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Per un'educazione digitale – Di Giuseppe Maiolo, psicoanalista

Prendiamo lo spunto dal gruppo spavaldo di ragazzi di Bolzano che si video-riprende mentre fanno acrobazie all’esterno di un treno in corsa e diretto a Merano

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Il Safe Internet Day (SID) che si celebra quest’anno punta ancora alla sicurezza in Rete con lo slogan «Connessi e sicuri».
La sicurezza dunque è il tema principale. Sicurezza per la popolazione giovanile e per l’infanzia ma sicurezza come obiettivo anche degli adulti, genitori e educatori dei centennials. Soprattutto perché gli adulti con conoscenze adeguate sulla sicurezza dei dati contenuti nel proprio cellulare, secondo le statistiche italiane, sono solo il 10%.
La carenza di queste competenze espone ai vari pericoli della rete e non protegge i minori.
 
La maggior parte dei bambini e degli adolescenti che incontro nelle scuole quasi ogni giorno, dotati di smartphone fin dai 7-8 anni, conosce troppo poco i rischi che si corrono in Internet, che non sono solo quelli dei dati, ma riguardano la sicurezza personale a seguito di comportamenti pericolosi.
La percezione del rischio tra i giovani così è bassa e sono in aumento i comportamenti «al limite» come le challenge, cioè le sfide estreme, che praticano i giovani per il piacere di diventare popolari.
Gira in questi giorni l’ultima e pericolosissima sfida di un gruppo spavaldo di ragazzi di Bolzano che si video-riprende mentre fanno acrobazie appesi all’esterno di un treno in corsa e diretto a Merano.
 
Allora è urgente fare prevenzione e modificare la cultura del rischio che impera ovunque. Serve una educazione digitale diffusa, dove in prima linea ci siano adulti competenti, la famiglia e la scuola.
L’azione preventiva però non si deve limitare alla regolamentazione dell’uso del cellulare né unicamente a mettere in atto azioni punitive e restrittive del tipo «niente cellulare per una settimana».
Non è quello che serve alla generazione che «nasce» insieme allo smartphone e lo conosce precocemente in sala parto quando il padre presente all’evento, per fotografare il neonato, mostra prima il suo dispositivo e poi il volto.
Infanzia che si abitua al multiforme utilizzo del telefonino grazie alle madri che, fin dai primi mesi, lo usano per tranquillizzare al posto del ciuccio.
 
L’educazione digitale di cui oggi c’è un grande bisogno, deve fondarsi su una equilibrata “dieta tecnologica” e su regole precise e condivise.
I minori dovrebbero essere accompagnati precocemente a conoscere la Rete e dovremmo insegnare loro l’uso attento del potente smartphone.
Dovrebbero avere sia a casa che a scuola indicazioni su quando e dove andrà spento o silenziato.
E non sarà solo in classe, ma anche all’ospedale, a teatro o se si conversa con qualcuno, riservando importanza al contatto personale.
 
Bambini e adolescenti dovrebbero sapere che lo smartphone, se non in casi eccezionali, non va usato quando si mangia o si va a dormire, e che andrebbe lasciato fuori dalla camera da letto in un posto condiviso.
Genitori e insegnanti dovrebbero insistere sul divieto di inviare o pubblicare foto private, tantomeno messaggi offensivi e prese in giro.
Un’educazione digitale attenta e precisa serve per far capire ai «nativi digitali» che non vanno innescati litigi e offese quando si partecipa a una discussione.
Dovrebbero essere vietate, e anche sanzionate, le azioni di quei ragazzi che pubblicano post con offese e parole di odio, di pregiudizio e discriminazione razziale, sessuale, religiosa.
 
È poi necessario insegnare precocemente il galateo dei comportamenti in rete e nei social, ma anche far vedere, come adulti educatori, che non si offende né si denigrano gli altri anche se non si condividono le loro idee.
Educare al rispetto dei valori e dei sentimenti degli altri in rete è importante quanto insegnare a curare il linguaggio e contenere l’uso esagerato di faccine ed emoticon.
Perché c’è bisogno per tutti, grandi e piccoli, di saper dare un nome alle emozioni. Altrimenti finiamo per non riuscire più a riconoscerle in noi e negli altri.
 
Il bullismo e il dilagante odio online, si possono combattere se si forniscono conoscenze specifiche riguardo al rispetto e alla sicurezza per tutti.
Ma non bastano le parole educative. Contano di più gli esempi e il comportamento coerente degli adulti.

Giuseppe Maiolo
Psicoanalista - Università di Trento

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