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Niente cellulare ai bambini? Di Giuseppe Maiolo, psicoanalista

Meglio regole e più coerenza dei genitori, perché la pericolosità non sta nella realtà virtuale e nella tecnologia ma nel modo con cui viene utilizzata

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Qualche mese fa un bell’articolo comparso su vitadamamma.com sosteneva l’importanza di «Togliere i cellulari dalle mani dei figli per restituire loro i meccanismi naturali della creatività».
Così recitava l’incipit dell’intervento che ha visto numerose condivisioni.
Ma se regolamentare l’uso dei dispositivi digitali per i bambini piccoli è importante, non so però quanti genitori siano davvero consapevoli che un comportamento si corregge non tanto con i divieti e le punizioni, quanto con l’esempio.
E poi l’autrice della riflessione dice che i compiti principali dei genitori di oggi sono quelli di educare all’uso consapevole della rete e, allo stesso tempo, non far perdere il rapporto con la natura.
Si tratta allora, non di togliere il cellulare, ma prima di tutto riconoscere il diritto che hanno i bambini di essere educati prestissimo al suo utilizzo corretto ma al contempo aiutati a conoscere e rispettare la natura che li circonda.
 
Non si toglie ma si aggiunge, dunque. È dovere degli adulti di riferimento fornire gli strumenti che servono per gestire bene la tecnologia e saperla adoperare nella vita quotidiana ma al contempo dare ai figli il tempo per stare a giocare con loro ai giardini, narrare storie e emozionarsi insieme.
Serve poi interagire con regolarità e non solo nei momenti residuali.
È ancora di più necessario stare con loro al parco mentre giocano con i compagni, osservarli con attenzione e non solo con un occhio mentre l’altro è impegnato sui social.
Questo è il punto: esserci davvero ed essere modelli di riferimento affidabili e coerenti.
Perché nel genitore ci deve essere coerenza tra il dire «niente cellulare» e il proprio modo di vivere questo tempo tecnologico, dove tutti utilizzano i dispositivi di comunicazione da mattina a sera.
 
Fare il mestiere del genitore non è mai stato più complesso di ora.
Perché oggi è necessario diventare educatori 2.0, in grado di riconoscere la lingua della comunicazione digitale e saper integrare i linguaggi vecchi con quelli nuovi. Il che vuol dire non demonizzare la tecnologia, ma individuare uno stile di vita adatto alla realtà in cui ci troviamo per scoprire la dieta giusta.
Perché serve una «dieta tecnologica» che ci aiuti non tanto a eliminare quanto a dosare.
E poi c’è bisogno di saper comunicare ai figli non con le parole ma con l’esempio.
Va sottolineato questo perché adesso conosciamo uno dei pericoli più minacciosi delle relazioni che si chiama «phubbing» ed è la nuova forma di trascuratezza.
La parola inglese composta da phone (telefono) e snobbing (snobbare), infatti indica un comportamento per lo più degli adulti, fatto di disattenzione e distanza, in quanto l’attenzione è maggiormente rivolta al proprio dispositivo mobile che agli occhi dell’altro e all’ascolto dell’interlocutore. 
 
L’educazione efficace deve essere quanto più coerente possibile e attenta a mostrare con i fatti le regole del comportamento.
Oggi l’educatore deve essere consapevole degli aspetti positivi della tecnologia e non trascurare i veri pericoli della rete e i rischi derivanti dall’utilizzo eccessivo dei dispositivi.
I minori per crescere invece, hanno come sempre bisogno di modelli autentici e non contraddittori, capaci di dare con fermezza indicazioni e limiti, come pure protezione e sicurezza.
Vi è dunque necessità di genitori e educatori competenti che, ad esempio, conoscano il fascino dei videogiochi e li sappiano apprezzare, ma che siano al contempo in grado di proporre attività ricreative efficaci e alternative al mondo online.
La pericolosità non sta nella realtà virtuale e nella tecnologia ma nel modo con cui viene utilizzata e, soprattutto, se ne fa un utilizzo esclusivo.

Giuseppe Maiolo
Università di Trento
www.officina-benessere.it

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