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Storie di donne, letteratura di genere/ 193 – Di Luciana Grillo

Serenella Antoniazzi con Elisa Cozzarini, «Io non voglio fallire. Un’imprenditrice in lotta per salvare la propria azienda» – Il titolo si presenta da solo

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Titolo: Io non voglio fallire. Un'imprenditrice in lotta 
            per salvare la propria azienda

 
Autrici: Serenella Antoniazzi con Elisa Cozzarini
Editore: Nuovadimensione 2015

Pagine: 187, Brossura
Prezzo di copertina: € 14,50
 
Quando si legge un romanzo, si pensa che la storia narrata sia frutto di invenzione, oppure che le esperienze dell’autore/autrice possano essersi in qualche modo infiltrate nel succedersi degli eventi o nella descrizione dei personaggi.
Quando invece ci si avvicina a una storia dichiaratamente vera, l’atteggiamento di chi legge cambia, soprattutto se si conosce direttamente chi l’ha scritta.
È questo il caso di «Io non voglio fallire», una vicenda lunga e molto dolorosa, raccontata in prima persona da Serenella, una donna giovane, apparentemente fragile, con una gran massa di capelli fulvi, ma in realtà forte e coraggiosa, che ha lottato per la sua azienda senza mai tirarsi indietro, cercando, in ogni momento, di fare rete con altre aziende piccole, spesso truffate da imprenditori più grandi e furbi, che hanno ordinato, ricevuto e rivenduto dei prodotti che non hanno mai pagato.
Dunque, piccola impresa familiare che produce con onestà e che rischia di fallire perché i creditori non pagano.
 
Serenella parte da lontano, racconta la storia di un’azienda che si è sviluppata «un’epoca fa, quando la parola di un uomo aveva ancora un peso morale… il nome è sinonimo di garanzia e la parola data è un patto più importante di una firma».
Con tanto lavoro e tanta passione, Serenella, suo fratello, suo padre vedono l’azienda crescere: gli ambienti diventano più salubri, il riscaldamento evita a tutti loro durante l’inverno di indossare i doposci, i rapporti con le banche sono distesi, «il magazzino, sempre pieno, si svuotava e riempiva in rapida successione».
Il motto degli Antoniazzi era: «lavora, risparmia, compra, paga. Se non ce la fai, aspetta».
Il rapporto con i dipendenti era affettuoso, tanto con i locali quanto con gli stranieri, ai quali «era difficile far capire che, almeno quando sei in fabbrica, il lavoro viene prima di tutto, devi farlo con impegno, rispettando tempi precisi».
 
Ma arrivano le prime difficoltà, Serenella lotta per far sopravvivere l’azienda e per non tradire i dipendenti; quando le si prospetta l’autofallimento, lo vede come «il minore dei mali dal punto di vista amministrativo, ma una disfatta per la nostra vita familiare e sociale, una vergogna che non meritiamo. Non posso dare questo dolore a mio padre».
E naturalmente si sente in colpa, «unica responsabile… mi sono lasciata abbagliare dalla mole di lavoro che i Masiero ci offrivano, soggiogata dai loro modi così sicuri».
Non è sola Serenella, non c’è soltanto la sua azienda in crisi per mancati pagamenti… «se i problemi non ti toccano da vicino, sei cieco e sordo. Lavori chiuso a riccio, senza interessarti al bene della collettività… insieme possiamo fare la differenza».
 
Con questo proposito, Serenella avanza, parla con autorità civili e politiche, riceve consigli e persino aiuto da un imprenditore sconosciuto e generoso, non si ferma davanti a nessun ostacolo, scrive ai giornali e finalmente qualcosa si muove: nasce il «Fondo Serenella», destinato alle imprese vittime di mancati pagamenti per dolo di terzi nella legge di stabilità approvata il 23 dicembre 2015 e la vita comincia ad essere meno amara.
Il figlio di Serenella non dovrà temere di essere figlio di una perdente.
Questo testo è così vero e vibrante che si fa leggere con intensità, mentre si spera che storie così non accadano più!
 
Luciana Grillo – l.grillo@ladigetto.it
(Recensioni precedenti)

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