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Ascoltare l’adolescente – Di Giuseppe Maiolo, psicoanalista

L’arte di far crescere i figli: ascoltare vuol dire avere uno spazio mentale per il proprio figlio e sapersi mettere nelle sue scarpe

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Ascoltare non è facile. Anzi complicato. Se poi si tratta di farlo con i figli in un tempo come il nostro di comunicazioni rumorose e sovrapposte, babeliche ed eccessive, il compito è ancora più difficile.
Lo è anche perché non sappiamo ascoltare noi stessi e come adulti non diamo grande attenzione a quello che ci accade dentro.
Figurarsi ascoltare gli adolescenti che dicono poco a parole e molto con il loro comportamento esplosivo, incontrollato e incontrollabile dalla ratio.
Perché sappiamo che questa fase è l’epoca in cui domina la tempesta delle nuove emozioni, oltreché quella ormonale, e che le strutture cerebrali dell’autocontrollo funzionano scarsamente perché tardano a completarsi le aree specifiche che regolano le azioni.
 
Ascoltare un giovane che sta facendo i conti con la vita è faticoso, se siamo adulti alle prese con le necessità quotidiane, le complicazioni dell’esistenza, i conti da far tornare, lo stress, il futuro difficile da immaginare.
È complicato pensare cosa ci sia dietro un’improvvisa rissa nata in un attino da un flash-mob che raduna una folla di ragazzi affascinati da un gruppetto che si mena al parco e senza motivo.
Difficile capire il divertimento malevolo dei giochi persecutori che crescono in rete.
Incomprensibile per un genitore cogliere il senso di certi comportamenti se lo sguardo sul figlio è stato superficiale e distante.
 
Non basta dire che è la voglia accumulata di trasgressione o quella di superare la noia.
La risposta è complessa o impossibile se è mancato l’ascolto perché al disagio che si manifesta reagiremo d’impulso, come a una provocazione e apriremo con l’adolescente turbolento un campo di battaglia o quanto meno un ping pong di accuse inutili dove l’intento sarà quello di reprimere e non quello di capire il significato dell’accaduto.
Ascoltare non è il sentire con le orecchie le parole del malessere che in adolescenza non arrivano mai apertamente.
Incontro una quantità di ragazzi che ha tenuto nascosti sotto le felpe bruciature, tagli alle braccia e copre con “bracciali” ai polsi i segni del dolore.
 
Molti che non chiedono soldi per le canne, ma li richiedono per la scuola.
E il genitore che non si interroga, né chiede. Trovo maschi e femmine che si mettono a fare diete eccessive senza che nessuno in famiglia si accorga e veda che gli abiti larghi coprono un corpo smagrito ed esile.
Allora tutto quel malessere sembra esplodere all’improvviso, senza segnali, quando invece ci sono state piccole luci di avvertimento, ma ignorate e trascurate.
Nel tempo della trascuratezza che di tendenza ci fa rimanere in superficie e ci fa sentire (non ascoltare) solo i rumori più forti, la capacità di ascolto è invece un essere presenti attivamente, come quando sei alla guida di un’auto e controlli la strada, il traffico, ma anche le spie che si accendono sul cruscotto e sai distinguere dal loro colore l’urgenza e la necessità di intervenire.
 
Ascoltare l’adolescente che cresce e cambia momento dopo momento e attraversa il caos e il dolore, vuol dire crescere insieme e lentamente con lui, perché il processo è lungo.
Significa abbandonare l’idea che prima o poi tutto passa. E alla fine si cresce.
Ascoltare vuol dire avere uno spazio mentale per il proprio figlio e sapersi mettere nelle sue scarpe.
 
Giuseppe Maiolo - Docente di Psicologia delle età della vita
Università di Trento - www.iovivobene.it

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