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Genitori separati e affido dei figli – Di G. Maiolo, psicoanalista

La riforma che sta per essere varata in parlamento non pone attenzione ad alcuni aspetti psicologici di grande rilievo

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Ci siamo abituati, negli anni scorsi, ai bambini con la valigia sempre pronta, usata non per fare vacanza quanto piuttosto per andare da casa della mamma a quella del papà e viceversa.
Figli perennemente migranti per volontà di genitori separati e convinti che il tempo uguale da passare con uno e con l’altro riduca la sofferenza della separazione.

In molti anni di lavoro con i minori e le famiglie in crisi, ho incontrato molte di queste situazioni e ho anche visto bambini che cambiavano casa ogni due giorni!
Ora però, se passerà il Disegno di Legge presentato dal senatore Pillon, oltre a definire alcune nuove prassi per la bi-genitorialità, imporrà ai figli di passare mensilmente un tempo eguale con i genitori. O almeno 12 giorni.
A prima vista potrebbe sembrare un provvedimento utile a rivedere l’istituto dell’affido condiviso che nella gran parte dei casi non ha risolto i problemi soprattutto dei minori. 
 
Che poi sia una proposta salomonica a vantaggio dei figli è tutto da vedere.
Di certo potrebbe essere di aiuto a quei padri separati animati da un autentico desiderio di accompagnare la crescita dei bambini.
Ma poiché le nuove disposizioni pensate si inseriscono nella realtà delle famiglie con situazioni di grave conflitto o di violenza domestica, il tema dell’affido è estremamente delicato e complesso.
A me personalmente colpisce la mancanza di attenzione per alcuni aspetti psicologici di grande rilievo.
 
Non credo si possa pensare che la «genitorialità perfetta», cui tende la legge, sia data dal garantire tempi uguali di convivenza con i genitori.
Il disegno in discussione, come fa notare il CISMAI (Coordinamento Italiano Servizi Maltrattamento all’Infanzia), è «fortemente orientato a tutelare gli interessi degli adulti a discapito di quelli dei bambini».
L’idea stessa dei tempi di frequentazione «paritetici o equipollenti» fa pensare che i figli siano percepiti come un bene materiale che può essere «spartito» tra i genitori.
Non sembra presente il pensiero che essi sono soggetti con bisogni diversi che variano in ogni fase evolutiva.
La loro crescita armonica passa anche attraverso la stabilità data anche dai luoghi di vita come la casa abituale in cui essi possono mantenere abitudini, interessi e una consolidata realtà sociale di riferimento.
 
Non basta poi solo la quantità di tempo per sostenere la crescita dei minori ma serve coniugare quantità a qualità.
«I tempi paritari e il doppio domicilio dei figli sono in contrasto con la tutela del minore» afferma l’Associazione Italiana Psicologia Giuridica, che sottolinea l’importanza di non stravolgere le abitudini di vita dei figli di separati.
Mantenere una sufficientemente buona bi-genitorialità (non perfetta!) vuol dire prima di tutto garantire loro un clima di ridotta conflittualità e riconoscergli il diritto di non essere sballottati da una parte all’altra per i bisogni degli adulti. 
 
Se poi questi ultimi hanno offerto ai figli un ambiente di vita fatto di violenza assistita o maltrattamento psicologico e continuano a gestire le loro relazioni in modo altamente conflittuale, non possono e non devono essere obbligati dalla legge a trovare una mediazione tra di loro come si afferma nel testo.
Pur essendo la mediazione familiare un intervento prezioso, non è applicabile con la forza.
Lo sostiene la comunità scientifica e la Convenzione di Istanbul, ratificata anche dall’Italia.
Poi nel Decreto legge in discussione, emerge un altro grave e preoccupante elemento di violazione dei diritti del minore quando questi manifesta il rifiuto a incontrare uno dei due genitori. 
 
Fa specie che si parli subito di manipolazione del figlio e si abbia come riferimento la «Sindrome di alienazione parentale».
Questa forma di disturbo a tutt’oggi non trova alcun riscontro scientifico.
È pertanto sconcertante che il Disegno di legge in via automatica preveda da parte del giudice l’applicazione di misure di protezione del minore e il suo collocamento presso una comunità se esprime il suo punto di vista.
Egli ne ha tutto il diritto e, prima di qualsiasi provvedimento, va ascoltato e adeguatamente valutato sul piano psicologico per quella che è l’attendibilità delle sue affermazioni e la ragione dei vissuti e dei suoi comportamenti. 
 
È «grave violazione dei suoi diritti» dice il giudice Giulia Marzia Locati del Tribunale di Torino.
Ma è ancora di più violenza che si va ad alimentare se l’impianto della legge non verrà modificato, perché non riformerà niente ma andrà a incrementare il conflitto familiare e la sofferenza dei soggetti più deboli, in particolare dei minori.
 
Prof. Giuseppe Maiolo
Doc. Psicologia dello sviluppo – Università di Trento

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