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Bocciatura? Elogio del fallimento – Di G. Maiolo, psicoanalista

Ai genitori di figli bocciati suggerisco le stesse parole di Samuel Beckett: «Prova ancora, fallisci ancora, fallisci meglio!»

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La scuola sta finendo! È un incipit che mi ricorda la mitica canzone di Righeira «L’estate sta finendo e un anno se ne va / Sto diventando grande lo sai che non mi va».
E mi sembra in piena sintonia con quello che succede ora, quando ragazzi e ragazzini, ma anche famiglie e genitori, fanno i conti con i risultati scolastici possibili.
Allievi e studenti passano ore a calcolare le medie dei voti e a immaginare verifiche e interrogazioni salvifiche.
In realtà, gran parte di loro sa come andrà a finire l’anno e quando glielo chiedo io, come consulente, rispondono con molta sincerità e mi dicono le loro previsioni negative.
Ad alcuni chiedo se il versetto «Sto diventando grande, lo sai che non mi va!» può spiegare quel fallimento annunciato, in quanto paura di crescere e inconscio tentativo di restare piccoli.
Spesso annuiscono con la testa.
 
Tacciono però con i genitori e non dicono dei fallimenti in arrivo per non farli star male. Anzi accampano illusioni di recuperi all’ultimo metro della corsa.
Le madri intuiscono la «sventura» imminente e, in preda all’angoscia, ti chiamano per chiedere cosa si può fare e per sapere il perché. Forse non ci arriva? O non si impegna a sufficienza?
Qualche genitore si dispera e attacca la scuola per le sue inadempienze, qualche altro recita il mea culpa, ma soprattutto ti chiedono se sta male e ha qualche problema psicologico e se c’è la formula magica che può salvarli dalla bocciatura.
 
Perché il problema grosso per i genitori è quello di evitare questa esperienza e preservare i pargoli dall’inciampo che è ancora un tabù, un’onta da evitare, neanche fosse un’annotazione sulla fedina penale!
È una evidente esagerazione ma, non di rado, è il vissuto di molti genitori che hanno ancora memoria dei propri personali insuccessi, non metabolizzati, e che si rivedono nei fallimenti dei figli.
Così di fronte alla domanda sul che fare con un figlio che rischia di ripetere l’anno, di solito rispondo «Non gli dia un premio, ma gli lasci fare questa esperienza! Non farà male!» e aggiungo «Io sono stato bocciato più volte sia alle medie che al liceo».
 
La realtà è che tutta la società di oggi ama il successo e ritiene il fallimento una prova negativa.
Niente di più sbagliato.
Purtroppo è devastante la rincorsa alla perfezione che chiediamo ai figli e più ancora è il binomio «competitività-successo» che attribuisce al fallimento un significato totalmente fuorviante e soprattutto quando la bocciatura diventa uno stigma e un giudizio: «Sei un fallito» cioè un incapace, uno che non sa e non avrà mai possibilità.
È vero il contrario, invece, dal momento che il fallimento di una prova è una caduta e, nelle arti marziali, cadere è parte integrante della «lotta».
 
Serve per capire cosa è successo e apprendere come rialzarsi, non a evitare la caduta. In questo senso ogni fallimento ti fa crescere ed è terapeutico.
Ti insegna come ci si deve muovere e in che modo affrontare la vita. Se non cadi, rischi.
Qualcuno deve aver detto che «L’unico vero errore da evitare è quello da quale non si impara nulla».
Ai genitori pertanto in questo periodo suggerisco di rispondere ai figli che falliscono a scuola o altrove come nello sport, con le stesse parole di Samuel Beckett: «Prova ancora, fallisci ancora, fallisci meglio!»

Giuseppe Maiolo - psicoanalista
Università di Trento - www.iovivobene.it

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