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Come si cresce oggi tra like e follower? – Di G. Maiolo, psicoanalista

Di certo continueremo a non farli crescere se non educheremo le nuove generazioni al valore della sconfitta, alla sua gestione e all’umanità che ne scaturisce

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«Ciascuno cresce solo se sognato». Così scriveva Danilo Dolci molti anni fa.
Ed è esattamente quello che anch’io nel lavoro con gli ho adolescenti in crisi ho sempre trovato. Hanno un acuto bisogno di essere pensati, cioè di stare nei pensieri dei gli adulti e in particolare dei genitori. Perché «essere pensati» vuol dire sapere che c’è qualcuno che ti guarda, ti osserva e ti ascolta, che si occupa di te, qualche volta che si preoccupa, ma poco.

Vuol dire avere la consapevolezza che i tuoi ci sono e ti sanno aiutare quando ce n’è bisogno ma allo stesso tempo ti lasciano cadere se ti capita di inciampare e poi ti spingono a rialzarti da solo per riprendere il cammino.
Oggi invece si cresce da soli, a volte dimenticati perché abbonda la distrazione o la disattenzione degli adulti che alla fine è trascuratezza.
Oppure si diventa grandi con il mito di dover essere sempre vincenti e la convinzione che non è ammesso inciampare e sbagliare.
In fondo questo accade grazie a madri e padri iperprotettivi che hanno bandito l’idea del fallimento dei figli.
Nella società dei like e dei follower si cresce così, con l’unico obiettivo di avere successo e diventare a tutti i costi popolari e iperattivi, capaci di primeggiare e competere con tutti.
 
Competizione e confronto sociale sono divenute ora pressioni intense che ogni giovane vive nel tempo lungo e stressante dell’adolescenza a cui si aggiungono le aspettative elevate che i genitori indirizzano ai figli fin dalla nascita come quelle di essere belli, bravi e famosi.
Si attraversa l’adolescenza non più con gli scontri e i conflitti generazionali, con le trasgressioni e le ostilità verso i padri, ma con la paura di non essere all’altezza delle loro aspettative.
Si affronta l’epoca dei cambiamenti epocali relativamente al corpo, alle relazioni e alla sessualità, con ansia e vergogna, ma più di tutto con delusione.
Soprattutto quella di non riuscire a realizzare gli enormi ideali e le attese costruite durante l’infanzia.
 
Il tempo delle «passioni tristi» si è trasformato nel tempo del corpo negato perché in rete si può nascondere, della vergogna perché non piace e appare imperfetto e del ritiro sociale.
Gli hikikomori - che sono quei ragazzi isolati, in fuga, che scappano dal mondo e si tirano in disparte dalla società per paura di sbagliare e non andar bene per nessuno - sono giovani in uno stand-by forzato per fuggire dal dolore.
Si cresce in questo modo oggi. Si diventa grandi a fatica perché non vi sono obiettivi personali ma abbondano quelli innumerevoli dei genitori che li vogliono sempre forti e vincenti.
 
Sbagliare e cadere sembra non sia consentito perché queste esperienze evocano colpa e fallimento nei pensieri di madri e padri che aspirano ad essere perfetti come genitori.
Ai giovani così basta un nonnulla per sentirsi falliti su tutti i fronti.
Da bambini super, diventano adolescenti fragili, incapaci di sopportare frustrazioni e sofferenze, impreparati alla fatica e alla resilienza.
Ma li abbiamo imbrogliati noi questi ragazzi, facendo credere loro che tutto è possibile senza limitazioni e freni. Tantomeno regole.
 
Chiediamoci se i modelli educativi utilizzati in prevalenza non siano stati quelli di sostenere che il dolore va eliminato subito con antidolorifici pronto uso.
Domandiamoci se questa scarsa resistenza dei figli non venga proprio dalla mancanza di genitori poco autorevoli e padri mancanti che non hanno mai giocato a braccio di ferro coi figli che è un gioco per far muscoli e imparare a tenere duro.
Di certo continueremo a non farli crescere se, come sosteneva Pier Paolo Pasolini, non educheremo «le nuove generazioni al valore della sconfitta, alla sua gestione e all’umanità che ne scaturisce».
 
Giuseppe Maiolo
Docente di Psicologia delle età della vita
Università di Trento
www.officina-benessere.it

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