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Cyberbullismo senza confini e ragazzi senza empatia – Di G. Maiolo

Lo psicoanalista: «In gran parte dei casi non esiste la percezione del danno che può essere creato con le diffamazioni e le parole di odio in rete»

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Storie incredibili di intolleranza e di bullismo si aggiungono le une alle altre.
La sequenza è infinita e mette in evidenza quanto ci sia da fare con i minori per aiutarli a contenere online la violenza delle parole e delle offese e soprattutto renderli consapevoli del fatto che le cose dette online non sono gioco o divertimento ma armi taglienti che feriscono in profondità e potrebbero anche uccidere.

L’ennesimo fatto accade in Calabria ai danni di una ragazzina di 13 anni affetta da una rara patologia della pelle che le ha prodotto una diffusa deturpazione del volto.
Dopo numerosi interventi chirurgici, la ragazza che ha vissuto lunghi anni di sofferenza, era riuscita recentemente a vincere le sue difficoltà e le sue insicurezze, sia grazie al miglioramento dato dalle cure fisiche che dal sostegno psicologico che l’ha aiutata a ritrovare fiducia in se stessa.
Più sicura di sé, negli ultimi tempi era riuscita a mostrarsi con un video postato su TikTok in cui parlava di sé e della sua malattia.
Uno sforzo notevole che invece di essere apprezzato dai pari a cui si rivolgeva, ha scatenato una quantità di commenti umilianti e offensivi.

Così il video della ragazzina è diventato virale le offese verbali e le umiliazioni di migliaia di adolescenti che le hanno postate sul popolarissimo.
Questo sta a dire che la generazione dei centenials, cioè quella dei nati nel nuovo millennio, cresce con l’idea che in Internet ci si possa permettere tutto, perché in rete ci si diverte e si gioca e si rimane impuniti.
I ragazzini oggi hanno la convinzione che online la presa in giro non faccia male ma diverta e che le offese non producano dolore.
In gran parte non esiste la percezione del danno che viene creato con le diffamazioni e le parole di odio.
Al contrario molti pensano che esse non feriscano perché sono mediate dal dispositivo mobile e dal display che apparentemente protegge sia l’aggressore che la vittima.
 
Più di tutto manca la partecipazione emotiva, cioè la capacità di riconoscere quello che si prova e ancor meno quello che prova l’altro.
Questo perché abbiamo sempre più a che fare con adolescenti analfabeti sul piano emotivo.
Ragazzi e ragazze che non sanno percepire la differenza tra una carezza e un pugno, tra un abbraccio e una coltellata.
Crescono senza riuscire a dare un nome a quello che provano, diventano adolescenti e adulti incapaci di gestire i loro sentimenti e ciò che muove dentro, senza strumenti utili a distinguere il bene e male.
Per lo più incoraggiati a restare distanti dalla partecipazione emotiva e senza riverbero affettivo perché prevale un’educazione che ruota attorno alla frase «Fatti gli affari tuoi!».
 
Difficile allora lo sviluppo di quell’empatia che potrebbe permettere di cogliere il dolore e la sofferenza dell’altro.
Anche se le basi del processo empatico si ritrovano nella neurobiologia e la ricerca scientifica ha dimostrato come sia precoce l’attivazione dei cosiddetti «neuroni specchio» che sono in grado di far percepire al bambino piccolo gli stati d’animo altrui e promuoverne l’imitazione, queste funzioni vanno sostenute.
Ora sappiamo che le mappe emotive si sviluppano in maniera decisiva nei primi 4-5 anni di vita.
Se questo non avviene, l’ignoranza emotiva diventa una realtà e la capacità di cogliere quello che prova l’altro che sta male, si perde.
 
Giuseppe Maiolo - psicoanalista
Università di Trento - www.officina-benessere.it

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