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«Oh yes baby!» – Intervista esclusiva di Sandra Matuella

Shel Shapiro: «La musica ci fa battere il cuore». E considera un segno dei tempi il fenomeno «Sfera Ebbasta»

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Ospite d’onore della cena natalizia di Radio Italia Anni Sessanta, Shel Shapiro è arrivato a Villa Bertagnolli alle Novaline, nel bel mezzo di «Love and Peace», una tournée da sold out insieme al suo storico rivale Maurizio Vandelli (insieme nella foto di copertina), che farà tappa anche al Teatro Auditorium di Trento, il 31 gennaio 2019.
Frontman londinese del gruppo italiano «I Rokes», emblema, insieme appunto a Vandelli con la «Equipe 84», dei favolosi Anni Sessanta, con le canzoni «evergreen» da «È la pioggia che va», «Eccola di nuovo», «Che colpa abbiamo noi» e «Bisogna saper perdere», Shel Shapiro racconta la sua nuova avventura musicale in questa intervista esclusiva a L’Adigetto.it.


 
Shel Shapiro e Maurizio Vandelli, ossia due eterni rivali e due forti personalità, ora insieme sul palco: è una formula musicale inedita.
«È più una formula umana che musicale, perché è vero, noi due siamo opposti in tutto, abbiamo gusti talmente lontani che questo sodalizio ci sembrava altamente improbabile, invece ne è risultato un incontro molto divertente, combattuto, con una grande partecipazione di pubblico e, soprattutto, con grande musica e grande speranza: Love and Peace è una frase biblica che oggi sembra così vecchia da essere innovativa, rispetto alle notizie quotidianamente terribili. Amore e pace è il domani, non è l’oggi e tantomeno ieri; in altri termini, è l’aggiornamento della memoria a oggi.»
 
Dove sono più evidenti le diversità dei vostri gusti musicali?
«Emerge nella scelta degli arrangiamenti e nel nostro modo di essere, di immaginare, di configurare la musica; siamo sempre stati molto diversi, e in questa diversità stava parte del fascino dei due gruppi: uno neoromanticismo italiano dell’Equipe 84 e di Maurizio e il lato più rockettaro e trasgressivo, di rifiuto delle regole che avevo io con I Rokes. Ora questo connubio tra noi è assolutamente strano però intrigante.»
 
Siete due voci leader: come avete costruito la scaletta per convivere sul palco senza pestarvi i piedi?
«In scena ci prendiamo a pugni, e non poteva essere altrimenti – osserva scherzando – è difficile spiegare, dovete venire a vedere, infatti tutte le sere abbiamo una quantità di sold out che certo speravamo, ma non era per niente garantito e scontato, perché sono passati tanti anni, quindi questo è una conferma che a volte le pazzie, i contrasti, le contaminazioni le battaglie culturali hanno una fine positiva e funzionano.»
 
Musica, teatro, fra cui ricordiamo il suo intenso Mercante di Venezia con Moni Ovadia, visto anche al Teatro Sociale di Trento, e ancora cinema e televisione: qual è il segreto del suo successo?
«C’è la domanda di riserva? Questa è una domanda imbarazzante perché in certi momenti ho avuto molto successo e in altri meno, come tutti del resto, perché non c’è nessuno al mondo che ha sempre successo.
«E poi attenzione, ci sono anche gli insuccessi che sembrano successi, ma non lo sono. Quindi non so se ci sia un segreto, di sicuro quello che mi muove è il desiderio di scoprire storie e avere nuove avventure.»
 
Quindi il motore è la ricerca di emozioni sempre nuove?
«Oh yes baby!»
 
Parliamo dei favolosi anni Sessanta e Settanta: melodie memorabili e testi indimenticabili, a differenza della musica di oggi che al confronto sembra aver ben poco da dire…
«Questa è una è dichiarazione azzardata perché ogni epoca ha la propria musica, certe cose rimarranno nella storia e saranno i nostri figli e nipoti a decidere cosa rimarrà come all’epoca sono stati i nostri coetanei di allora a decidere di 29 settembre e E’ la pioggia che va.
«C’è sempre una generazione che sposa nell’anima un concetto, un sogno, lo insegue e lo porta avanti durante tutta la vita.»
 
Dagli anni Novanta in poi, però la canzone italiana ha perso gran parte delle sue capacità di lasciare traccia di sé e incidere nella memoria collettiva.
«Questa non è che una fotografia dei tempi e della nostra società dove i tempi del consumo sono totalmente cambiati: negli anni Sessanta la musica decideva la vita di tutti noi; e quando ero ragazzino era il battito del cuore a decidere anche in fatto di musica. Oggi invece, nell’epoca di internet, a far girare il sangue è più una app del telefonino.»
 
Oggi quindi con il mondo digitale c’è troppa freddezza, manca un po’ di calore umano?
«Diciamo che noi avevamo un modo di vivere, di consumare e di gioire delle nostre cose diverso dai ragazzi di oggi, e questo non significa che uno ha ragione e l’altro no, anche perché… Il mondo ormai sta cambiando e cambierà di più, ma non vedete nel cielo quelle macchie di blu… è la pioggia che va…»
 
Che consiglio si sente di dare a chi compone musica oggi?
«Di credere in quello che si sta facendo, e di crederci fino in fondo, altrimenti non ha valore: la convinzione, la determinazione la passione la fiducia e la rabbia sono il motore della vita.»
 
Oggi la rabbia viene intercettata da musicisti rap come il discusso «Sfera Ebbasta», i cui testi dopo la tragedia nella discoteca dove si doveva esibire, sono criticatissimi dallo stesso mondo dei social che lo ha prodotto.
«Trovo del tutto logico e normale che la speranza, la rabbia e i sogni non realizzati delle nuove generazioni trovino spazio in testi come quelli di Sfera Ebbasta: questo tipo di proposta musicale non è nata ieri, ma dieci anni fa, quando siamo stati tutti presi in giro da una classe politica indegna, io alla mia età fino ai giovanissimi: la manipolazione del potere ci fa incazzare, e vorremmo tutti qualcuno di pulito e di moralmente integro.
«Lo so che queste cose suonano quasi retoriche, però trovo vergognoso che parole come etica e morale oggi vengano considerate fuori tempo massimo.»
 
La rabbia musicale decisamente aggressiva, quando finisce nelle discoteche piene di giovani che sono poco più che bambini, non ci deve preoccupare?
«Noi dobbiamo essere sempre essere preoccupati di quello che fanno i nostri giovani, dovremmo cercare di comprenderli e lasciarli fare perché essere giovani è un mestiere molto difficile, specialmente oggi, con tutte le mancanze di possibilità e dove sembra che tutte le porte siano più semichiuse che semiaperte.
«Questa è una cosa brutta per tutti e lo è ancora di più per i genitori, almeno per quelli che fanno genitori davvero, che non lasciano fare ai figli quello che vogliono e che non intervengono solo per difendere i figli dai maestri di scuola; i maestri hanno ragione e se i figli non si comportano bene, vanno presi a calci nel sedere.»
 
Sandra Matuella – s.matuella@ladigetto.it

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