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Il Bel Paese tra Recovery Fund, Mes e Sure. Quale futuro?

Il significato e le finalità delle tre iniziative europee istituite per far fronte alla crisi del post Coronavirus – Di Daniele Maurizio Bornancin

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Oggi al centro dei dibattiti economici, politici e di programmazione di ogni Paese europeo, dopo la crisi economica causata dal Covid 19, vi sono nuovi strumenti che a dir il vero hanno delle sigle a volte non semplici per i cittadini e invece chiare per gli economisti, gli studiosi delle situazioni finanziarie e per gli addetti ai lavori.
Sono le nuove misure messe in campo dalla Commissione europea che sono identificate come: Recovery Fund, Mes, e Sure.
Per cercare di capire qualcosa in merito, soprattutto sui tempi e la disponibilità di queste novità - che di fatto sono modalità per fruire di denaro da parte del sistema produttivo italiano e degli altri stati europei, dove la piccola impresa non è solo l’immagine delle Regioni italiane, ma ne rappresenta l’ossatura storica dello sviluppo sociale e turistico del nostro Paese - cerchiamo di spiegare di cosa si tratta.
Queste sigle, sconosciute ma già entrate, sia pure non con grande forza, nella vita quotidiana delle comunità si preparano a diventare importanti e indispensabili per l’economia dei prossimi anni.


 
 Il Recovery Fund 
Partiamo in questa riflessione dal Recovery Fund, che nasce dal forte e veloce crollo del PIL in tutti i Paesi, e in particolare in quelli duramente colpiti dal Coronavirus.
Questa misura è stata presa in considerazione dall’Unione europea per contrastare la recessione e ridurre l’impatto della crisi sulle fasce deboli della popolazione.
Diciamo che è una delle risposte incisive, trattandosi di un trasferimento di importanti quote di denaro, tramite appositi strumenti di bilancio, in ogni Stato.
In sostanza, la Commissione Europea diventa un’emittente di bond e titoli di debito e il bilancio dell’Unione sarà alimentato da risorse proprie.
Questo fondo si baserà sullo stanziamento di 750 miliardi di euro, sotto forma di sovvenzioni e di prestiti. Una cifra che non ha precedenti nella storia della Comunità europea: 500 miliardi saranno in contributi e la restante quota di 250 miliardi sarà distribuita ai singoli paesi, che dovranno a loro volta restituirli a lungo termine, come prestiti e riguarderanno il bilancio dell’Unione dal 2020 al 2027.
Secondo le ipotesi della Commissione presieduta da Gentiloni, l’Italia dovrebbe essere il primo paese in termini di risorse pari a 81 miliardi di contributi a fondo perduto e 91 di prestiti pluriennali.
Tutto questo per supportare la ripresa e quindi la crescita. Somme queste che, in assenza del fondo europeo, l’Italia dovrebbe trovare autonomamente sui mercati, aumentando il debito pubblico già elevato.
 
Questi denari raccolti sui mercati finanziari potranno essere utilizzati per finanziare prestiti ai paesi membri dell’Europa, ma anche per erogare contributi ai cittadini e alle piccole e medie imprese dei vari territori.
Di fatto l’emissione dei titoli sul mercato è la vera novità di questa manovra europea. Queste somme potranno anche essere impiegate per le spese del settore sanitario, ad esempio per nuove strutture ospedaliere o per la modernizzazione di quelle esistenti, attraverso l’utilizzo di nuove tecnologie e strumenti medicali e per la prevenzione delle epidemie.
La Commissione ha già indicato altri settori prioritari, quali: i trasporti, il turismo, l’istruzione, il sistema digitale, l’ambiente. Altri investimenti saranno destinati a favorire le aziende in difficoltà.
 
La sfida politico-amministrativa riguarda, però l’erogazione dei contributi ed è subordinata alla presentazione, da parte dei governi di ogni paese, di appositi piani d’investimento credibili, reali e dalla capacità di metterli in pratica, con un’ampia condivisione delle categorie economiche e sociali.
Un’occasione storica per l’Italia, non solo per la quantità delle risorse messe a disposizione, ma per gli aspetti qualitativi. Certo è un’opportunità unica da non sprecare.
Il nostro Paese deve evitare i «bisticci» con la Comunità europea, incentrati spesso su opinioni discordanti verso le Istituzioni europee da parte di alcune rappresentanze politiche, oltre a una visione politica non ben definita.
 
Considerato inoltre che è fondamentale l’unanimità nella procedura di approvazione e di attuazione di queste proposte, si rende necessario un negoziato tra le parti che non abbia tempi lunghi, ma che possa sfociare in una reale distribuzione, entro i prossimi mesi, soprattutto per la parte dei contributi a fondo perduto.
Un cammino certamente complesso e in salita, che però dovrà essere realizzato per il bene dell’Italia.
Anche perché occorre tutelare il tessuto produttivo della nazione: imprese, lavoratori, famiglie, con strumenti come questi inediti, che possono garantire il futuro.
Infatti, a tutti è chiaro che, solo mettendo in sicurezza i cittadini, le imprese e i conti dello Stato, la recessione che oggi viviamo non potrà tramutarsi in una depressione economica prolungata nel tempo.
Il crollo della domanda di beni e servizi verificatasi in questi ultimi mesi, sia all’interno del territorio nazionale che all’estero, non può continuare a compromettere le prospettive delle aziende.


 
 Il MES 
Il MES, o «Meccanismo Europeo di Stabilità» (in altri termini il Salva Stati), altro aiuto europeo in arrivo, è già stato sperimentato per salvare: la Grecia, la Spagna e Cipro ed è una conseguenza delle modifiche del trattato di Lisbona del marzo 2011, per mantenere la stabilità finanziaria della zona euro.
Si può dire che per garantire la tenuta del Continente, attraverso il MES allora sono stati emessi prestiti con condizioni rigide ed eventuali rischi di sanzioni per i paesi inadempienti.
L’istituzione del MES è datata 2 febbraio 2012, quando 17 Stati membri firmarono la costituzione di questo meccanismo europeo, si sono poi aggiunti altri due paesi.
Il MES è stato attivato con un fondo di 704,8 miliardi di euro e l’Italia partecipa con il 17%, approvato dal nostro Parlamento nel luglio 2012 per diventare operativo in ottobre dello stesso anno.
L’Italia è il terzo Paese, dopo la Francia e la Germania, per percentuali di quote versate nel capitale del MES corrispondenti a 14,3 miliardi di euro.
Se questo strumento, che ora inizia il suo percorso di approvazione da parte degli organismi interessati, andrà ad attuarsi nella modalità della Commissione, sarà il maggiore emittente sovranazionale in Europa, con nuove emissioni di titoli di debito di parecchi miliardi di euro.
Vi entreranno nel mercato finanziario titoli a lungo termine, con scadenze superiori ai venticinque anni, che saranno a disposizione dei risparmiatori e di altri soggetti privati, banche comprese.
 
L’organizzazione raccoglie fondi per sostenere gli Stati membri che si trovano in difficoltà e che in tal caso presentano alla Comunità europea richiesta formale di assistenza.
Dagli organismi istituzionali è valutata la situazione di salute, economico finanziaria, del paese in crisi ed è definito il fabbisogno finanziario per uscire da questa emergenza.
Inoltre, in questa fase, l’esecutivo europeo e la BCE analizzano la crisi di quel Paese e di seguito, l’organo plenario del MES decide di agire e aiutare il Paese colpito dalle difficoltà e in pochi giorni, delibera la concessione di prestiti.
Il tutto è coordinato dal Consiglio dei Governatori, costituito dai ministri delle finanze dell’Eurozona, oltre che da un Consiglio di amministrazione appositamente nominato, ai fini di un controllo e di eventuali integrazioni sul percorso amministrativo.
 
Questi prestiti sono concessi a fronte di condizioni non particolarmente favorevoli per il beneficiario (tagli al rapporto deficit PIL, riforme strutturali e altre).
Per queste ragioni alla fine del 2018 gli Stati membri hanno avviato un percorso di controllo del MES, per dotarlo di nuovi ruoli tra questi il meccanismo di risoluzione unico.
Nuove funzioni, come un fondo finanziato dalle banche dei 19 Paesi europei con la possibilità di risolvere le crisi bancarie.
Verifica questa approvata nel dicembre 2019, poco prima della pandemia.
 
L’Eurogruppo ha proposto poi di utilizzare le risorse in questione, con delle modifiche operative, per far fronte all’emergenza Covid.
Vi sono comunque alcuni aspetti che non possono essere sottovalutati ossia: la questione della somma a garanzia, fornita agli Stati in crisi, che è divisa e composta dalla partecipazione di ciascuna nazione in buona salute che mettono a disposizione dei fondi utili a salvare il Paese in crisi.
Ogni Nazione riesce quindi a garantire un proprio status di affidabilità e alla quota versata da ciascuno è riconosciuto un interesse diverso.
Su questi aspetti e sulle urgenze di deliberare le procedure di erogazione dei prestiti vi sono trattative in corso da parte dei vari Paesi membri, per giungere a un accordo.
Per completare la descrizione su quest’argomento si deve aggiungere che l’Europa, per affrontare l’emergenza sanitaria ed economica, si è trovata davanti ad alcune possibili soluzioni, tra queste appunto il MES divenuto per alcuni esperti l’unico strumento idoneo a gestire la crisi anche di liquidità delle imprese.
 
La funzione reale del MES è di concedere assistenza finanziaria ai Paesi membri quando si trovano in difficoltà nel reperire fondi sul mercato, ma può essere attivato solo per finanziare i danni economici derivati dall’epidemia, comprese le spese di assistenza sanitaria.
Il MES, chiamato appunto sanitario, non richiede condizioni e può essere richiesto dai singoli Stati fino al dicembre 2022.
A tal proposito è stato appena approvato il contratto per il MES sanitario, che per il nostro Paese prevede un totale di 36 miliardi di euro.


 
 Il SURE 
Veniamo alla terza proposta della Commissione: il SURE (o anche «sicuro») che è uno strumento di sostegno temporaneo, per ridurre i rischi di disoccupazione conseguenti a un’emergenza.
È una cassa integrazione provvisoria per le aziende che si vedono costrette a sospendere o ridurre le proprie attività ed anche l’orario di lavoro dei dipendenti.
La forma di lavoro Part-time che, di fatto, è una riduzione dell’orario di lavoro, per mantenere lo stesso numero di dipendenti, già sperimentato in varie realtà pubbliche e private, va ad aiutare le persone a vivere in modo diverso e ad avere più tempo a disposizione per le famiglie, i bambini e gli anziani, può far parte del futuro del sistema lavoro.
Tutto questo ai fini di evitare licenziamenti e cercare di sostenere i redditi delle famiglie, salvaguardare la capacità produttiva e il capitale umano delle imprese. Una sorta di sussidio pubblico, per così ridurre l’impatto della crisi.
 
Si tratta di una forma di assistenza dell’Unione europea che si traduce in prestiti a condizioni favorevoli, da concedersi agli Stati, basati su un sistema di garanzie che saranno proporzionate al PIL dei singoli Stati.
Questi prestiti potranno essere usati per il non previsto aumento della spesa conseguente al sostegno al reddito dei lavoratori e per le integrazioni salariali, che nel caso italiano sono determinati dai recenti decreti: Cura Italia e Bilancio.
 
Si tratterà di capire, in seguito, l’impatto sul mondo del lavoro che avrà questa misura?
Certamente in questo periodo si rendono necessari tutti i sussidi possibili per la sopravvivenza delle imprese e per un ritorno alla normalità dei Paesi colpiti dalla pandemia.
Le aziende si aspettano però che sia colta quest’occasione per una riforma reale degli ammortizzatori sociali e per una semplificazione delle procedure di accesso e di erogazione degli aiuti.
 
Per terminare questa riflessione non dimentichiamo che dagli ultimi studi di Confindustria e di Mediobanca emerge una rappresentazione di grande preoccupazione che si è abbattuta in particolare sul manifatturiero e che costringerà molte aziende alla chiusura.
Tutto questo richiede un grande sforzo dei protagonisti della politica europea e italiana per un nuovo ammodernamento dell’economia che, di fatto, cerca di avviarsi con questa nuova esperienza di emergenza sanitaria ed economica vissuta.
Per il caso italiano si rende necessaria una visione concreta del futuro, un’unità d’intenti dei nostri amministratori e un costante dialogo con le Istituzioni europee, per giungere a un piano di rilancio dell’Italia tutta.
 
In altre parole vi è la convinzione che questi aiuti finanziari sono un’occasione da non perdere?
Queste enormi somme di denaro a disposizione si sapranno utilizzare nel migliore dei modi?
Indubbiamente c’è da lavorare sodo, e i risultati, se vi è condivisione e chiarezza, potranno essere sicuramente positivi e utili al nostro «sistema Italia».
 
A cura di Bornancin Daniele Maurizio

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