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Halloween e il valore delle narrazioni – Di Giuseppe Maiolo

La povertà narrativa di oggi purtroppo rischia di farci cogliere solo gli aspetti spettacolarizzati della morte, che così non appartiene più a nessuno

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Halloween non ci appartiene come cultura, ma ai bambini piace questa festa di provenienza celtica.
Un tempo serviva a rappresentare il momento del passaggio dalla vita alla morte e a raccontare del cambiamento con cui ogni individuo deve fare i conti.
Non a caso l’autunno è da sempre il tempo in cui la psiche incontra in maniera ravvicinata l’esperienza ciclica della morte e spesso ne manifesta con ampi sintomi la sofferenza.
Ora, nel tormentone del «dolcetto scherzetto», i piccoli di oggi vivono con divertimento il grande tema della morte.
 
Gli scherzi «spaventosi» che abbondano nei giorni di Halloween hanno la funzione di rendere accettabili i terrori dell’infanzia che ogni bambino vive soprattutto in relazione all’abbandono e alla perdita, alla solitudine e al vuoto di sicurezze.
Poi quel turbinare di zucche vuote a mo’ di teschio che illuminano le notti di fine ottobre e il travestimento ricorrente dei bambini che mettono in scena mostri e streghe, zombi e vampiri assetati di sangue, sono un’usanza vecchia quanto il mondo per provare a esorcizzare le tante paure che albergano dentro di noi.
 
Paure, non a caso narrate in mille modi diversi in tutte le fiabe che si rispettano, le quali però, con il lieto fine, consentono di coltivare la fiducia e la speranza.
La scenografia dei giorni Halloween è ciò che resta di antichi riti pagani che in autunno con il buio e il freddo annunciavano l’imminente carenza delle risorse capaci di mettere in pericolo la sopravvivenza.
Con la festa di Samhain del primo di novembre, iniziava per i Celti un nuovo anno considerato come il punto di congiunzione tra buio e luce, ma anche tra il mondo dei vivi e l’Altro Mondo per il quale, essi credevano, ci fosse solo un semplice passaggio di stato.
 
La Cristianità che poi ha assorbito questa festa pagana, con il culto dei morti e la festa dei santi, ha ripreso gli elementi fondamentali e nei riti in memoria di chi non c’è più ha sottolineato l’importanza della memoria e delle narrazioni che l’accompagnano.
Tuttavia anche nella storia di Halloween c’è l’importanza del racconto.
La più antica delle leggende celtiche che veniva raccontata nella notte del 31 ottobre è quella di Jack, il fabbro ubriacone che gli irlandesi hanno portato con loro negli Stati Uniti, da dove è arrivata a noi.
Una storia come tante altre, si dirà, che però serviva per parlare del bene e del male, del passato e del presente.
 
I riti pertanto hanno sempre bisogno di narrazioni.
Purtroppo oggi non si raccontano più storie di nessun tipo e Halloween come tanti altri eventi, rischiano di restare feste solamente giocose e divertenti oppure commerciali se nessuno ne narra più i significati.
Per fare questo c’è bisogno di educatori capaci di ricordare e raccontare storie di vita di persone scomparse a cui dobbiamo memoria.
La povertà narrativa di oggi purtroppo rischia di farci cogliere solo gli aspetti spettacolarizzati della morte, la quale resta fuori dal ciclo dell’esistenza e non appartiene più a nessuno.
 
Per crescere e dare un senso agli eventi non bastano allora solo i mascheramenti e le divertenti finzioni.
I piccoli hanno la necessità di coltivare lo spazio interno della fantasia, anche quella spaventosa e terrificante fatta dei mostri che albergano le profondità oscure dell’anima e che minacciano la vita stessa.
Le narrazioni che dobbiamo loro, anche le più terrifiche, non sono mai pericolose anzi, come dimostrano le fiabe, aiutano a gestire le paure e le angosce e a convertire l’energia che blocca in risorsa utile a progettare il futuro.

Giuseppe Maiolo – psicoanalista
Università di Trento - www.officina-benessere.it

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