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Autonomie regionali verso una svolta? – Di M. D. Bornancin

Saranno attribuite alle regioni ordinarie condizioni particolari di autonomia?

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A queste domande, al Festival dell’Economia, hanno risposto alcuni docenti ed esperti nazionali, e la nostra rubrica ha ritenuto utile riassumere uno dei principali interventi, ossia il pensiero di Mario Bertolissi, docente di Diritto Costituzionale all’Università di Padova, che ha partecipato all’audizione della Commissione parlamentare in materia delle politiche regionali in rappresentanza della Regione Veneto e che vanta una grande esperienza come studioso del diritto regionale.
Partiamo da un nostro ragionamento, che vede come base l’art. 5 della Costituzione, laddove è indicato che «La Repubblica, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi il più ampio decentramento amministrativo, adegua i principi e i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento», punto fondamentale per arrivare all’evoluzione storica delle realtà regionali.
 
Nel 2001 è stato modificato il Titolo V della Costituzione, per arginare le ipotesi secessioniste, dando la possibilità anche alle Regioni a Statuto Ordinario di poter chiedere le competenze di gestione in alcune materie, ma soprattutto che le tasse, introito da sempre dello Stato centrale, possano rimanere nei territori.
Il resto è cronaca degli ultimi tempi, meglio il Governo attuale anche a seguito dei risultati dei referendum delle Regioni Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, sia pure a impostazione diversa, cerca ora di modificare l’assetto di queste tre Regioni, che in termini economici rappresentano il 40% del PIL dell’intera nazione.
 
Questa è una partita complessa dal punto di vista politico, perché si tratta, di fatto, di favorire le Regioni del Nord a discapito del Sud, quindi difficile sarà trovare un accordo tra i partiti, per meglio gestire la questione.
Sfogliando un vecchio libro del 1978 «Come nacquero le Regioni» scritto da Eugenio Gatto, deputato prima e senatore poi, nonché Ministro per la Riforma della Pubblica amministrazione e per l’attuazione delle Regioni, si percepisce che il tema della differenziazione tra le Regioni Speciali e quelle Ordinarie aveva destato interessi, studi, approfondimenti ancora allora, ma con pochi risultati raggiunti.
Infatti, solo alcuni decreti di trasferimento delle materie quali: sanità, lavoro, commercio, industria e artigianato e previdenza sociale, lavori pubblici, ebbero attuazione, dopo molte difficoltà e diciamo pure con scarse convinzioni.
 
Due i passaggi peculiari, nelle conclusioni del libro di questo politico veneto di scuola democristiana, che possono essere considerati tuttora come ragionamenti validi di una visione obiettiva dell’Istituto Regionale.
Il primo: «In una tale situazione era logico che la Riforma Regionale suscitasse grandi speranze, forse vista come la possibilità, della soluzione dei complessi problemi amministrativi e dei difficili rapporti che lo Stato centralizzato ha creato»;
Il secondo: «Vi è la speranza che le Regioni possano fare quel grande decentramento che è nelle attese dei cittadini e che invece lo Stato ha fatto, in dosi talmente omeopatiche che quasi nessuno se n’è accorto».
 
Le Regioni non devono creare dei piccoli Stati, ma avere il coraggio di decentrare a loro volta la gestione ai Comuni e alle Provincie, per essere efficaci organismi di programmazione, di legislazione, d’indirizzi e non mastodontici assessorati burocratici; che non riescono ad attuare gli obiettivi e le speranze di una qualificata costruzione delle Regioni.
Purtroppo, le esperienze delle Regioni hanno invece dimostrato proprio questo, ovunque sono nati grandi assessorati, con un numero spesso consistente di dirigenti e personale, dando origine a rallentamenti nello sviluppo, nella realizzazione di opere e nella gestione dei servizi alle comunità.
 

 
Dopo l’esperienza di anni, diciamo che il sistema decentrato non ha prevalso, tanto da far sì che le Regioni più ricche sono diventate molto più ricche e quelle più povere ancora più povere, ecco che è fallito il sistema decentrato.
Bertolissi, ha iniziato a dire che della riforma regionale è da molto tempo che ci si occupa, ma ad esempio, le regioni ordinarie nate nel 1970 non hanno avuto da subito la responsabilità fiscale, quindi si è realizzata una modifica parziale dell’assetto complessivo.
Pur essendo stato introdotto il criterio della spesa storica nel 1977, lo spreco delle risorse regionali negli anni sono state eccessive, come ad esempio nella sanità, andando così a cozzare con le disposizioni per gli enti pubblici, di adottare sistemi di buon andamento della spesa.
 
Il docente ha messo in chiaro che «ci vuole coerenza e onestà intellettuale per discutere con competenza delle questioni regionali», e che la richiesta di forme di particolare autonomia, da parte delle tre regioni in questione deve essere esaminata attentamente, perché i problemi sono seri e molteplici.
Il Veneto si è mosso anche perché si trova in mezzo a due Regioni a Statuto Speciale: il Friuli e il Trentino Alto Adige.
Bisogna cominciare ad approfondire questi temi senza aspettare le decisioni romane, perché potrebbe essere poi troppo tardi.
È giunto il tempo di discutere, in particolare, delle situazioni reali delle persone che ricevono servizi dalle regioni, con tipologie diverse, e per azioni discriminanti di Regioni di serie A e di serie B o addirittura di serie C.
 
La questione meridionale è sotto gli occhi di tutti, e la forbice tra Nord e Sud è in continua ascesa.
Le spese pubbliche maggiori oggi sono rappresentante dai comparti della sanità e dell’istruzione, comunque la riforma attuale prevede che l’istruzione sia decentrata alle Regioni che avrebbero competenza anche sulle tasse scolastiche, quindi un’entrata in parte nuova.
Non si dimentichi che alcune Regioni, ad esempio quelle meridionali, non intendono più compartecipare alle spese statali.
 
Quali sono le attese sul complesso delle riforme? Forse si sta chiedendo troppo a una modifica legislativa che in prima ipotesi riguarda solo alcuni territori?
Il timore che si percepisce in alcune Regioni è che un passaggio complessivo di diverse materie alle Regioni stesse, ai sensi della nuova impostazione dell’art. 116 della Costituzione, potrebbe alla lunga svuotare lo Stato; quindi le riforme anche quelle oggi in discussione, hanno bisogno di serrati confronti, accordi, trattative, possibilmente non infinite, ma che portino a una definizione dei ruoli tra centro e periferia.
 
Bertolissi, pur condividendo la necessità di decentrare alcune competenze alle Regioni, intravede che la conseguente frammentazione del Paese, potrebbe aumentare la crisi Costituzionale, sia italiana, sia europea.
Continuando a rincorrere il mito della legge perfetta, di rado si arriva a dire che se un testo non va bene, è necessario costruirne uno nuovo, ma si preferisce, modificare, emendare il testo «proposta», senza riuscire a chiudere il progetto.
Se la Costituzione prevede che la differenziazione tra Regioni è possibile, allora perché non provare a dare le competenze alle tre regioni in questione?
Bisognerà pur incominciare, pur ritenendo che il livello di differenziazione dei ruoli deve essere inserito in una cornice più ampia, ossia il Parlamento.
 

 
Anche dal Veneto è emerso, come da altre parti, quale sia il ruolo assegnato dalla Costituzione al Parlamento, nell’ambito della procedura prevista dall’art.116 - 3° comma e relativa alla’autonomia diversa.
L’art.116 citato, dispone che il trasferimento di altre funzioni e risorse alle Regioni, avvenga in conformità a un’intesa tra lo Stato e la Regione interessata, Stato che in altri termini vuol dire Governo, essendo riservato alle Camere il compito di approvare la specifica legge che deve comprendere l’intesa a maggioranza assoluta.
Purtroppo in Parlamento oggi, anche tra le fila della maggioranza, vi sono alcuni parlamentari che hanno dichiarato che «Bisogna fermare il treno e impedire che Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, ottengano quello che la Costituzione, consente».
 
Ora il quesito è appunto quando l’intesa sfocerà in un accordo percorribile?
Per rimanere vicino a casa nostra vediamo solo alcuni dei motivi che hanno spinto il Veneto ad assumere l’iniziativa di chiedere maggiori competenze gestionali per avvicinarsi alle Regioni autonome.
Già nel 1990 la Regione aveva approvato una deliberazione legislativa che nel 1992 è stata bloccata dalla Corte Costituzionale.
Di seguito, in particolare negli ultimi anni e dopo vari tentativi a vuoto, studi, convegni, progetti, si è arrivati al referendum, e quindi a un testo che è stato di recente approvato dal Consiglio Regionale e posto all’attenzione del Governo.
 
Documento questo che rappresenta la base di partenza e che individua le materie sulle quali chiedere forme di particolare autonomia. Il problema quindi non è di appartenenza politica, ma di appartenenza territoriale, nella risoluzione della questione delle autonomie differenti.
Per quanto concerne il tema delle risorse, o la paura che per gestire nuove competenze le Regioni hanno necessità di avere ulteriori fondi, bisogna essere convinti che si tratta di una faccenda di equilibrio e di riequilibrio, ma anche di minor spreco delle disponibilità finanziarie.
Il ragionamento sulle risorse riguarda una distribuzione territoriale, che non sia contrassegnata da tratti distintivi che da sempre distinguono l’allocazione delle risorse presso le varie unità territoriali.
Questo discorso riguarda tutte le strutture degli enti pubblici, non solo le Regioni, anche le Regioni ordinarie tra loro, le Regioni speciali tra loro; questa è una storia che esiste da sempre.
 
Sono argomenti oggettivi che hanno spinto le richieste in questione, compresa la «richiesta dei nove decimi».
Se, però si obietta che i nove decimi non possono essere sostenibili perché se estesi ad altre Regioni genererebbero disastri all’interno della Repubblica, ma questo perché?
Se si tiene conto delle diverse esigenze dei vari territori, e si concedono competenze e risorse proporzionate alle realtà delle comunità, non si determinano squilibri.
Certo, bisogna provare e mettere al centro i problemi delle singole Regioni, poi l’intesa arriva per il bene delle prime tre Regioni, diciamo un po’ più autonome di oggi.
 
In fondo questo era anche il principio ispiratore negli anni della nascita delle Regioni ordinarie.
Non possiamo nemmeno dimenticare che i fondatori delle Regioni sostenevano allora l’importanza di un reale avvicinamento delle Regioni a statuto ordinario a quelle a Statuto speciale.
I tempi sono ora maturi, si auspica che tutto avvenga nel migliore dei modi, con ampia condivisione, con salutari confronti, con il pensiero rivolto sempre al futuro, con una reale conclusione delle procedure, per non dire tra poco che anche questa volta si è persa l’occasione.
 
A cura di Bornancin Daniele Maurizio

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