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Curare il maschile per combattere il femminicidio – Di G. Maiolo, psicoanalista

I maschi devono riconoscere a livello individuale e collettivo quella dimensione profonda di violenza che appartiene al loro essere maschile

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La barbarie del femminicidio sembra inarrestabile, soprattutto se stiamo alle cronache che ci segnalano delitti e tragedie che sembrano uscire dal Medioevo.
I fatti terribili degli ultimi giorni sono la dimostrazione spaventosa che perdura ancora quella piaga sociale che chiamiamo violenza di genere e domestica e che trova l’espressione massima nel femminicidio.
I dati ufficiali dell’Istat relativi al 2018 ci consegnano la fotografia inaccettabile di un paese ancora incapace di contenere il proliferare degli abusi, delle prepotenze e delle violenze dei maschi sulle donne.
Essi segnalano tragicamente che il femminicidio nell’85% delle volte avviene in famiglia per mano di un uomo che spesso è marito o compagno della vittima.
 
E non è mai per via di un raptus improvviso di quel maschio o del suo stato di stress che compromette la capacità di autocontrollo.
L’assassinio di una donna è sempre il culmine tragico e intenzionale di una violenza che pre-esiste nel rapporto di coppia.
È l’azione mortifera di un persistente accanimento morboso sul femminile che in ogni caso accompagna quella relazione disturbata, costituta per lungo tempo da abuso fisico e psicologico, stalking e persecuzione.
Diviene, allora, assolutamente necessario e urgente tentare il possibile per sospendere questa impressionante «mattanza» e cercare una cura preventiva di quel maschile realmente disturbato che è possibile trovare dentro le esistenze «corazzate» di quei maschi incapaci di contenere e gestire i sentimenti perversi del male.
 
Sappiamo da tempo che urge rivedere il progetto educativo dei figli e soprattutto dei giovani maschi, i quali in questo momento di assoluta «liquidità» di valori e carenza di esempi educativi, stanno crescendo fragili e incapaci di gestire emozioni e relazioni, privi di competenza empatica e attenzione ai vissuti degli altri.
Perché, e anche questo è risaputo, conta molto la carenza o la mancanza di empatia nelle tragedie più turpi e nei crimini più efferati.
Allo stesso tempo però, dovremmo pensare, e con non poca inquietudine, alla dimensione personale e forse strutturale del maschile che contiene un denso e stratificato grumo di violenza, nascosto nel tessuto profondo della psiche, certamente difficile da scovare, ma la cui pulsionalità distruttiva ogni uomo è chiamato a rintracciare.
 
Non si tratta di giustificare l’oscuro Mr. Hyde che alberga nell’ombra della coscienza.
È piuttosto il punto da cui i maschi possono e devono partire per sviluppare la forza di integrare gli opposti e imparare a gestire quel flusso di energie negative che abitano le parti inconsce e sfuggenti di ognuno di noi.
Perché, a vedere questa ecatombe di donne uccise con tanta malvagità dai maschi, può non bastare più la difesa comune degli uomini che sono realmente rispettosi delle donne.
 
Credo sia necessario invece che i maschi, a livello individuale e collettivo, lavorino intensamente per il riconoscimento di quella dimensione profonda di violenza che appartiene al loro maschile la quale, se è vero che non contagia ogni maschio, continua però a impedire l’adeguato contenimento di un «morbo» spaventoso quanto devastante.

Giuseppe Maiolo
Psicoanalista - Università di Trento
www.officina-benessere.it

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