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«Cercami su Instagram», un libro sulla solitudine in rete – Di Daniela Larentis

Il volume di Serena Valorzi e Mauro Berti accompagna il lettore in un viaggio alla ricerca di nuove chiavi interpretative sull’utilizzo dei social

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Mauro Berti e Serena Valorzi.
 
Il libro intitolato «Cercami su Instagram» di Serena Valorzi e Mauro Berti è un invito a guardare oltre le immagini sorridenti che i giovani pubblicano sui social.
Gli autori esortano il lettore a un’attenta riflessione, accompagnandolo in un viaggio alla ricerca di nuove chiavi interpretative sul mondo dei social network.
Alcune brevi note biografiche sui due autori, i quali peraltro per lo stesso editore hanno pubblicato con Michele Facci alcuni anni fa «Cyberbullismo - Guida completa per i genitori, ragazzi e insegnanti» (Reverdito Editore, 2017) e nel 2013 il volume «Generazione Cloud. Essere genitori ai tempi di Smartphone e Tablet» (Ed. Erickson, 2013).
 
Serena Grandi è psicologa e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, con specializzazione in ACT e Schema Therapy, formatrice esperta in dipendenze da comportamento, di assertività e di impatto emotivo, cognitivo e relazionale delle Tecnologie di Comunicazione.
Mauro Berti, scrittore e formatore nell’ambito dei risvolti sociali delle moderne tecnologie della comunicazione, è anche Vice Ispettore presso il Compartimento della Polizia Postale e delle Comunicazioni di Trento e Responsabile dell’Ufficio Indagini Pedofilia.
Nell’interessante prefazione di Riccardo Mazzeo, viene messo in evidenza come in Instagram, ma anche su altri social come Facebook e Twitter, sia facile perdere i sentimenti e le cognizioni riproponendo incessantemente sé stessi.
Ribadisce come sia indicativo ciò che Mauro Berti scrive in un capitolo dedicato al «modo incalzante, fagocitante e fruttuosissimo» con cui gli spin doctor di noti politici hanno saputo garantire il trionfo ai loro leader «mettendo da parte i sentimenti e le cognizioni (che possiamo apparentare alla cultura, scrive) e martellando sulle pulsioni e le emozioni».
 
Instagram, scrivono gli autori, ha modificato il linguaggio dei propri utenti. Spiegano nel primo capitolo: «Il metodo attraverso il quale i nostri giovani si rappresentano ai loro pari, per essere riconosciuti e riconoscibili, si è fantasticamente semplificato e passa quasi esclusivamente attraverso l’immagine».
Evidenziano a proposito dei «selfie»: «Attraverso le immagini e i selfie si comunica, e spesso lo si fa immortalando situazioni estreme che oltrepassano i limiti della sicurezza, appositamente per attirare l’attenzione su di sé della propria community, a qualsiasi costo.
«Le cronache ci raccontano quotidianamente di incidenti e di accadimenti gravi avvenuti proprio a causa dell’ossessione dei selfie fatti in situazioni estreme, magari in cima ad un palazzo, sull’orlo di un burrone, o sdraiato sui binari del treno che si avvicina rapidamente.
«Il fine? Talvolta è unicamente quello di ricevere dei like nei social, perché contare in Rete sta diventando più importante che contare fuori da Internet […].»
 
Il libro affronta il problema della solitudine digitale in maniera esaustiva, rappresentando un valido strumento educativo sia per i genitori dei «nativi digitali» che per gli insegnanti, dando modo di comprendere meglio quale siano le ragioni che spingono molte persone, specie i giovani, a calmare a breve termine l’ansia e la paura di restare soli mediante l’utilizzo dei social network, anziché mettersi in gioco attraverso le relazioni faccia a faccia, offrendo un interessante lettura del fenomeno e al contempo preziosi consigli.
Dedicano un capitolo all’ansia di essere tagliati fuori, una sorta di «malattia» conosciuta con l’acronimo di FoMO (Fear of missing out) che genera, in chi la vive, un’inquietudine costante che si accompagna a un uso maggiore dei social media e a un senso di insoddisfazione e insicurezza.
 
Comunicare è mettere in comune qualcosa, è un processo di condivisione e negoziazione di significati, cruciali per la nostra partecipazione alla vita sociale, dal momento che riguardano l'idea che noi cerchiamo di veicolare agli altri, ha quindi una funzione identitaria.
Assumendo uno sguardo sociologico non si può non pensare a Goffman; per il sociologo la realtà sociale viene descritta attraverso la metafora teatrale, l’attore interpretando un ruolo non abbandona mai completamente gli altri ruoli, è capace di autoidentificazioni multiple, è abile a rappresentarsi, tanto che lui lo descrive come un «affaticato fabbricante di impressioni».
Per lui gli attori sociali (le persone) sono preoccupati di salvare la faccia. Un po’ quel accade sui social, dove ognuno indossa una maschera cercando il consenso degli altri attori.
 
In un mondo sempre più interconnesso, paradossalmente le persone non sembrano affatto sentirsi meno sole e se da una parte la rete offre indiscutibilmente grandi opportunità dall’altra toglie spazio alla relazione faccia a faccia e genera incertezza.
Gli autori, dopo un lungo ragionamento, spiegano come i ragazzi, spesso, cerchino di calmare a breve termine il loro senso di solitudine attraverso l’uso dei social.
È emblematico ciò che scrivono a tal proposito a pag.77: «[…] Il punto è che spesso noi adulti, con la sensazione che tutto ciò che è fuori casa e fuori dal nostro controllo sia pericoloso, tendiamo a lasciare che i nostri ragazzi facciano quello che vogliono (o sembra vogliano davvero fare), spesso con i limiti laschi o inesistenti su pretesto di una fiducia in una capacità di autoregolazione che, per la loro età, non è possibile abbiano: tutto, purché stiano in casa, al sicuro».
 
Nasce quindi un interrogativo: i ragazzi sono davvero più al sicuro davanti al monitor di un computer, davanti ai loro device? Questo «tutto purché stiano a casa» suscita in noi una riflessione; rimanda a una dimensione spaziale dell’infanzia indagata da Jenks a metà degli anni Novanta.
Il sociologo, spiegando le ragioni della scomparsa dei bambini dallo spazio pubblico, mette in luce nella sua analisi come in realtà siano considerati da un verso come soggetti da controllare e dall’altro come soggetti da proteggere (si sofferma su due immagini archetipe, il bambino dionisiaco e bambino apollineo) attraverso l’inserimento in spazi controllati.
Il gioco dei bambini è diventato controllato, educato. Sembra molto lontano il tempo in cui potevano scorrazzare liberi, giocando all’aria aperta e intessendo relazioni faccia a faccia senza la mediazione degli adulti.
Non avevano telefonini, né tablet, non avevano la possibilità di navigare in rete.
 
La società postmoderna, ben descritta da Bauman e Beck (e non solo), ha offerto grandi opportunità, abbiamo assistito a una diffusione epocale di informazioni, di conoscenze di ogni tipo, è aumentata la percezione di libertà di scelta, ma al contempo si è generata una grande incertezza e una solitudine profonda.
Berti e Valorzi osservano, presentando il risultato di diverse ricerche, che stare connessi con il telefonino in maniera esagerata non basta a lenire la solitudine, anzi, sembra accrescerla, provocando, sostituendosi all’interazione faccia a faccia, un senso di crescente esclusione.

Daniela Larentis – d.larentis@ladigetto.it

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