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Gli economisti devono fare autocritica – Di D. M. Bornancin

E l'occasione è proprio la 14ª edizione del Festival dell’Economia: «Globalizzazione, nazionalismo e rappresentanza»

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Quattordici anni di edizioni diverse, che hanno dato sempre nuove opportunità di conoscere le dinamiche economiche e sociali, che caratterizzano la vita attuale e gli innovativi fenomeni delle tecnologie che hanno cambiato radicalmente l’organizzazione della società.
Quest’anno il tema scelto dal Comitato scientifico è incentrato sulla globalizzazione, nazionalismo e rappresentanza. Un tema politico, scelto in questo caso anteriormente al 2018.
Un argomento cruciale, una lettura delle trasformazioni in atto nel nostro Paese, un toccare con mano i cambiamenti in campo finanziario, del lavoro, del vivere quotidiano delle imprese e della gente, che porta a sostanziali modifiche il modo di essere della comunità tutta e del proprio tempo.
 
Questa manifestazione rappresenta per il Trentino e per la città di Trento la possibilità di verificare tutte le voci in campo, in particolare di esperti stranieri, che hanno dato le loro adesioni e quindi si potranno incontrare e ascoltare durante le giornate dell’evento, provenienti non solo dall’Italia e dall’Europa, ma anche dall’estero.
Vi saranno, infatti, 60 esperti di varie provenienze e culture che esporranno le loro idee, le proposte e le speranze per il futuro del mondo.
In questa breve sintesi offerta agli affezionati lettori della rubrica «Scenari», si sono selezionati alcuni interventi all’interno dell’inaugurazione, in particolare di personalità tecniche, cercando di interpretare il loro pensiero.
 
Dopo l’introduzione della moderatrice Eva Giovannini, giornalista RAI, che ha sottolineato l’importanza di questo nuovo e importante incontro con l’economia e non solo, capace di coniugare rigore economico e confronto totale con un ampio coinvolgimento delle persone interessate, si è avviata questa particolare e sentita edizione.
Momento della società, questo, dove la vulnerabilità ha preso il posto dell’ottimismo, creando in effetti azioni e reazioni forti, colpendo l’elite che governa ed anche i poteri della democrazia.
Periodo centrato sulla trasformazione tecnologica che ha acuito i vari progetti, anche quelli dell’ottimismo per il futuro.
Diciamo che è una grande opportunità per tutti, di conoscenza, di formazione e di cultura, dei vari temi trattati e a tutti comprensibili per un linguaggio semplice e reale. Un Festival a tutto tondo.
Tra gli interventi giova ricordare quello del Rettore dell’Università di Trento Paolo Collini, che ha evidenziato come il Festival negli anni abbia sempre guardato ai giovani e di conseguenza al futuro, perché i giovani sono il futuro.
 
La globalizzazione è un movimento per costruire il futuro, che da un lato è certamente un’opportunità, ma anche una minaccia.
I giovani devono pensare al futuro, al domani e decidere sulle vicende della globalizzazione.
Temi che sono già presenti e ci obbligano a riflettere sui fenomeni economici e tecnologici, che cambiano radicalmente l’organizzazione della nostra società e il modo in cui noi partecipiamo è di estrema importanza.
Il Festival di quest’anno ci porta per forza a riflettere su queste questioni, ma come sempre in modo aperto, anche con critiche, una sorta di idee a confronto, perché nessuno ha la verità in tasca.
Un aspetto fondamentale però è quello della partecipazione. In questo Festival, dove chiunque può intervenire con domande, anche per farsi un’opinione personale e apprendere qualcosa di nuovo, ma nello stesso tempo per costruirsi il proprio percorso di conoscenza, forse anche la propria cultura.
I giovani sono disponibili e presenti, come sempre a questo evento anche per portare un’idea diversa, di freschezza, di attualità, ma certo anche d’impostazione del futuro.
 
Gregorio De Felice, di Intesa San Paolo, ha toccato le ombre e le luci della globalizzazione, dove le istituzioni internazionali non sono state in grado di arginare le esternalità negative, da quelle ambientali a quelle economiche e sociali; la stessa Unione Europea ha basato il suo sviluppo su tre elementi: mercato unico, crescita economica, concorrenza e convergenza dei sistemi nazionali.
Nei primi due casi l’UE ha avuto successo; l’Italia ad esempio esporta il 48% di ciò che produce, quindi continua a essere invogliata ad esportare le proprie merci ovunque, in regime di libera concorrenza.
Sulla convergenza economica invece l’Europa non ha funzionato completamente, in quanto le diversità tra territori e Stati membri sono molto forti. Infatti, in molti Paesi si sono sviluppate ideologie che sostengono la necessità di riportare in primo piano gli interessi nazionali. La grande paura, per il futuro, è il «protezionismo». L’Europa non può avere un ruolo marginale in tutto questo.
 
Non si dimentichi che il processo di delocalizzazione ha portato una maggiore domanda, ma non sono mancate le distorsioni. Oggi è necessario limitarle.
Nel nostro Paese è stata colpita maggiormente la classe media, questo ha portato a vari scompensi anche di natura sociale, demandando ai singoli Stati, ad esempio, le politiche sociali. Oggi è necessario che tutti gli Stati membri abbiano politiche sociali, economiche e fiscali comuni, per non continuare con il perdurare delle divisioni.
Tutti questi fenomeni hanno portato alla frammentazione dei territori con varie diversità nei Paesi membri.
L’Europa del futuro quindi non deve essere fatta solo di regole, ma anche di nuove tecnologie, di telefonia, d’intelligenza artificiale, con accordi comuni e l’Italia ha e deve avere sempre un ruolo importante.
 
La recentissima notizia del possibile accordo FCA + Renault, se coinvolgerà anche la Nissan è un’ottima operazione per entrare nei mercati asiatici e per incrementare la produzione di macchine elettriche, dove l’Italia ha una buona competenza.
In ultima analisi l’Europa non deve avere ruoli marginali, ma ruoli attivi sia per i giovani, che per l’ambiente, per i mercati e per la tutela dei lavoratori.
I valori europei, che sono stati sempre l’orgoglio e il modo di essere italiano dentro l’Europa, sono appunto: la sostenibilità, l’ambiente, le tecnologie, la capacità di visione, le creatività, la genialità, il pensare al futuro.
 
Giuseppe Laterza, editore e uno dei fondatori del Festival, ha esordito dicendo che, di fatto, manca una vera opinione pubblica europea. Vi sono diverse opinioni nazionali, ognuna con le proprie caratteristiche, con le proprie storie, con il proprio progetto, con i propri criteri di sviluppo, ma non sufficienti a creare una nuova Europa.
Quest’identità può essere costruita, comprendendo che è multipla, data la dimensione nazionale e internazionale.
Il Festival contribuisce a questo: a far incontrare giovani universitari, persone, studiosi, di differenti provenienze, di esperienze e culture diverse.
Questo è il nostro compito, anche perché è giusto conoscere casa propria, i propri luoghi, ma oggi è necessario capire che attorno alla nostra casa, al nostro territorio c’è il mondo, c’è l’Europa che dobbiamo ben conoscere. Il confronto con persone che provengono da Paesi diversi è capire, non solo i luoghi da cui provengono, ma anche comprendere il modo con cui portano il proprio sapere e lo fanno conoscere. In altre parole, quello di questi giorni è il nostro piccolo contributo per far crescere l’opinione pubblica europea.
 
Chiudiamo questa riflessione con l’intervento di Tito Boeri, Direttore scientifico del Festival, che ha posto all’attenzione il seguente pensiero.
Il fenomeno della globalizzazione ha generato in vari Paesi, in misura diversa, un popolo di perdenti, di persone che sono state spiazzate dal progresso tecnologico.
Queste persone versano in uno stato di difficoltà e difficilmente riescono a collocasi nuovamente sul mercato del lavoro; quindi trovano posto e rappresentanza in movimenti che contrappongono il popolo a un’elite che è sempre più internazionalizzata.
Questi movimenti invocano il rafforzamento della sovranità nazionale, evitando di collocarsi sul tradizionale asse destra – sinistra.
Anche attraverso il tema di questo Festival, cerchiamo di capire come questa rivoluzione sia avvenuta e quali saranno le implicazioni per il futuro. 
 
Ecco perché vi sarà in quest’occasione un confronto approfondito, con spunti di riflessione e di analisi, in modo da portar via da questo evento molte e nuove idee, perché le idee sono sempre e oggi più che mai, la merce più preziosa.
 
È questa l’edizione forse più interessante rispetto a quelle del passato, anche per gli aspetti economici e non solo, che saranno trattati.
Gli economisti devono fare autocritica, perché è ben vero che anche con la globalizzazione le piccole imprese italiane hanno raggiunto mercati europei e internazionali, ma molti territori sono rimasti indietro nel filone della crescita.
Per evitare che questo continui ad avvenire è necessario fornire i territori di beni e servizi pubblici, ossia dare più democrazia e rappresentanza alle piccole comunità, rivedendo anche la struttura e la tipologia dei Comuni.
Bisogna anche saper sempre semplificare, spiegare in modo semplice le cose, gli studi, le ricerche anche più complesse, solo così si sollecita l’interesse e si comprendono i fenomeni che velocemente colpiscono la società. Affermare la verità è creare affidabilità.
Il Festival va su questa linea, ossia sulla semplicità e sulla verità.

Buon Festival 2019 a tutti.
Daniele Maurizio Bornancin

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