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Lo sguardo distante della trascuratezza – Di G. Maiolo, psicoanalista

Non si deve pensare che la trascuratezza sia solo quella del genitore che si scorda il figlio in macchina sotto il sole cocente...

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La parola «negligenza», nella lingua italiana, sembra andata in disuso.
Riguarda il comportamento svogliato di chi mette poco impegno nel proprio dovere.
In inglese si dice «neglect» ed è invece un termine molto utilizzato per indicare la trascuratezza, che è una forma di maltrattamento.
Colpisce il fatto che la trascuratezza sia un male in continua crescita, soprattutto se ogni anno con la «Giornata mondiale dei diritti dei bambini» del 20 novembre insistiamo con l’affermare quello che serve ai bambini per crescere e quello che li ferisce.
Le ricerche ci dicono che il maltrattamento in aumento è la disattenzione fisica, materiale e affettiva, nei confronti dei bisogni del bambino proprio quando, nei primi anni di vita, è fondamentale l’attenzione e la vicinanza, cioè le cure amorevoli del genitore.
 
Uno studio del CISMAI e di Terre des hommes del 2014 segnalava che nei servizi (sociale, psicologico e neuropsichiatrico) il 52,7% dei minori presi in carico per maltrattamento, è vittima della negligenza genitoriale.
Si tratta di bambini trascurati e abbandonati a loro stessi che subiscono la distanza dello sguardo di genitori disattenti e omissivi, incapaci di soddisfare le esigenze primarie dei figli, oppure carenti sul piano affettivo e assenti su quello educativo.
Così non si tratta di pensare che la trascuratezza sia solo quella del genitore che si scorda il figlio in macchina sotto il sole cocente.
La negligenza più diffusa è quella comune e quotidiana, fatta di gesti e azioni offensive che non sono mortifere, ma altrettanto danneggianti.
È una forma di violenza sottile, difficile da far emergere, perché nascosta in mezzo alla fretta con cui oggi si vive e apparentemente giustificata dalle mille incombenze lavorative che affliggono gli adulti. 
 
Si manifesta nella quotidianità quando, ad esempio, un bambino viene ripetutamente ritirato in ritardo dal nido o dalla scuola dell’infanzia, oppure ogni qualvolta gli adulti si scordano di fornirgli la merenda per la pausa.
Sembrano piccole cose ma feriscono in profondità e che vanno lette come azioni inconsciamente offensive e atti mancati che nascondono insoddisfazione, rabbia e pulsioni violente.
Oggi poi, complici le nuove tecnologie digitali, la trascuratezza rischia di aumentare a dismisura e vestire abiti consoni al tempo in cui viviamo.
C’è ad esempio quando, suggestionati dal potere dei dispositivi digitali e catturati dal fascino del display retroilluminato, non ci guardiamo più negli occhi.
Questa distanza dello sguardo prodotta dai telefonini ha già un nome e si chiama «Phubbing».
 
È questa la nuova trascuratezza. Una forma diffusa di distrazione che porta un po’ tutti ad essere più concentrati sul proprio smartphone che sull’ interlocutore di fronte a noi.
È la crescente mancanza di interazioni visive che riduce l’ascolto e la partecipazione a renderci trascuranti.
Perché se stiamo altrove con il pensiero e con i sentimenti finiamo per essere emotivamente distanti gli uni dagli altri in un crescendo di isolamento fisico e psicologico che è davvero pericoloso.
I danni non sono ancora immaginabili, ma le ipotesi sono allarmanti.

Giuseppe Maiolo
Psicoanalista
Università di Trento

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