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Lectio Degasperiana 2018, incentrata sull'idea «di popolo» – Di Daniele Maurizio Bornancin

Popolo come tema di attualità, ma anche come risorsa, come realtà ancorata alla tradizione e ai valori di ogni comunità

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Angelo Panebianco e Paolo Pombeni.

Come avevamo annunciato sabato scorso, ecco il nostro commento sulla «Lectio magistralis» tenuta dagli storici Angelo Panebianco e Paolo Pombeni nell'ambito dell'Agosto Degasperiano ormai arrivato alla 15ª edizione.
Una lectio che in alcuni passaggi è stata di non facile comprensione, ma che anche questa volta ha definito quella sorta d’intensità culturale e storica, che non ha eguali, che arricchisce le sensibilità personali e regala ai partecipanti i criteri basilari della politica per la gente e a favore della qualificazione delle comunità, quella qualità della politica non per scopi esclusivamente personali, ma al servizio dei territori e della popolazione.

La Fondazione Trentina Alcide De Gasperi continua negli anni l’appuntamento con il pensiero degasperiano, toccando sempre temi che ci fanno riflettere e ci spingono a confrontarci con le logiche del sistema politico attuale.
Momento di confronto, che si tiene a pochi mesi dalle elezioni politiche nazionali che hanno visto emergere, dopo una complessa trattativa durata parecchie settimane, una maggioranza politica nuova per la storia italiana, e a poca distanza dalla scadenza delle elezioni europee, previste per giugno 2019.
«De Gasperi e il popolo», questo il tema dell’incontro di quest’anno a Pieve Tesino, una sorta di riflessione storica e politica, affrontata da due apprezzati docenti universitari: Paolo Pombeni e Angelo Panebianco.
 
Una visione del popolo, quella di De Gasperi, che rappresenta una realtà che deve cercare la possibilità di esprimersi attraverso una sintesi politica, che tenga ben presente la propria storia, la propria geografia, le usanze, nella capacità di realizzarsi nel senso del dovere e della solidarietà.
Quel saper trovare nel cuore e nella passione il meglio, quanto di buono e generoso vive e alberga in ogni popolo, questo, in altri termini è un pensiero che non solo è attuale, ma nonostante la modernità dell’epoca odierna, si trova ancora in tante comunità locali, anche del nostro Trentino.
I relatori hanno descritto i punti principali del pensiero degasperiano sull’idea di popolo, di democrazia in rapporto alla trasformazione politica, ora in atto.
 

 
Paolo Pombeni, noto professore presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Bologna, ha tracciato la storia dell’uomo politico, le sue radici, il suo modo di pensare.
Tra i passaggi del suo intervento emerge la figura di un uomo che aveva fatto della politica una missione, non una carriera, dove appariva sempre quell’essere popolare, quel riconoscere costantemente le proprie radici contadine.
In un discorso, fatto a Trento il 20 luglio 1947, al Congresso DC, fece a tal proposito un riferimento spontaneo alla sua famiglia.
«Io vengo da un ceppo di contadini e mio nonno lavorava la magra campagna di Sardagna, che era più roccia e sassi che terra, e so cosa sia la fatica del contadino, che cosa sia la libertà del contadino e i bisogni di questo infaticabile lavoratore, che dopo tutti i disastri riprende il suo lavoro, che non vale solo per lui, ma per la sua famiglia, ma vale anche per la nazione; c’è in me un senso profondo di rispetto per questo lavoro, che deve essere la base del rinnovamento sociale.»
 
Un concetto, questo, che è stato poi ripreso in altri modi e in varie occasioni e che si concentrava nell’ammissione del principio della democrazia e della sovranità popolare, quella forza del popolo nell’eleggere i propri rappresentanti nelle istituzioni.
De Gasperi dichiarava in modo chiaro il suo desiderio di democrazia diretta e popolare, basata sul rispetto della libertà di opinione e sulla rinuncia a forme di ostruzionismo e affidamento, al giudizio del libero popolo.
Guardare al popolo, voleva dire per lo statista, capire come la gente viveva nel proprio paese, nella società, nei focolari e nelle città, nella consapevolezza che chiudersi nell’interesse personale non è operare a favore della nazione.
De Gasperi, nonostante tutto e con molte battaglie, s’impegnò per far sì che il Trentino entrasse nel sistema politico italiano forte di una propria visione ed esperienza, proponendo nei suoi diversi discorsi, sempre il suo concetto di popolo e di democrazia.
 

 
In uno dei suoi ragionamenti nel 1943, o meglio nel suo testamento politico affermava chiaramente, a chi dopo il crollo darà la sua opera alla ricostruzione dello Stato Italiano, che l’obiettivo di porsi doveva essere «instaurare la pace del popolo, abolire i privilegi di partito e di classe, ridestare nei cittadini il senso di responsabilità e d’interessamento per la pubblica cosa, ecco la prima meta della libertà politica.
«Eliminando ogni discriminazione di partito, di classe, di razza, ricostruiremo la democrazia italiana sulla base del suffragio universale, come espressione dei diritti generali del cittadino.»
 
Lo statista trentino auspicava così una nuova forma di democrazia sociale ed economica, dichiarando che «l’opera di rinnovamento fallirà, se in tutte le categorie, in tutti i centri non sorgeranno degli uomini disinteressati, pronti a sacrificarsi per il bene comune e la democrazia politica sarà una parola vana se gli uomini che se ne fanno sostenitori non si sentiranno legati dalle ferree leggi della solidarietà, che derivano dalla morale e dall’onore».
In uno dei suoi interventi sosteneva che: la nazione è anche una storia, una tradizione, un complesso di sentimenti, d’idee che continuamente rifluiscono di generazione in generazione, ma la patria vivente in cui dobbiamo lavorare e che dobbiamo difendere è il popolo italiano.
 

 
Quando argomentava dell’Unità dello Stato, diceva (in occasione di un suo discorso a Modena nel 1950) che tutta l’opera del suo governo era orientata alla realizzazione della democrazia sociale e di fare ogni sforzo per il bene del popolo. Inoltre, richiamando l’impegno per le riforme e gli interventi sociali, criticato per essere in queste riforme poco sinistroide, aggiungeva: «La verità è che io sono nato figlio del popolo, mi sono sempre trovato in mezzo ai lavoratori, ho provato e sentito la miseria, sono parte del popolo minuto e sento che questo popolo ha delle ragioni da far valere e che c’è una giustizia da compiere».
Un percorso quello di quest’uomo trentino, che non aveva mai dimenticato la democrazia moderna, l’orizzonte in cui ci si doveva muovere e in cui il popolo era una parte costitutiva; quel popolo concreto che opera nelle realtà sociali, politiche, culturali, per lo sviluppo delle comunità.
 
Il tracciato di Pombeni ha, di fatto, chiarito molti aspetti del pensiero degasperiano, intessuto di forti convinzioni, di grandi speranze, ma anche di reali e obiettive possibilità di miglioramenti complessivi della società.
Panebianco, ha ricostruito il concetto di popolo dal punto di vista della teoria politica ed ha affrontato i caratteri dei movimenti politici chiamati populisti.
Ha suddiviso il suo intervento in tre aspetti: il significato di popolo, i movimenti populisti, la congiuntura contemporanea.
Il popolo è considerato con due varianti: comunità e popolo – soggetto storico.
Nel primo caso il concetto di popolo è compatibile con la democrazia, ma è anche indispensabile per conferire a essa una certa legittimità.
Nel secondo, per popolo s’intende un soggetto storico con coesione, capacità d’azione, volontà.
 

 
Un’espressione di una concezione anti pluralista, ostile alla dottrina individualista della cittadinanza e agli istituti e principi di rappresentanza democratica.
Un tentativo di sostituire la rappresentanza democratica con un rapporto non mediato da istituzioni tra leader e popolo.
Questo tema riguarda certi caratteri comuni dei movimenti, che sono stati definiti populisti, si tratti del populismo russo o di quello latinoamericano.
Un populismo è una figura della politica contemporanea con sistemi di trasformazioni insiti nel proprio operare e che si combina con differenti correnti ideologiche.
Il terzo ragionamento riguarda la congiuntura contemporanea, meglio all’affermazione di movimenti che sono chiamati populisti nelle società europee e americane.
 
Le cause più contingenti di tali situazioni riguardano gli effetti di una decennale crisi economica e l’emergenza migratoria, che hanno favorito l’affermazione di movimenti di protesta in vari Paesi europei.
Inoltre, tra le cause vanno considerate: il declino politico ed economico degli Stati Uniti e la crisi in atto dell’Unione Europea.
In base alle tesi di vari studiosi è possibile che le democrazie liberali occidentali siano sostituite da democrazie illiberali, con governi di maggioranza e affievolimento o sospensione dei diritti di libertà.
Questo passaggio, da un tipo all’altro di democrazia, potrebbe essere favorito dal successo dei movimenti populisti.
Bisogna tenere conto comunque che questa è un’impresa difficile, perché le democrazie sono diverse tra loro.
 

 
Alcune hanno la forza e gli strumenti per reagire e limitare tale fenomeno, altre dovranno attrezzarsi.
Anche se si deve considerare che il concetto di populismo è difficile dire cosa sia, spesso riguarda l’ideologico rifiuto di accettare vincoli costituzionali e regolamentari che possono rappresentare anche metodi per alimentare le rivalità, le differenze e quindi le divisioni.
Fenomeno, questo, che se nei prossimi anni si spinge in direzione di una crescita, anche nei vari Paesi Europei, potrebbe sfociare in una nuova crisi economica, in un aumento delle diseguaglianze e in un impoverimento del ceto medio e in un’instabilità politica, che già si va affermando in vari Stati.
L’attuale incostanza politica e governativa, in alcune paesi europei è data, ad esempio, da una crisi dei sistemi intermedi, ossia dei partiti e delle organizzazioni sindacali; instabilità che può generare un indebolimento del sistema pubblico e un incremento dell’astensionismo elettorale.
Inoltre, i sistemi informatici, le nuove tecnologie social, tendono a semplificare le posizioni politiche a discapito di un ragionamento complessivo, approfondito e condiviso.
 
Il relatore non ha fatto nessun pronostico sul futuro, ma ha evidenziato l’importanza di trovare una via intermedia tra democrazia e populismo, che si può realizzare solo attraverso un metodo incentrato su criteri di elasticità, di pazienza e di dialogo.
O meglio, come ha sostenuto in questi giorni Padre Zanotelli in una raccomandazione ai trentini: «È tornare ai grandi valori, dello stare insieme, del lavorare insieme, di sentirsi un’unica comunità».
 

 
Una lectio che in alcuni passaggi è stata di non facile comprensione, ma che anche questa volta ha definito quella sorta d’intensità culturale e storica, che non ha eguali, che arricchisce le sensibilità personali e regala ai partecipanti i criteri basilari della politica per la gente e a favore della qualificazione delle comunità, quella qualità della politica non per scopi esclusivamente personali, ma al servizio dei territori e della popolazione.
Forse, anche, un’occasione per pensare a un nuovo rapporto tra cittadini e istituzioni.

A cura di Daniele Maurizio Bornancin


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