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Il bullismo a scuola – Di Giuseppe Maiolo, psicoanalista

La «baby gang» è una sorta di combriccola guidata da un capo capace di aggregare altri bambini o ragazzini e farli esercitare in atti trasgressivi e offensivi

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La scuola è finita anche quest’anno ma a bilancio c’è sempre l’inquietante incremento del bullismo.
Secondo alcune indagini il fenomeno coinvolge 5 minori su 10 e l’ISTAT nel corso del 2017 ha evidenziato che l’età più a rischio è quella tra gli 11 e i 13 anni.
Ma altri, come Telefono azzurro, segnalano che già alla primaria 1 su 4 sono i bambini che subiscono atti di prevaricazione e sopruso, minacce e offese.
Inoltre negli ultimi tempi c’è stata un’esplosione di aggressività nei confronti degli insegnanti. Non è vero e proprio bullismo ma è comunque l’espressione di quanto i comportamenti violenti si stiano diffondendo e gli argini di contenimento educativo siano sempre più deboli.
 
Per molte di queste aggressioni, sia reali che virtuali, oggi si parla di «baby gang».
Può sembrare eccessivo ma in realtà spesso le prevaricazioni sono compiute non tanto da un singolo, quanto da un gruppetto di minori che se la prende con la vittima designata, magari il compagno più timido o quello con qualche problema fisico, oppure terrorizza un’intera classe.
Si tratta di una sorta di combriccola guidata da un capo, il cosiddetto leader, capace di aggregare altri bambini o ragazzini e farli esercitare in atti trasgressivi e offensivi.
In psicologia sociale il fenomeno di queste aggregazioni è stato studiato a lungo e ha messo in evidenza il fatto significativo che il bullo-leader, rappresenta un modello positivo.
Viene ammirato per la capacità di sapersela cavare nelle diverse situazioni e perché sa sfidare l’autorità.
In adolescenza poi, la partecipazione al gruppo risponde ai compiti evolutivi che spingono verso la separazione dal mondo degli adulti e consentono a ciascuno dei partecipanti di condividere le esperienze di trasgressione.
Nelle azioni aggressive e socialmente inaccettabili, il far parte della banda sostiene il singolo, gli consente di «diluire» con i compagni le responsabilità e contenere o annullare il senso di colpa.
 
Parallelamente la vittima tace perché ha vergogna di dire quello che gli accade e ha paura di essere ulteriormente ferito.
Poi, ancor più grave, vi è il silenzio di chi vede e non dice, di chi osserva e fa finta di non sapere.
Chi assiste non parla in quanto teme ritorsioni che spesso non sono di natura fisica ma che comportano isolamento e esclusione.
Far parte della «gang» in effetti vuol dire accettare un codice di comportamento che, pena l’espulsione dal gruppo, in sostanza vieta il ricorso all’adulto.
Così a scuola insieme al bullismo regna l’omertà. Contrastarli vuol dire prima di tutto rompere la cultura del silenzio e del «mi faccio gli affari miei» che gli operatori scolastici, con urgenza, dovrebbero inserire nel progetto educativo ed essere attrezzati a riconoscere precocemente i segnali inquietanti del fenomeno violenza tra pari.
 
Giuseppe Maiolo  
Docente di Psicologia dello sviluppo – Università di Trento
www.officina-benessere.it

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