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Educare al lavoro, coltivare il lavoro – Di Paolo Farinati

Merito, rischio, responsabilità: sono termini che non ci devono spaventare, ma bensì motivare

«L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione».
Così recita giustamente il primo articolo della Costituzione italiana.
Il ringraziamento ai padri costituenti deve e dovrà essere perenne per queste parole significative per tutte e per tutti noi, nonché fondanti la nostra comunità repubblicana da quasi 75 anni.
Certamente il lavoro è un diritto universale, garantisce ovunque dignità ad ogni persona, le permette la graduale conquista di un discreto benessere, la rende libera, la gratifica con la piena appartenenza civile ad una comunità, consente ad ognuno di noi di realizzare sogni, di raggiungere ambiti traguardi, di vivere in serenità. Quindi, diventa importante, se non imperativo, educare al lavoro fin dalla giovane età.
E qui sono protagonisti indispensabili e necessariamente complementari la famiglia e la scuola.
 
La generazione dei nostri nonni, e ancora prima di loro, per collocare un figlio presso un artigiano o una figlia presso un negoziante pagavano quell’artigiano e quel negoziante, affinché insegnasse a quei giovani un lavoro.
Oggigiorno, grazie all’evoluzione della nostra società in termini di diritti, questo non succede più.
Mi piace qui ricordare come negli anni ’70, quando frequentavo il liceo, da metà agosto a tutto settembre si andava a vendemmiare e a raccogliere le mele, mentre altri nei mesi estivi andavano presso qualche azienda o studio professionale. Ci si pagava la miscela del motorino, i libri per l’anno scolastico seguente e qualche giusto divertimento.

Va detto subito che questo succede ancora, per buona educazione delle famiglie e buona volontà dei giovani. Ma non è sempre così.
Nella mia Rovereto, pur in presenza di un ottimo Istituto alberghiero, succede che ristoranti e bar non trovino in buona parte dei nostri giovani la disponibilità a fare una prima esperienza lavorativa, anche per pochi mesi, arricchendo così il loro curriculum professionale.
Altresì, nella mia Vallagarina, è successo che negli ultimi 15/20 anni la stragrande maggioranza delle imprese artigiane, specie nell’edilizia, siano nate per la determinazione e l’ambizione di cittadini non italiani, ovvero albanesi, moldavi, rumeni, ucraini e provenienti da vari Paesi del nord Africa.
 
Eppure a Rovereto fino a non molti anni fa vi era in via Benacense la miglior scuola edile del Trentino.
Siamo in presenza di lavori che noi italiani, giovani e meno giovani, non vogliamo più fare, pur sapendo quanto un bravo muratore, un bravo elettricista o un bravo idraulico possa arrivare a guadagnare.
Questa realtà la possiamo cogliere pure nei servizi. Ogni lavoro ha una propria dignità: qui la famiglia deve educare al lavoro i propri figli, con comprensibile ambizione ma pure con tangibile realismo.
Non tutte e tutti sono destinati a frequentare il liceo, anzi. La nostra società è carente nelle professioni ritenute poco interessanti, poco gratificanti e che quindi lasciamo fare ad altri, spesso non italiani. Grande errore.
 
E qui dobbiamo inserire il concetto di merito, dare al merito il giusto valore. È l’unica variabile che permette di mettere in moto il necessario ascensore sociale tra i giovani.
 
Io sono figlio di operai, che con sacrifici mi hanno permesso di studiare e trovare così la mia strada professionale. Sono stato per quasi 10 anni lavoratore dipendente, ora da oltre 33 anni sono un soggetto con Partita IVA.
Sappiamo che sono sempre di più i nostri giovani che studiano, il livello di istruzione del popolo italiano negli ultimi 50 anni è costantemente e notevolmente cresciuto.
Le opportunità di lavoro si sono diversificate, il tempo del lavoro unico è finito, i nostri giovani lo sanno molto bene.
Sono disposti anche a crearsi loro nuove professioni, ad aprire nuove imprese e nuove Partite IVA: in questo sono molto più determinati e coraggiosi della mia generazione, cresciuta con l’inganno del «6 politico» indistintamente per tutte e tutti e con il sogno del posto fisso.
La realtà è cambiata, e di molto. Prima educhiamo i nostri ragazzi a questo cambiamento e prima loro saranno motivati ad affrontarlo con meno paure e a mettersi in gioco con nuove visioni e nuovi obiettivi.
Mediamente loro lo capiscono e si dimostrano capaci, anche attraverso le formative esperienze all’estero o quantomeno lontani da casa. Qui il crescente livello di istruzione li aiuta non poco.
 
È evidente che i miei ragionamenti tengono conto della media dei fenomeni sociali italiani, annualmente ben fotografati dall’ISTAT e da altri centri di ricerca.
A fronte di questo sintetico quadro, la politica, a vari livelli, ovvero europeo, italiano, provinciale e comunale, ha fatto quasi sempre egregiamente la propria parte. Voglio citare, ad esempio, cosa successe quando negli Anni ’70 e ’80 Rovereto conobbe una forte crescita della disoccupazione a seguito della chiusura di storiche importanti aziende quali la Pirelli - Piave e la Grundig.
Qui la politica comunale e provinciale intervennero tempestivamente ed efficacemente.
Non posso non citare l’allora Sindaco Pietro Monti e il compianto ing. Sergio Zanon, i quali con grande visione e determinazione “s’inventarono” la Tecnofin Strutture, da cui poi nacque la Trentino Sviluppo e da questa l’importante attuale BIC di via Zeni a Rovereto.
 
Ricordo, anche per esperienza diretta, quel difficile 18 marzo 2008, quando chiuse, dopo oltre ben 150 gloriosi anni di lavoro, la Manifattura Tabacchi di Borgo Sacco e con essa, quasi contemporaneamente, pure la Cartiera ATI e la Filtrati.
Anche in questa occasione la politica comunale e provinciale seppe agire prontamente e concretamente. Quegli strategici 11 ettari di Borgo Sacco di proprietà della British Tobacco, vennero immediatamente acquistati dalla Provincia di Trento, attraverso la Trentino Sviluppo, mentre il Consiglio comunale di Rovereto garantì in meno di due mesi la destinazione produttiva di quei terreni. Solo con queste oggettive premesse oggi possiamo ammirare e investire nel Progetto Manifattura Domani.
Nei momenti di crisi, sempre e ribadisco sempre, si accentua il rischio, ma appaiono sempre anche delle opportunità. E qui la politica può fare la differenza, sempre e ovunque. Ecco che allora accanto all’educazione al lavoro, compito affidato alle famiglie e alla scuola, vi è indispensabile il coltivare il lavoro, che è compito imprescindibile della politica.
 
Da qualche anno, precisamente dal 2008, stiamo vivendo una grave crisi economica mondiale. Se aggiungiamo la pandemia da Covid19 e la guerra tra Russia e Ucraina, arriviamo a dipingere un quadro che definire preoccupante è dire assai poco.
Dopo oltre trent’anni in cui la finanza l’ha fatta da padrona, ritengo che oggi più che mai si apre il tempo della politica, quella con la P maiuscola, che si nutre di visione, di determinazione, di coraggio, di gioco di squadra, di forza di volontà, di un equilibrato ottimismo, di profondo senso di responsabilità.
In sintesi estrema, di quella necessaria autorevolezza che negli ultimi decenni la politica stessa, il sindacato, le altre parti sociali hanno in buona parte perso.
Sia chiaro, che le colpe sono ben suddivise. Solo per fare un esempio, sono più che certo che persone quali Luciano Lama e Pierre Carniti non avrebbero mai permesso al sindacato di giungere all’attuale infelice frantumazione in mille soggetti, perdendo inevitabilmente in forza contrattuale e in credibilità.
 
È giusto, quindi, giunti a questo punto in cui la nostra comunità italiana vive giornalmente difficoltà e drammi sociali anche e soprattutto per la precarietà di buona parte del mondo del lavoro, fare qualche esame di coscienza, non ripetere errori che potrebbero essere fatali, abbandonare ogni sterile autoreferenziale atteggiamento, ma bensì far sì che la politica, in particolare, torni tra la gente, parli alla gente, ridia potere ai cittadini nella scelta dei loro rappresentanti nell’amministrazione nazionale e locale.

Solo così la politica tornerà ad essere credibile ed efficace nelle sue decisioni. Soprattutto in tema di lavoro, di sviluppo economico e sociale, di un proficuo rapporto tra l’ente pubblico e il settore privato, di una fiscalità equa e chiara, di una crescita culturale della nostra comunità, piccola o grande che sia.
Evidenziando anche i doveri, che sono in capo ad ognuno di noi cittadini, in ogni istante della nostra vita. E qui mi soccorre in maniera molto esplicita l’art. 2 della nostra Costituzione: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».
 
In tema di lavoro, a 63 anni, mi sento di suggerire ai nostri giovani di saper ben interpretare sia i doveri che i diritti. Questi ultimi, ci ha lasciato più volte scritto il prof. Norberto Bobbio, una volta conquistati vanno coltivati e salvaguardati ogni giorno. E questo è un compito tutt’altro che facile, ma indispensabile.
Merito, rischio, responsabilità: sono termini che non ci devono spaventare, ma bensì motivare.
La vita è l’unica occasione che ci è concessa, spendiamola bene. Il lavoro ci aiuta moltissimo in questo. Ma ognuno è chiamato a metterci del proprio.
In conclusione, faccio mie le tre T del prof. Richard Florida: «Talento, Tecnologia e Tolleranza».
Sostantivi e variabili che facilitano e stimolano la creatività, lo sviluppo, il benessere e la felicità in ogni parte della Terra. Crediamoci.

Ecco perché è fondamentale «educare al lavoro e coltivare il lavoro».

Paolo Farinati - p.farinati@ladigetto.it

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