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Alice Viaggiatrice, Capitolo 6 – La vita tra gioie e compromessi

A Buenos Aires per un master, incontra Javier, di cui si innamora. Quando deve tornare in Italia deve prendere una decisione difficile – Racconto di Astrid Panizza

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Link alla puntata precedente.
 
 La vita tra gioie e compromessi  
 
Finito il percorso di studi triennale, decido di mettermi a cercare fin da subito un Master in grado di soddisfare i miei interessi.
L’esperienza in Brasile mi ha colpito a tal punto che sono rimasta stregata dall’America Latina e comincio a spulciare su internet Università in Paesi dell’America del Sud in cui si parli spagnolo, poiché, assieme all’italiano, rappresenta la lingua madre con cui mi destreggio molto meglio che il portoghese, lingua parlata in Brasile.
Inizialmente questa ricerca è fine a sé stessa, per curiosità, ma quando inizio a trovare spunti interessanti che potrebbero essere una valida continuazione al percorso di Studi Internazionali intrapreso nei primi tre anni, comincio a considerare sul serio l’opportunità di migrare oltreoceano.
Dopo tanto cercare trovo qualcosa che fa al caso mio. La meta prescelta si chiama UBA, Universidad de Buenos Aires, capitale dell’Argentina.
Scelgo un corso annuale in diplomazia internazionale che spero possa avvicinarmi al sogno di viaggiare il mondo per lavoro, come diplomatica o qualcosa di simile. Ricevo la mail di accettazione: è fatta.
Considerazioni, calcoli e valutazioni mi portano quindi ancora una volta alla decisione di riempire la mia valigia, inseparabile compagna di viaggio e di partire ancora una volta per scoprire nuovi orizzonti e confrontarmi con un'altra realtà.
 
Arrivo a Buenos Aires un giorno di fine gennaio, in piena estate argentina, quando le Università sono ancora chiuse e il sole si innalza senza paura nell’azzurro del cielo. Arrivo nella casa in cui vivrò per quest’anno.
Si trova nel quartiere «Palermo», residenziale, uno dei più grandi della città. E’un appartamento carino, in condivisione con altre due ragazze argentine che mi stanno subito simpatiche.
Lara, la prima che incontro, mi apre la porta con un sorriso simpatico, innocente, e mi mostra la casa con disinvoltura.
Probabilmente l’ha già fatto con altri coinquilini prima di me, e non solo con uno. Ha dei lunghi capelli neri come la pece ed è molto alta. La sua pelle è olivastra, di quelle che si abbronzano subito e rimangono abbronzate tutto l’anno. Beata lei.
Siria, l’altra ragazza che vive con noi, è invece bassa e con i capelli biondi, ma anche lei molto sorridente, una di quelle che fa battute in continuazione e la cui risata è contagiosa.
Sento che mi troverò bene in questo ambiente, il mio sesto senso mi porta a credere che stringerò una bella amicizia con quelle due ragazze e che condivideremo bei momenti tutte assieme.
 
Sistemo i bagagli e quando tutto è al proprio posto mi butto sul letto per un attimo.
Mi sento molto stanca, ma l’adrenalina nel mio corpo sembra non voler permettermi di stare ferma. Decido così di muovermi, di visitare almeno una piccola parte di questa immensa città che per un periodo chiamerò casa.
Lara mi saluta prima che esca, e mi indica un luogo dov’è possibile noleggiare una bicicletta per potersi spostare più velocemente.
Mi reco al noleggio e scelgo una bicicletta azzurra, il colore dell’Argentina, che porta sulla ruota posteriore il disegno della bandiera nazionale. Mi piace.
Mi avvio sulle strade trafficate di Buenos Aires sfrecciando con la bici e guardandomi intorno a bocca aperta.
Mi colpisce soprattutto il quartiere «La Boca», che con i suoi colori esprime gioia e allegria. A fine ottocento era infatti popolata da migranti italiani che lavoravano sulle barche e con la vernice avanzata per colorare le chiglie decisero di dipingere i muri esterni delle proprie case, spesso povere, per dare un tono di colore diverso ed intraprendente.
 
Ritorno a casa quando ormai il sole è già tramontato. Restituisco la bicicletta al negozio di noleggio e salgo in casa, sfinita.
Non faccio neanche in tempo a spogliarmi che la forza di gravità mi attira a sé e mi lancio sul letto, addormentandomi come un sasso e risvegliandomi solo il giorno successivo.
Le settimane si susseguono l’una all’altra con una velocità impressionante. Inizia l’Università e mi sento molto soddisfatta di aver preso il coraggio a quattro mani e di essere partita ancora una volta.
Il Master mi piace e conosco ogni giorno persone nuove, che portano l’aria di positività di cui ho bisogno in questo momento di inizio.
Dopo qualche mese dal mio arrivo, alla fine di una giornata piena in Università, arrivo a casa verso sera, e nel giro scale sento che c’è movimento e musica in casa nostra.
Le mie coinquiline non mi avevano detto nulla, sono un po’ scocciata. Apro la porta con esitazione e vedo che nella nostra casa c’è una decina di persone.
Lara si avvicina a me accampando qualche scusa per giustificare quella festa, a quanto pare improvvisata poco prima.
 
«Eh vabbè, che ci vuoi fare, ormai qui c’è festa, tanto vale che festeggi pure io!»
Allora prendo un bicchiere di plastica e lo riempio con Fernet Branca e Coca Cola, uno dei cocktail più in voga in Argentina, chiamato appunto «Fernet-Cola».
Mi scolo il bicchiere e ne riempio un altro. Dopo una giornata così pesante ho solo voglia di svuotare il cervello.
Mi si avvicina un ragazzo e con qualche battuta mi fa sorridere. Scopro che si chiama Javier ed è il fratello di Lara, la mia coinquilina. Comincia a parlarmi della sua vita, a metà tra l’Argentina e gli Stati Uniti perché ha una compagnia di import-export che opera anche lì.
Mi perdo tra i miei pensieri e lo guardo senza realmente ascoltare quello che sta dicendo. E’molto alto e a guardarlo bene si vede che somiglia a sua sorella.
I suoi occhi neri sembrano guardarmi dentro e con la mano continua a spostarsi il ciuffo di capelli che gli cade sulla fronte.
 
Oggettivamente è davvero un bel ragazzo e di sicuro si rende conto di questo suo punto di forza, ma non se ne vanta e anzi, si mostra con me simpatico ma fino ad un certo punto.
Lo guardo paralizzata. Le famose «farfalle nello stomaco», penso sollevando gli occhi verso l’alto.
Ci mancava solo questo. Parliamo ancora un po’, gli racconto anche io quello che faccio in Argentina e dopo poco mi congedo da lui e me ne vado nella mia camera perché il giorno dopo ho un test e non voglio perdermelo. In realtà penso anche che non ho bisogno di ulteriori casini nella mia vita. Meglio stargli lontano.
Mi addormento tra le note di «Despacito» che provengono dalla sala e mi sveglio il giorno dopo, in ritardo - «Cazzo, il test».
Corro più veloce che posso, ma ovviamente entro in aula quando ormai hanno già iniziato. La professoressa mi lancia un’occhiata minacciosa e prendo il foglio d’esame quasi senza speranza di riuscire di arrivare anche solo a metà.
 
E infatti finisce l’ora che sono ancora alla quarta domanda su dieci, consegno il foglio e mi rimetto la giacca di pelle che avevo appeso all’attaccapanni.
Esco dall’Università e mi siedo sulla panchina a lato dell’entrata.
Mi sto accendendo una sigaretta quando, d’improvviso, vedo Javier che viene nella mia direzione. Stringo gli occhi per mettere a fuoco bene, dato che sono un po’miope.
È proprio lui. Si avvicina sorridendo e quando capisce che finalmente l’ho riconosciuto fa una risatina. “Cosa ci fai qui?” gli chiedo in tono quasi accusatorio. “Ciao eh, sei proprio simpatica, mi ricordavo che avevi un test questa mattina e volevo chiederti com’è andato”.
Cominciamo così a chiacchierare animatamente e il feeling reciproco si percepisce nell’aria. Ci baciamo lì, sulla panchina all’entrata dell’Università, in mezzo a studenti che entrano e professori che escono.
Sono momenti magici e gli sguardi che ci scambiamo sono persi l’uno in quello dell’altra. Da lì in avanti ci frequentiamo assiduamente, ci vediamo tutti i giorni e la nostra iniziale semplice conoscenza si trasforma ben presto in una relazione.
 
Conosco tutti i suoi amici e facciamo coppia fissa. Il tempo passa così in fretta che non mi sembra vero che sia già arrivato l’inizio di un’altra estate.
Mi sento emotivamente coinvolta, innamorata, ma non vedo il mio futuro a Buenos Aires. Una parte di me vorrebbe mollare tutto e rimanere, ma mi impongo di tenere i piedi ben fissi per terra per non lasciarmi scappare le opportunità che potrebbero presentarsi dopo tutti questi anni di studio. Ho faticato, fatto sacrifici e non voglio buttare tutto in aria per un ragazzo.
E se poi con lui dovesse andare male? Ho tanta paura e in questi momenti vorrei qualcuno in grado di mostrarmi la strada migliore, ma purtroppo la vita è fatta così, tra gioie e compromessi.
Manca una settimana al mio ritorno in Italia. Comincio a fare le valigie con le lacrime che rigano il mio viso senza sosta.
Ho preso la mia decisione. Torno in Italia. Per quanto sia bella l’Argentina, piena di vita, non è il mio punto d’arrivo, e Javier non è disposto a seguirmi in Italia perché la sua compagnia sta decollando lì e negli Stati Uniti.
Ne abbiamo già parlato a lungo, senza trovare una via d’uscita. Il discorso è rimasto a mezz’aria, senza una giusta conclusione.
 
E’arrivato il momento. Javier mi accompagna all’aeroporto. In taxi la tensione si taglia con il coltello.
Io guardo fuori dal finestrino da una parte, lui dall’altra, in silenzio, con la sua mano sulla mia gamba, quasi cercasse un contatto senza bisogno di parlare.
Imbarco la valigia e ci avviamo verso il controllo passaporti, la dogana dopo la quale non si può più tornare indietro. Faccio un respiro profondo e mi giro verso di lui, rompendo quel silenzio assordante.
«Non ci perderemo.»
Lui con una smorfia triste replica «Lo pensi veramente? Credi che diecimila chilometri non influiranno in nessuna maniera? Dai Alice, dobbiamo essere realistici, e dire questo mi spezza il cuore.»
Lo stringo forte a me in singhiozzi, e sento che anche lui nella sua granitica espressione ha dentro di sé una voragine infinita.
«Mi mancherai così tanto.»
Ci lasciamo così, con quelle quattro parole. Faccio passare i bagagli nel metal detector, mi controllano il passaporto e poi mi giro.
Javier è ancora lì. Lo guardo un’ultima volta e mi ritornano in mente i ricordi dell’anno passato con lui.
Il mio primo amore. Un sorriso malinconico mi attraversa il viso e alzo la mano nella sua direzione.
Chissà, magari ci rivedremo.

(Continua)

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