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Il 14 novembre di cent’anni fa iniziò sul Piave la battaglia d’arresto

Si sarebbe conclusa a fine dicembre dopo sanguinosi combattimenti dalla Valsugana al mare – Nell’Italia rigenerata nacque lo slogan popolare «O tutti eroi, o tutti morti»

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Truppe alleate a Padova.
 
(Link alla puntata precedente)
 
La prima battaglia del Piave iniziò il 14 novembre 1917.
Le truppe italiane, credute vinte e moralmente distrutte anche dagli stessi vertici militari dopo la battaglia di Caporetto, opposero invece una tenace resistenza nei dintorni del monte Grappa tra le rive del Brenta e del Piave, permettendo così alla linea difensiva impostata lungo quest'ultimo fiume di continuare a resistere all'offensiva nemica, che dovette pertanto ridimensionarsi alla guerra di trincea.
Il timore di Von Below si era verificato. Niente più guerra di movimento e su un fronte ridotto, aspetto questo che facilitava l’Italia che aveva perso così tanti soldati.
L’attacco finale austriaco si svolgeva lungo tre direttive principali: il Gruppo Conrad che dal Trentino doveva puntare al piano e prendere Bassano da ovest, il dal Gruppo Krauß doveva attaccare il massiccio del Grappa e il gruppo Boroevic doveva forzare la linea del Piave e raggiungere il Brenta. 

Tutto il fronte italiano venne cosi attaccato. Lungo l’intera linea, però, dell’altopiano al mare i reiterati attacchi e violenti assalti avversari furono inesorabilmente contenuti e respinti.
Conrad era riuscito ad avanzare di qualche chilometro dall’altipiano dei Sette Comuni, che però perdette quasi subito grazie ai contrattacchi degli alpini. Il suo sogno di sfondare dal Trentino si era spento definitivamente.
Krauß scaglio le sue truppe verso Bassano del Grappa e Pederobba, ma l'attacco venne fermato da un'imprevista resistenza sui monti Roncone, Peurna, Arvenis e Tomático. Vi erano schierati otto battaglioni di alpini decisi a tutto. Il Regio Esercito si vide man mano attaccato da forze sempre più consistenti e fu costretto a cedere le postazioni avanzate del Roncone e del Tomático, il Cismon e il Monte Santo, ripiegando sulla nuova linea difensiva che andava da Cismon del Grappa fino al fiume Piave.
L'avanzata di von Below a quel punto subì una battuta d'arresto ai piedi del Prassolan e lungo il Piave.
 

 
La lotta si protrasse accanita e violenta, ma ogni sforzo avversario risultò vano e si infranse contro la tenace, superba, eroica resistenza italiana.
Lo schieramento dell’Esercito sulla linea Altipiani-Grappa-Piave fu il primo importantissimo passo per arginare la ritirata di Caporetto.
Le truppe italiane, nonostante la grave sconfitta, sostennero con grande saldezza d’animo l’imminente scontro con il nemico, consapevoli che era venuto il momento dell’estremo sacrificio per difendere il territorio nazionale ormai invaso.
Nacque allora lo slogan che coinvolse l’intero esercito: «O tutti eroi, o tutti morti». Per la prima volta gli ufficiali non dovevano minacciare i soldati per costringerli a combattere. Il Paese aveva reagito. Non erano più soldati provenienti da zone «sconosciute» del Regno, ma Italiani a tutti gli effetti con il solo obiettivo di salvare il proprio Paese.

Le truppe risposero: quelle del Grappa e sul Piave erano le stesse già schierate sull’Isonzo e che avevano visto la rotta della 2ª armata, le stesse che avevano compiuto un ripiegamento di un centinaio di chilometri, sotto la pressione del nemico. Sulla nuova linea risentiranno delle difficoltà nei rifornimenti, non fruiranno di turni di riposo né di licenze per tutto il periodo della battaglia d’arresto. Ma non si lamenteranno.
Lo stesso generale Diaz aveva disposto che i propri soldati fossero trattati «umanamente» e fu ampiamente ripagato di questo cambio di atteggiamento.
Il livello di forza presente nei reparti era largamente al di sotto dell’organico, nonostante l’arrivo dei Ragazzi del ’99, ma il morale non vacillò. 

La riduzione del fronte aveva consentito un minimo di tranquillità difensiva che aiutò a superare le prime settimane di battaglia.
Si tornò così a una guerra di trincea, migliorando la resistenza delle linee, ricostituendo le forze con l’arrivo dei complementi e il recupero degli sbandati; il nemico, visto il fallimento degli sforzi offensivi tornò, anch’esso per il momento, alla guerra di trincea. Si erano rovesciate le sorti. Adesso era il nemico che andava spronato a uscire di trincea per gettarsi all’assalto degli Italiani.
E in più gli austro-tedeschi incontrarono altre difficoltà. La fulminea avanzata aveva allontanato il fronte di un centinaio di chilometri dalle loro linee ferroviarie, cosicché i rifornimenti erano divenuti difficoltosi.
Erano in ritardo non solo le artiglierie pesanti e le munizioni, ma anche le vettovaglie per gli uomini.
 

 
Il 29 novembre terminava l'offensiva austro-tedesca, senza che il fronte avesse ceduto in maniera significativa.
Certo i combattimenti erano stati sanguinosissimi perché, a contare la sola battaglia d'arresto, contiamo 43.000 tra morti e feriti tra gli italiani e 21.000 morti tra gli austro tedeschi.
I Ragazzi del '99 si sacrificarono soprattutto nella zona che va dal Montello a Sandonà di Piave.
A metà dicembre sul medio Piave e sul Grappa fu attivato un ultimo tentativo di sfondamento ad opera delle due migliori divisioni tedesche, la 5ª e la 200ª, contro le quali entrarono in combattimento anche 6 divisioni anglo-francesi.
Concluso quest'ultimo tentativo senza ottenere risultati, a fine dicembre il Generale Von Below ordinava il ritiro delle truppe germaniche. Come avevano sempre sostenuto i tedeschi, la guerra non sarebbe stata vinta sul fronte italiano ma sul fronte francese.
L’aiuto dato agli alleati austro ungarici era stata una difesa attiva andata più in là delle migliori previsioni, ma nulla di più. Era giunto il momento di tornare al fronte occidentale, dove stavano giungendo sempre più numerosi e organizzati gli americani.
Sul fronte del Piave e del Grappa rimanevano i nostri tradizionali nemici: gli austriaci.
 
G. de Mozzi
(Fine)

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