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Una volta all'anno è lecito impazzire – Di G. Maiolo, psicoanalista

Carnevale e maschere, il tempo utile della follia: può servire a esprimere quegli aspetti interni diversi, confusi e confusivi da espellere e liberare

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«Una volta all'anno è lecito impazzire.»
Dicevano i latini ed era un modo per giustificare le follie del carnevale ma anche per assicurare un equilibrio alla psiche.
Nel senso che quella parte di follia che c’è in tutti noi può manifestarsi ed essere, in un tempo consentito, liberata. Saggezza di un tempo.
E allora gli scherzi, le maschere e le abbuffate di cibo. Carnevale per l’appunto.
Il periodo in cui si possono trasgredire le regole, concedersi abbuffate e orgie gastronomiche collettive, prendere in giro, travestirsi e assumere nel gioco della finzione, aspetti diversi.
 
Tradizione antica in parte derivata dai Saturnali, le feste pagane che i romani celebravano in onore del dio Saturno, signore dell’agricoltura.
Rappresentavano il passaggio dal vecchio al nuovo cosmo, dal buio alla luce e avevano la funzione di propiziarsi la divinità perché favorisse il rinnovamento della natura nella primavera imminente.
L'atmosfera festosa, permissiva e liberatoria alludeva anche alla necessità di dare spazio alle energie profonde necessarie per attivare ogni cambiamento.
Nel contempo però, erano anche una rappresentazione simbolica del caos che precede la rinascita dove tutto si rimescola e si confonde prima di ridiventare chiaro e distinto.
 
Il carnevale è allora il tempo degli eccessi, dell'istintualità repressa che acquista un volto, mostra il suo lato oscuro e fa vedere quella zona d’ombra nascosta in ciascuno di noi.
Più ancora consente di far emergere alcuni pezzi della propria follia congelata per renderla visibile a se stessi e agli altri.
Forse proprio per questo nel medioevo il «car naval», da cui secondo alcuni prende il nome, era chiamato anche «stultifera navis»: la nave dei folli.
Una nave o un carro come quelli che si preparano ancora ai nostri giorni, sul quale trova posto la follia, l'indistinto e il confuso e dove ognuno può perdere il proprio ruolo e l’identità per assumerne un’altra, mascherandosi.
 
Non a caso la caratteristica del Carnevale è proprio quella del travestimento e della maschera attraverso cui i ruoli si invertono così come i sessi, dove il confine con la realtà si altera lasciando il posto ad una bufera di ambiguità.
Tutto assomiglia ad un'orgia dionisiaca in cui ognuno può essere nessuno e centomila.
Carnevale dunque come valvola di sfogo di ciò che è stato represso nel corso dell'anno.
Ma anche momento di passaggio e di rappresentazione dei possibili volti nascosti dell'anima, e possibilità utile di mostrare il proprio doppio o l'altro che è in noi.
Con il mascheramento ci concediamo di far affiorare gli aspetti inferiori, quelli meno lucenti, più oscuri e satanici, normalmente nascosti ed esorcizzati.
Così attraverso le caricature di cartapesta prendono corpo e volto i demoni e le streghe, i vampiri e gli animali della notte o i fantasmi che alimentano l'immaginario collettivo.
 
Anche oggi allora il mascherarsi può servire ad esprimere quegli aspetti interni diversi, confusi e confusivi da espellere e liberare, a patto che poi siano davvero presi in consegna e integrati da una coscienza rinnovata.
Serve, infatti, non solo la catarsi del delirio carnascialesco, quanto la consapevolezza individuale e collettiva che le maschere in apparenza capaci di nascondere, dall’altra sono in grado di rivelare quegli aspetti interni a volte nascostamente desiderati o spesso inesprimibili che, resi coscienti, dovremmo saper accogliere, governare e modulare per non tornare a negarli e reprimerli.

Giuseppe Maiolo
Psicoanalista - Università di Trento
www.officina-benessere.it

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