale purista, comparabile con una serie di riferimenti e rimandi cinquecenteschi e seicenteschi.»
 
Lei non è una persona dai facili compromessi, tira avanti per la sua strada animata solo dalla grande passione per l’arte. Quanto contano, a suo avviso, la competenza e l’integrità in un «mondo dai confini liquidi» come quello in cui viviamo?
«Competenza e deontologia professionali, onestà intellettuale ed integrità morale mi risultano valori imprescindibili; pare tuttavia che nel contesto contino invero davvero poco o nulla.»
 
Attualmente a cosa sta lavorando?
«Mi sto occupando di statuaria cinquecentesca bolognese per un saggio che spero possa comparire nell’ottavo numero della «Rivista Internazionale di Studi Neoclassici», nel quale indago e cerco di risolvere un equivoco in cui è occorso Cicognara (prestando verosimilmente fede al Vasari) in merito all’identificazione di un personaggio ritratto a mezzo busto - che compare in un disegno, affidato quasi certamente alla mano di Tommaso Minardi, che correda il codice Vat. lat. 13748 (che ho attentamente indagato in due monografie) - il quale tuttavia, come vari altri, non compare inciso all’interno del corpus di tavole che corredano il testo della Storia della Scultura

Daniela Larentis – d.larentis@ladigetto.it

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