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Scuola. Stanno tutti bene? – Di Giuseppe Maiolo, psicoanalista

Dovremmo ricordarci sempre che le emozioni guidano i processi di apprendimento

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Non siamo ancora usciti dalla pandemia e la scuola appena iniziata, impegnata non poco con le misure di controllo, le sicurezze da garantire, i turni e gli innumerevoli problemi gestionali, sembra trascurare interrogativi del tipo «Ma come stanno i ragazzi?» e «Come stanno i docenti?»
L’urgenza di lasciare alle spalle quello che è accaduto, ci spinge a riprendere con gli stessi ritmi di prima del Covid o, forse, ancor più accelerati, perché sospinti dal bisogno di recuperare il tempo vuoto accumulato.
Non dovremmo dimenticare che, insieme a noi, i ragazzi hanno vissuto un lungo tempo di incertezza e di imprevedibilità e sono stati esposti a dosi massicce di stimoli emotivi e all’alterazione della consueta routine quotidiana.
Esperienze forti, a volte destabilizzanti.
 
Eppure la scuola, per quanto riguarda gli studenti, sembra concentrarsi di più sulle mancanze cognitive, convinta che la didattica a singhiozzo e la deprecata DAD, abbiano prodotto vuoti incolmabili e future sciagure.
Pensiero che sembra alimentare adesso la necessità di correre a gran velocità per riempire scarse conoscenze e perdita di competenze.
Ma per quanto giuste siano le attenzioni alle funzioni dell’istruzione scolastica, mi chiedo se ci sono altrettante preoccupazioni per aiutare alunni e studenti a elaborare quello che è accaduto.
Se coltiviamo la fiducia che il vaccino e l’esaurirsi del contagio ci possano portar fuori dalla pandemia, non possiamo sperare di dimenticare in fretta ciò che abbiamo vissuto o pensare che non sia accaduto nulla.
 
Gli effetti del trauma continueranno ad esserci anche oltre il Coronavirus perché il trauma ha tempi lunghi per essere risolto.
La salute mentale e psichica dei giovani rimarrà precaria se la scuola non andrà a preoccuparsi dello stress accumulato e cercherà solo di migliorare le performance cognitive.
L’ansia è massicciamente presente nei vissuti dei ragazzi.
Ha molti volti con cui si manifesta perché è paura dell’incerto o preoccupazione per quello che gli altri pensano di loro, oppure è timore di non farcela o paura della paura e degli attacchi di panico sempre più presenti nelle segnalazioni di sofferenza.
E poi insicurezza estesa, visione negativa del futuro, tendenza alla procrastinazione che blocca o fa sospendere il percorso di sviluppo, stato di tensione acuta e rabbia che sono tutte forme del disagio psichico che può rendere intollerabile il malessere.
 
Ne segnalano con forza l’aumento dei casi, i servizi per la salute mentale in età evolutiva che mettono in evidenza quanto l’adolescenza di oggi sia più a rischio del passato di scivolare nella sofferenza psichica grave.
Manifestazioni di autolesionismo come i tagli sul corpo, i disturbi alimentari e le intenzioni suicidarie, possono restare nascoste ai più e non trovare ascolto perché l’attenzione all’apprendimento prevale sul piano emozionale.
Eppure dovremmo ricordarci che le emozioni guidano i processi di apprendimento.

Prima viene la sfera emotiva e poi quella cognitiva.
Ricordiamo tutti quanto l’ansia possa averci bloccato ad una interrogazione o a un esame.
È la gestione della sfera emotiva che ora va attenzionata nella scuola.
È il dare spazio a ciò che si prova, l’insegnare a tollerare e trasformare le emozioni, ma anche l’educare alla narrazione di quello che si sente.
In fondo sono le «parole per dirle» che mancano e che la scuola dovrebbe fornire.

Giuseppe Maiolo
Università di Trento - www.iovivobene.it

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