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Festival dell’Economia 2020 – Di Daniele M. Bornancin

«Pensando A Next Generation Eu»: una edizione che sarà ricordata per il Covid e l'assenza del pubblico, virtualmente numeroso

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Questo è l’argomento trattato in uno degli incontri del Festival 2020 dal ministro per gli affari europei Vincenzo Amendola e dall’economista della Bocconi Roberto Perotti.
La quindicesima edizione del Festival sarà ricordata per due elementi distintivi: l’epidemia del COVID, che ha limitato la presenza del pubblico nelle sale dei teatri della città, e la programmazione degli eventi trasmessi in Internet, rete di telecomunicazioni di accesso al pubblico.
Migliaia di persone hanno così potuto partecipare online, collegandosi in streaming sul sito del Festival, ai vari incontri di una diversa programmazione, per l’effetto delle misure di contenimento Covid.
Queste limitazioni però non hanno impedito il successo della manifestazione, anzi hanno dimostrato che questa scadenza annuale, anche dopo quindici anni, è ancora valida e importante per gli studiosi e soprattutto per le giovani generazioni.
 
Vedere le strade quasi deserte con i bar, le biblioteche e i ristoranti con pochissime persone rispetto alle precedenti edizioni hanno creato l’idea di una città quasi triste, priva di quella vitalità, di quella curiosità e di quella voglia di conoscere cose nuove che i visitatori ci avevano abituato nel passato. Il momento che stiamo vivendo tutti ci obbliga a fare qualche riflessione su quello che ha portato il virus, con la speranza che tutto finisca sicuramente prima dell’edizione del 2021.
In quest’occasione speciale, che ha consolidato l’uso delle nuove tecnologie divulgative, i relatori hanno messo a disposizione della gente, con un linguaggio semplice, stimoli e spunti di approfondimento su temi che toccano i vari Paesi del mondo e le comunità che li costituiscono.
 
Come nell’edizione del 2015, dove si parlava di Ricchezza e povertà, anche quest’anno con «Ambiente e crescita» ci sono stati vari richiami sui molti aspetti dell’economia e dell’ambiente e i partecipanti si sono portati via, non solo i punti di vista dei relatori, ma anche soluzioni e proposte di miglioramento della società.
L’incontro-dialogato tra il ministro Amendola e il docente Perotti, sulla Next Generation, con il coordinamento di Elisa Dossi della RAI, si è sviluppato sui fondi europei, sul MES e sul Recovery Fund, temi attuali e d’interesse anche per gli amministratori locali.
 
Il ministro Amendola ha esposto le dinamiche del governo italiano per gli investimenti di 209 miliardi di euro, messi a disposizione dall’Europa con il Recovery Fund e che riguarderanno il triennio 2020-2024.
Questi dovrebbero servire a finanziare il piano di ripresa dell’Italia, in parte nella versione a fondo perduto e in parte a prestiti; specificando che «è importante fare sintesi sulle priorità e aggirare gli eventuali impedimenti, che ne ostacolerebbero una piena efficacia, a incominciare dalla capacità dell’Italia di spendere quei soldi e di conseguenza dell’efficienza della pubblica amministrazione».
 
Questi mezzi finanziari devono creare una strategia comune tra i vari Paesi europei.
Anche il nostro Piano nazionale dovrà essere condiviso con le parti sociali, gli enti locali, le regioni e province.
Occorre costruire un Piano per il futuro, con scelte importanti per l’intero territorio.
La Commissione europea ha indicato che il 37% delle risorse sia destinato all’economia sostenibile, il 20% al sistema digitale per il privato e il pubblico (scuole ed enti locali), una parte inoltre per gli investimenti in infrastrutture e un’altra somma per la sanità e coesione sociale.
Le linee guida, che non sono un simposio teorico, predisposte dal Governo dopo vari confronti con le categorie economiche e sociali e che sarà presentato a metà ottobre, dovranno poi tradursi in un reale Piano, che deve essere chiaro e che tenga presente i tempi e i modi di realizzazione dei progetti previsti, i costi e la regia e che possa avviare già dal prossimo anno le riforme necessarie alla ripresa ossia: la pubblica amministrazione, la giustizia e la politica fiscale.
 
Da questo momento si misurerà la capacità della minoranza e della maggioranza di affrontare questa sfida europea che interessa tutti gli stati membri, ma che per il nostro Paese significa incominciare una nuova stagione, tenendo ben presente l’obiettivo di una rinascita per l’economia e di un’unità d’intenti.
 

 
Il ministro ha completato il suo intervento rilevando che «le risorse stanziate sono considerevoli, così come sono importanti anche i prestiti del MES. L’accordo con l’Europa prevede una proposta di bilancio che riguarda questi finanziamenti dal 2021 al 2027, con la creazione di un Fondo, che sarà alimentato con titoli di debito recepiti sul mercato di 720 miliardi per tutti i 27 Paesi. Titoli di debito conosciuti anche come Bond, che sono uno strumento d’impegno, in cui si presta denaro a un governo a un tasso d’interesse concordato e destinato a nuovi progetti, infrastrutture, per gli investitori sono una fonte di rendimento».
L’Italia di recente, insieme con altri otto Paesi, ha chiesto e fatto approvare alla Comunità Europea la costituzione di questi Bond.
 
Soffermandoci su alcuni aspetti delle Linee guida, un settore d’importanza sociale è l’occupazione femminile, dove gli aiuti sono inferiori rispetto ad altri Stati. Pensiamo poi ai ritardi infrastrutturali, ai collegamenti ferroviari, stradali, al territorio. Tutti questi argomenti saranno contenuti nel Piano.
Se l’Italia dovesse fallire nell’approvazione del Piano, si perderebbe tempo prezioso con le ipotizzate proroghe, pagando i prestiti in molti più anni, ma quello che è importante è che si metterebbero in difficoltà altri Nazioni.
 
L’accordo ci obbliga a predisporre un Piano condiviso, reale e concreto. È un lavoro complesso rispetto a come siamo stati abituati in passato, ma dobbiamo agire insieme per giungere agli obiettivi prefissati.
Il ministro ha mostrato fiducia che si possa giungere a una soluzione condivisa, al di là dalle singole posizioni, per favorire gli investimenti, ma anche le riforme.
«L’Europa ci chiede la fotografia di ciò che abbiamo bisogno e un Piano di fattibilità chiaro e realizzabile, su questo dobbiamo lavorare.
«Reagire alla crisi è uno degli obiettivi ben posti e inseriti in questa storica operazione. Su questi punti dobbiamo operare. Tutto questo è un evento importante, unico e che non si può perdere.»
 

 
Meno convinto l’economista bocconiano Perotti che ha iniziato la sua esposizione dicendo: «Sono uno dei pochi italiani che non sono entusiasti di quest’operazione – ed ha definito il Recovery Fund – una polpetta avvelenata, perché la situazione italiana, dove il debito pubblico alla fine del 2020 anche a causa dell’emergenza Covid si prevede raggiungerà il 165% del PIL.
«Ammesso che questi finanziamenti europei consentano di aumentare la crescita nel 2021, in tal caso il debito pubblico toccherà livelli ancora superiori, con il rischio di uscire dalla Comunità europea, perché basta poco per allontanarsi dall’Europa.
«Se ricordiamo la precedente crisi, l’Italia aveva un debito pubblico pari al 120% del PIL, ora è ancora in crescita.
«Il nostro Paese, inoltre ha da qualche tempo perso la capacità di investire in progetti concreti e misurabili. Il finanziamento previsto, di 209 miliardi di euro, è poco meno di un terzo della spesa totale italiana che, pur essendo tanti soldi, solo 17 MLD sono a fondo perduto, quindi regalati, il resto è prestito a lungo termine a tasso quasi zero.
«Nessuna azienda al mondo può aumentare in tre anni la spesa, pari a un terzo del proprio capitale, senza produrre inefficienze, questo è il rischio anche per i settori pubblici.»
 
Come farà la pubblica amministrazione italiana, tra le più inefficienti, a capitalizzare e rinnovarsi?
Si deve solo sperare che il Piano non contenga progetti sotto forma di libri dei sogni, perché in tal caso la Comunità europea si comporterà di conseguenza.
«Vi è la capacità di spesa in tre anni, ad esempio sulla digitalizzazione o sull’industria 4.0. Le linee guida e il successivo Piano sono novità importanti, ma non devono diventare tutto e niente.
«Come Università, abbiamo mappato tutte le società partecipate pubbliche, di seguito abbiamo consegnato al ministero lo studio realizzato. Le strutture amministrative, non sono state in grado di interpretare la mappatura.
«La mia preoccupazione è che il progetto di digitalizzazione dei settori pubblici e l’inserimento di strumenti e sistemi informatici, ad esempio nelle scuole, sono tutti da studiare, da approfondire. Come spendere quindi anche il previsto Fondo europeo, è tutto da chiarire.»
 
L’economista ha aggiunto che gli investimenti pubblici devono essere mantenuti, non solo all’inizio dei finanziamenti, ma anche dopo per una crescita che parli anche di futuro.
«Il problema è dare speranza ai giovani, ma non è quello di offrire la banda larga alle scuole elementari.
«Ai giovani dobbiamo dare la possibilità di confrontarsi, fuori dalle loro case, non di fornire loro solo i supporti informatici per studiare da casa in teleconferenza (didattica a distanza).
«Le linee guida indicano l’importanza della digitalizzazione della sanità, ma non mettono in risalto e con proposte precise, la necessità di un nuovo progetto sull’organizzazione e gestione della sanità, vero problema di estrema attualità, che se attuato nel migliore dei modi permetterebbe di spendere in previsione i 40 MLD previsti dal Recovery Fund.»
 
Secondo Perotti l’Italia è indietro, ma passare da zero a 100 non è semplice e in ogni caso il mantenimento degli investimenti potrebbe negli anni costare molto al Paese.
 

 
Un confronto che viaggia su due posizioni diverse: quella del ministro basata sulla conoscenza del sistema europea e sulle previsioni di progettazione degli strumenti messi a disposizione dalla Comunità europea del MES e del Recovery Fund.
Un percorso questo da definire e approvare da parte del nostro Parlamento e dagli organismi istituzionali europei, che racchiude in sé criteri di fiducia e speranza, con la preoccupazione però, che una sconfitta politica sarebbe un danno economico senza precedenti che toccherebbe il nostro Paese nei prossimi anni.
Mentre quella dello studioso dell’economia italiana, mette in guardia gli amministratori delle difficoltà delle istituzioni a creare con capacità un Piano fattibile, reale, ma soprattutto condiviso, che possa dare un vero slancio agli imprenditori, alle piccole e medie imprese, alle comunità, per una ripresa dell’Italia tutta.
 
Da ultimo si ricorda che la Francia ha già definito e presentato il Piano per il proprio territorio, la Germania si accinge a ultimarlo, e l’Italia se non ci sono intoppi dovrebbe presentare le Linee guida alla Camera e al Senato, dal 15 ottobre, che anticipano il Piano definitivo. Seguiremo cosa succederà.
Un lavoro complesso, dove bisognerà capire fino a che punto saranno accolte le proposte delle singole Regioni e nel nostro caso delle Provincie autonome, quale copertura finanziaria sarà di supporto alla realizzazione degli svariati progetti programmati per i prossimi sette anni.
Pur essendo fiduciosi che gli investimenti si faranno, anche perché somme così copiose l’Europa non ne sborserà più nemmeno davanti a future situazioni di crisi o di emergenza, ed è inconsueto e inconcepibile perdere una simile occasione, ci si domanda se l’Italia sarà in grado di presentare entro i tempi stabiliti dal Consiglio europeo un Piano con progetti e investimenti concreti, con tempi e costi certi e con un percorso aperto?
Si spera e si prevede di sì.

A cura di Daniele Maurizio Bornancin.

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