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Storie di donne, letteratura di genere/ 226 – Di Luciana Grillo

MeiFong, «Figlio Unico – passato e presente di un esperimento estremo» – Questo saggio è «un’opera importante e necessaria»

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Titolo: Figlio unico. Passato e presente di un 
            esperimento estremo

 
Autrice: Mei Fong
Editore: Carbonio Editore 2018
 
Pagine: 265, Brossura
Prezzo di copertina: € 17,50
 
Un lungo viaggio in Cina mi ha spinto a indagare sulla politica del «figlio unico» che dal 1980 ha condizionato non soltanto la vita delle giovani famiglie e le loro scelte, ma l’intero Paese, per un tempo indefinito.
Per saperne di più, «Figlio unico» è un testo davvero prezioso.
 
MeiFong, giornalista cino-malese naturalizzata americana, vincitrice di molti e prestigiosi premi giornalistici, tra cui il Premio Pulitzer nella categoria International Reporting, dal 2003 ha cominciato a raccogliere materiale e testimonianze sia sul miracolo economico cinese, sia sulla crudele politica del figlio unico, attuata a costo di aborti selettivi, di sterilizzazioni non spontanee, di infanticidi, di abbandoni, con conseguenze forse ancora oggi non del tutto controllabili.
Sicuramente, è stata una politica brutale che ha prodotto da un lato la nascita di un mercato sommerso delle adozioni e dall’altro l’inevitabile invecchiamento della popolazione prima, e la diminuzione di abitanti in seconda battuta.
La ricerca di MeiFong, realizzata per il Wall Street Journal, è stata lunga e impegnativa, iniziata nel 2003 è andata avanti fino al 2011 e ha comportato numerosi viaggi dell’autrice nell’intero Paese, con particolare attenzione alla Cina sudoccidentale (regione del Sichuan). Questa ricerca è stata pubblicata nel 2016 ed è stata scelta tra i dieci titoli imperdibili di non-fiction da Zocalo, Medium’s Best Human Rights Books.
 
Ma veniamo a «Figlio unico». MeiFong racconta che, a partire dal 2015, per allentare la pressione demografica «la Cina è passata ufficialmente alla politica dei due figli… ma potrebbe essere un’iniziativa insufficiente e tardiva».
Oggi, che la vita è così cambiata, che i prezzi sono lievitati, per le giovani coppie cinesi però può diventare difficile pensare ad un secondo figlio, per cui «tra il 2020 e il 2030, la popolazione cinese arriverà al suo culmine e poi comincerà a decrescere. Entro il 2100, potrebbe tornare ai livelli del 1950».
Alla base di tutto, per MeiFong c’è il fatto che chi avrebbe potuto in qualche modo mitigare la politica del figlio unico e anticiparne le conseguenze – economisti, sociologi, demografi – sono stati del tutto ignorati… «la Rivoluzione culturale aveva già privato di risorse e di prestigio gli esperti di scienze sociali».
 
MeiFong mette a confronto due situazioni molto diverse, entrambe relative al 2008: il terribile terremoto nella regione del Sichuan e le Olimpiadi.
Il terremoto sterminò un’intera generazione in quella regione che era stata il banco di prova, già prima del 1980, della politica del figlio unico.
I genitori sopravvissuti, che si trovarono drammaticamente soli, cercarono di avere un altro figlio e, nello stesso tempo, furono «invitati» a firmare un documento che li impegnava a non chiedere risarcimenti o sostegni allo Stato, troppo impegnato a organizzare i giochi olimpici.
Fu loro vietato di fare indagini sulla scarsa qualità dei materiali edili e persino di parlare della loro disgrazia. Chi lo fece, finì in prigione.
 
Per tanti, fu necessario «saper trattare e aggirare le regole», per tutti fu indispensabile abituarsi ai cambiamenti veloci, alle grandi catene commerciali che spuntavano come funghi, alla moltiplicazione rapida delle linee della metropolitana, alla possibilità di avere una casa di proprietà (cosa che ha spinto l’IKEA ad aprire a Pechino il più grande punto vendita al di fuori della Svezia).
E intanto un docente di diritto perdeva il suo posto di lavoro perché aveva avuto un secondo figlio, mentre una secondogenita non poteva ottenere un documento che attestasse la sua identità, risultava inesistente, quindi non aveva alcun diritto. E la stessa cosa sarebbe capitata ad un suo figlio.
 
Mei Fong viaggia su treni vecchissimi, vede, scrive, testimonia, racconta storie di coppie catapultate da paesini incantati nello smog di Pechino, costrette a lasciare a casa il loro bambino, di scapoli che devono comprare una moglie, di giovani donne ormai troppo vecchie per sposarsi o troppo desiderose di andare in città.
In questo panorama desolante, è interessante incontrare delle ragazze che si sposano e poi scompaiono, dopo aver intascato il caili: «In questa storia c’era qualcosa di cinematografico. Mi immaginavo le donne che correvano a gambe levate in mezzo alle risaie, con i vestiti da sposa tirati su fino alle ginocchia e i veli che ondeggiavano nel vento».
 
L’occhio dell’autrice si rivolge al sociale, ai vecchi che una volta erano amati e curati, prima che il materialismo e il comunismo modificassero il comune sentire, ai tanti che si suicidano con gli insetticidi, alle bambine cinesi abbandonate e adottate in occidente, o forse anche rapite e vendute.
E il saggio, che ha dunque uno spiccato interesse per l’istituzione «famiglia», si conclude con l’immagine della stessa Mei che veglia sui suoi bimbi che dormono e che ringrazia «mia madre e le mie sorelle [che] mi hanno insegnato ad apprezzare la forza delle donne», i suoceri e il marito «che è stato il mio scudo e il mio sostegno in milioni di modi diversi. C’è chi dice che una famiglia troppo presente rappresenti un ostacolo, ma è solo con una zavorra simile che riusciremo a volare».
Non posso che concordare con il Wall Street Journal che ha definito questo saggio «un’opera importante e necessaria».
 
Luciana Grillo – l.grillo@ladigetto.it
(Precedenti recensioni)

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