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Un’analisi a cura di Daniele Maurizio Bornancin

I partiti italiani in crisi finanziaria. La politica dove andrà a finire?

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L’art. 49 della Costituzione, che rimane per tutti un punto fermo di riferimento, indica che «tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti, per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Tali formazioni pertanto rappresentano quelle libere associazioni che contribuiscono a formare e determinare le diverse fasi della politica nazionale. Mediante distinte elezioni: nazionali, europee, regionali e comunali, i cittadini scelgono i propri rappresentanti e i partiti idonei a formare, a vari livelli, la rappresentatività nelle istituzioni.
Fino a poco tempo fa per gestire le campagne elettorali, i partiti erano finanziati con un rimborso pubblico a ogni scadenza elettorale (rimborsi elettorali), sulla base dei voti ottenuti.
Questo meccanismo si fondava sulla quantità di elettori che ogni gruppo riusciva a procurarsi o meglio, ogni anno in cui si svolgevano le scadenze elettorali, era costituito un fondo nel quale era versata una certa cifra per ogni singolo elettore.
Dopo le elezioni, il fondo era diviso in proporzione tra tutti i partiti che alle elezioni, ad esempio quelle politiche, ottenevano l’1% dei voti ed era distribuito nell’arco dei cinque anni della legislatura, anche se questa poteva interrompersi prima della scadenza naturale.
 
Giova ricordare che i rimborsi elettorali sono il risultato dell’abrogazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti. Infatti, nel 1993 il 90,3% dei votanti in uno specifico referendum scelse il Sì all’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti.
Di fatto tale referendum non ha portato a grandi cambiamenti, ma ha creato rimborsi completamente slegati dalle spese, che ogni partito sostiene nella propria attività.
Molte associazioni hanno accusato la classe dirigente politica di aver creato una sorta di trovata ingegnosa per reintrodurre, sia pure parzialmente, il finanziamento pubblico abrogato in precedenza dal referendum.
Dal 2007 in poi l’entità dei rimborsi è stata più volte rivista con una riduzione, in fasi successive dal 2010, per raggiungere nel 2011 una diminuzione del 10%.
 
Il governo Monti nel 2012 ha dimezzato tale fondo, passando da 182 milioni a 91 milioni, ma nel 2013, e precisamente il 28 dicembre, è stato approvato il Decreto Legge 149 recante «l’abolizione del finanziamento pubblico diretto, disposizioni per la trasparenza e la democraticità dei partiti e disciplina della contribuzione volontaria e delle contribuzioni indirette in loro favore».
Un Decreto ordinario che indica «Il rimborso delle spese per le consultazioni elettorali e contributi pubblici erogati per l’attività politica e a titolo di cofinanziamento sono aboliti».
Tale provvedimento disciplina le modalità per l’accesso, le forme di contribuzione fiscalmente agevolate e contribuzioni indirette, fondate sulle scelte espresse dai cittadini in favore dei partiti politici che rispettano i requisiti di trasparenza e democraticità da essa stabiliti.
Questa disposizione legislativa è entrata in vigore il 27.02.2014, ma non è stata attivata subito, perché è stato dato ai partiti un tempo di tre anni per l’adeguamento dei propri statuti e regolamenti.
 
Cos’è cambiato a seguito di questa novità?
Il finanziamento pubblico nel 2014 è stato ridotto del 25%, nel 2015 del 50%, nel 2016 del 75%, per azzerarsi e abolirsi completamente nel 2017.
Questo criterio è stato sostituito da un sistema di sovvenzione basato sulle detrazioni fiscali delle donazioni da privati e sulla destinazione volontaria dei cittadini del 2 per mille dell’imposta sulle persone fisiche, all’atto della denuncia dei redditi, dal 2015.
Il denaro, ad esempio di chi non intende versare il 2 per mille ai partiti, andrà allo Stato e non sarà diviso in proporzione. Inoltre la somma complessivamente corrisposta ai partiti non potrà comunque superare un tetto stabilito, ogni anno, e che nel 2015 era di 9,6 milioni di euro, nel 2016 di 27,7 milioni, nel 2017 di 45 milioni.
Per quanto attiene alle donazioni liberali private e delle società ed enti, queste dovranno raggiungere un tetto massimo di 100 milioni di euro l’anno, rimanendo nell’anonimato. Tutto questo dovrà essere eseguito nel rispetto dei nuovi criteri di tracciabilità del versamento.
 
Sono state poste nell’insieme alcune regole basilari, come l’istituzione di appositi registri dei partiti, con l’elenco dei soggetti che versano, la certificazione dei bilanci, il pagamento dell’IMU per le sedi istituzionali dei partiti stessi, con l’obbligo di trasparenza e informazione attraverso i sistemi informatici attuali.
Cambiamenti questi che hanno creato qualche difficoltà ai gruppi politici e ai partiti, così com’è illustrato nel recente studio Openpolis, che fa riferimento alla situazione del 2017.
Le conclusioni di questa ricerca sono che i partiti, soprattutto nazionali, sono in crisi finanziaria, per una costante riduzione delle donazioni, un calo generalizzato degli iscritti e della scelta volontaria del 2 per mille.
A titolo di esempio nel 2013 i rimborsi elettorali ai partiti assommavano a 91 milioni, mentre nel 2017, il 2 per mille ha portato nelle casse dei partiti 15 milioni di euro.
 
Andando per certi aspetti un po’ più nel dettaglio delle varie forze politiche, risulta che il PD nel 2013 rendicontava entrate per 37,6 milioni di euro, dei quali 24,7 milioni da rimborsi elettorali, nel 2017 ha avuto 8 milioni di euro dal 2 per mille.
La Lega, oggi partito di governo, nel 2013 ha incassato 12,5 milioni di euro di cui 6,5 milioni da rimborsi elettorali, nel 2017 le entrate si sono ridotte a 2,9 milioni di cui quasi 1,9 milioni dal 2 per mille.
Le cause della contrazione delle entrate dei partiti sono generate da diverse motivazioni, in particolare dall’andamento discendente delle donazioni liberali, che tante attese avevano suscitato nelle organizzazioni partitiche, così come lo strumento del 2 per mille non sufficientemente compreso dai singoli cittadini e inoltre la chiarezza sulle forme di deducibilità delle agevolazioni fiscali per le aziende e altri soggetti privati (calo del 38 % rispetto al 2013).
 
Anche il tesseramento non cresce: in media il 4,5% delle entrate dei partiti nel 2017 proviene dai tesseramenti degli iscritti, percentuale che però si è ridotta negli ultimi anni.
Tra i vari partiti nazionali fa eccezione Fratelli d’Italia, che nel 2017 ha ricevuto dai suoi tesserati circa 380 milioni di euro pari al 29,5% delle proprie entrate.
I piccoli partiti sono quelli con meno eletti e di conseguenza meno finanziatori, hanno qualche sofferenza finanziaria in più rispetto ai grandi partiti e dipendono molto dal numero e dalle quote degli iscritti.
Ad esempio, l’Union Valdotaine nel 2017 ha incassato dalle iscrizioni circa il 22,4% delle proprie entrate, i Verdi il 10,7%, Die Freiheitlichen il 7,1%, Rifondazione Comunista il 7,3%, il Partito Autonomista Trentino Tirolese, il 6,5%.
Questo quadro, visto il calo significativo delle entrate, ha obbligato tutti i partiti a spendere di meno, riducendo i costi, purtroppo del personale e dell’acquisto di servizi, (consulenze e altro).
 
Bisogna anche considerare che la politica ora è realizzata non solo dai partiti, ma anche da altri soggetti come le fondazioni, le associazioni, le singole realtà dei vari movimenti tanto di moda oggi.
Come si può fare ad avvicinare e interessare questi mondi, spesso attorniati da culture moderne basate sui più svariati strumenti del sistema informatico, dei nuovi social, internet, sistemi digitali?
È comunque logico che una politica con pochi introiti non funzioni, ma se dipende totalmente da donazioni dei privati per la definizione dei programmi e per la selezione della classe dirigente, può anche entrare in un circuito di obbligatorietà verso i poteri economici forti, che sovvenzionano uno piuttosto che un altro partito.
Dopo questa esperienza, da più forze politiche, sono comparse l’idea e l’esigenza di una nuova legge per il finanziamento pubblico dei partiti, che tenga conto degli aspetti del Decreto in vigore (trasparenza, certificazione del bilancio, elenco dei donatori ecc.), ma che dia maggiori garanzie e inoltre impedisca che la politica italiana possa anche essere finanziata da società private estere.
Un sistema che va riformato attraverso una legge organica che disciplini il finanziamento dei partiti, anche con sistemi nuovi.
 
Tutto questo nella consapevolezza che le riforme del Decreto in questione solo in parte sono riuscite a ridurre il finanziamento pubblico e a favorire quello privato.
Nel periodo tra il 2014 e il 2017 si sono incrementati gli squilibri con i partiti che sono divenuti sempre meno rilevanti, lasciando lo spazio ad altre forme di raggruppamento, che via via hanno acquisito un peso notevole nelle scelte dei cittadini.
Nuova legge che può determinare però un altro fallimento o uno stravolgimento.
Alla fine, chi potrà in futuro impegnarsi in politica?
Chi ha iniziato la propria esperienza dai primi livelli istituzionali (Circoscrizioni e Comuni) oppure chi ha più denaro per le proprie campagne elettorali, perché finanziato da vari soggetti privati del panorama economico?
 
Purtroppo questa situazione dei partiti, insieme con altre cause, non può che portare un minore interesse verso la politica in generale e una maggior disaffezione verso le istituzioni, con il rischio che a ogni scadenza elettore le percentuali dei non votanti continui ad aumentare, ampliando la distanza tra cittadini e classe dirigente.
Certo, i partiti oggi sono in affanno e non solo per la debolezza finanziaria, ma perché è in crisi il sistema «partito» anche forse per esempi spesso poco chiari che hanno offuscato le proprie immagini e il proprio agire a favore delle comunità.
C’è ancora una certa affidabilità, una qualche fiducia delle persone verso i partiti?
 
A cura di Bornancin Daniele Maurizio

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