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«Come goccia»: lettera del vescovo Tisi alla comunità trentina

«Quella goccia che non fa traboccare il vaso, ma lo riempie di nuovo vigore, di speranze e di vedere valorizzati i giovani» – Di Daniele M. Bornancin

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Silenzio e attesa (2016) - La vita è bella (2017) - Il dodicesimo cammello (2018) - Nel testo: Come goccia.

Le Feste Virgiliane sono oramai dimenticate, pochi trentini ricordano la sfida tra i Ciusi e i Gobi, nonché la rappresentazione della causa in un tribunale tutto al femminile, guidato dalla conosciutissima e bravissima Loredana Cont.
In questo spazio però proverò a fare una semplice riflessione, non tanto e solo della festa in sé, ma della nuova e quarta lettera alla comunità di don Tisi dal titolo: «Come goccia».
Un interpretare ciò che ha colpito e ha destato interesse, non solo a chi vi scrive oggi, ma anche ad altre persone.
Un nuovo incontro con la collettività attraverso uno scritto di vera autenticità, un invito a non dare tutto per scontato, a non essere solo semplici consumatori, a non lasciarsi sopraffare dal sistema moderno dell’«usa e getta» in una società ipertecnologica al limite dell’ossessione, ma di pensare di più ai giovani.
 
È emersa forte una richiesta ai giovani, sulla necessità attuale di mettersi a lavorare per un Trentino migliore, attraverso un dialogo sociale e politico basato sulla verità; ma nello stesso tempo un invito agli adulti di lasciare ai giovani gli spazi che appartengono a loro, nella logica di una crescita culturale e sociale delle nuove generazioni.
Abitare, con fedeltà e nella verità questa epoca storica, assumendosi le proprie responsabilità, questo è saper ascoltare.
Oggi c’è un grande bisogno di donne e uomini in ascolto della vita, che s’impegnino per la comunità, che si assumano la responsabilità di abitarla, rinunciando alla superficialità, alla sola immagine.
Importante quindi rimanere vicini a chi conosce, giorno dopo giorno, la fatica del vivere; solo così le comunità possono dare un importante contributo alla vita dei nostri paesi, per aiutarli a essere innovativi, abitati e propensi alla creazione di spazi di dialogo e di solidarietà.
 
Un messaggio quello dell’arcivescovo, dove la forza dell’uomo è nel rendersi uguale, senza porsi sopra gli altri.
Uno dei passaggi della lettera alla comunità del 2019, riguarda «il meglio della nostra esistenza non ha una data di scadenza. Non è rintracciabile nel conto economico o nelle performance professionali, ma ha i connotati di un volto presso il quale ti percepisce custodito e amato e nello stesso tempo di essere tu stesso motivo di gioia e di festa per altri».
Quell’importanza di scrutare la realtà con occhi nuovi, senza paura del futuro, senza rimpianti del passato, senza adagiarsi nel «si è sempre fatto così», diversamente, si corre il rischio di essere risucchiati nel vortice della negatività e di perdere la capacità di sognare.
Quell’entrare nella rassegnazione in tanti casi, determina di rimanere fermi al rimpianto del passato, porta di per sé un’idea del non immaginare il futuro.
 
In quanti ambienti di lavoro, in quante situazioni, in quante realtà produttive e aziendali, anche nel nostro piccolo Trentino, vige, come punto fermo dell’agire quotidiano il «si è sempre fatto così» magari rimanendo fermi al costante fatturato e all’utile di bilancio, con la paura del nuovo e del rischio economico o dei criteri di compartecipazione alle scelte organizzative e gestionali?
Oggi il futuro, a mio avviso è già lì, è già pronto ad agire è dato ad esempio dalle nuove tecnologie, al limite della realtà che s’intrufolano anche nelle parole, gestite dai colossi dell’informazione, che spesso condizionano anche l’economia globale.
Tutto questo fa denaro, tutto questo entra nelle nostre identità digitali e le nostre parole sono risucchiate dalle reti, complici di un’adesione libera, ma in verità barattata con i servizi telematici.
 
A volte queste tecniche fanno dei nostri dati un utilizzo esagerato e allora, dove è finita la cd. privacy con tutte le sue regole? Chi potrà restituire alla parola il suo valore originario?
Ecco l’importanza di trovare e ritrovare nuove forme di dialogo, dell’uso della parola in modo corretto, umano e dove la distanza tra parola e vita non esiste.
Certo, anche le nuove forme di comunicazione devono essere comprese, studiate, devono essere utilizzate con responsabilità, non possiamo farci sopraffare da esse, ne va della nostra personalità, della nostra libertà, della nostra cultura.
Siamo davanti ad una generazione di giovani venuti al mondo dentro una rivoluzione telematica, artificiale, immersi in un’epoca del «tutto programmato».
 
Qui sono chiamate in causa le istituzioni. I giovani su questo e su altri temi chiedono chiarezza, verità e fedeltà alla reale possibilità di vedere valorizzati i loro studi e di poter fare un lavoro attinente e rispettoso della propria dignità.
Operare insieme, giovani e adulti, per migliorare questo Trentino non è compito solo nostro, ma anche di chi è chiamato a scelte politiche e strategiche che possono incidere sulla qualità sociale economica e ambientale di domani.
Infine, una domanda faccio propria a conclusione di questa riflessione, che, anche se scritta diciamo «fuori tempo massimo», ritengo comunque attuale: saremo capaci di dialogare in modo veritiero con le altre persone, sapremo fare qualcosa di nuovo, anche nel campo del lavoro per i giovani trentini, o diversamente rimarremo ben saldi nella quotidiana tranquillità, pensando poco al futuro, senza una nuova visione per questa nostra terra?
 
Non posso affermare di essere riuscito nell’intento di comunicare un’informazione comprensibile, su un evento e su un documento vescovile di tale importanza, ma mi auguro almeno di aver colto i punti più importanti e le sensazioni che questa lettera ha suscitato nella comunità trentina.
Voglio ricordare infine che siamo alla quarta lettera del nostro Arcivescovo, rivolta alla gente trentina e precisamente:
 
- Silenzio e attesa (2016)
- La vita è bella (2017)
- Il dodicesimo cammello (2018)
- Come goccia (2019)
 
Le vediamo nelle foto di copertina.
Questi strumenti di collegamento con la comunità locale, sicuramente hanno destato interesse in molte persone e sono diventate nel tempo non solo consuetudine, ma per certi versi momenti di crescita umana, perché qualsiasi cammino attraverso la lettura di questi libretti, in questo periodo di vacanze che porta minimamente anche a «pensare», è comunque vita.
 
A cura di Daniele Maurizio Bornancin.

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