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Coronavirus. Quando la paura diventa psicosi collettiva – Di G. Maiolo, psicoanalista

La paura fuori dal controllo della coscienza spinge a imitare le azioni degli altri senza alcun pensiero critico e attenua fortemente il senso di responsabilità personale

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La paura è un’emozione utile. Anzi necessaria. È come un campanello d’allarme che si aziona e ti fa reagire, senza il quale non potremmo vivere e ci troveremmo continuamente in pericolo.
Come per tutte le emozioni, però, è necessario saperla gestire e contenere la paura, altrimenti se in eccesso o gonfiata e fuori misura rispetto alla realtà delle cose, può divenire panico, ansia incontrollata o vero e proprio terrore.
Questo produce quel fenomeno chiamato «psicosi collettiva» che sarebbe meglio definire «isteria di massa».
È una forma di panico diffuso e contagioso, forse quanto o più del Coronavirus.
 
Adesso sta accadendo proprio questo. Da un mese e mezzo circa, da quando le notizie sulla diffusione del virus di provenienza cinese hanno cominciato a tenere banco su media, tra la popolazione mondiale è andata aumentando un’ansia generalizzata relativa al pericolo di una pandemia che in alcuni casi si è già trasformata in terrore collettivo.
Il problema non è la preoccupazione oggettiva per una possibile malattia contagiosa, la cui intensità se adeguata alla situazione oggettiva, serve per attivare le precauzioni del caso.
Viceversa è il panico e la sua rapida diffusione, la quale come reazione psicologica travolgente, dilaga e spinge chi si sente fortemente minacciato dal virus, verso la ricerca di un possibile colpevole.
 
Non è cosa nuova. Avviene ogniqualvolta gli individui in preda alla paura collettiva della morte, si sentono impotenti e si percepiscono incapaci di trovare soluzioni.
È a quel punto che comincia la caccia agli «untori» di manzoniana memoria. Essa è la testimonianza di una forma di contagio collettivo derivante dalla diffusione di emozioni negative propagate rapidamente a suon di suggestioni e idee errate che generano comportamenti aggressivi di inspiegabile intolleranza.
La risposta violenta che si materializza oggi è decisamente più intensa e diffusa, grazie alla velocità con cui a livello globale girano le informazioni, al sovraccarico mentale che si genera e alla nostra eccessiva esposizione mediatica alla paura.
Se poi diventa difficile la gestione di emozioni e sentimenti negativi, il bisogno di autoprotezione viene realizzato attraverso il potente meccanismo di difesa della proiezione.
 
Di fronte alla paura della morte evocata da questo nuovo virus cinese, la nostra psiche elabora l’idea di un «nemico» da combattere ed eliminare, sul quale è possibile proiettare l’angoscia.
Nonostante i dati di realtà e il numero delle persone contagiate, si fa strada a livello collettivo l’idea irrazionale di colui che, solo per il fatto di essere cinese, è portatore e diffusore del virus.
Tuttavia la psicosi collettiva non è una malattia mentale, quanto uno stato acuto di panico che fa «perdere la testa».
Ne risulta un comportamento irrazionale alimentato dall’intensa sensazione di minaccia che agisce su una parte specifica della corteccia cerebrale e produce un blocco della capacità di giudizio. 
 
La paura, fuori dal controllo della coscienza, spinge a imitare le azioni degli altri senza alcun pensiero critico e attenua fortemente il senso di responsabilità personale.
Per ridurre il rischio di essere travolti da sentimenti di angoscia e contenere quei costrutti mentali rigidi e di tipo paranoico, è allora necessario saper governare le passioni più intense ed essere in grado di gestire il proprio universo emotivo.
Ma anche accettare che paura e virus fanno parte della vita.

Giuseppe Maiolo - psicoanalista
Università di Trento
www.officina-benessere.it

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