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Storie di donne, letteratura di genere/ 276 – Di Luciana Grillo

Titti Marrone, «La donna capovolta» – Ciascun lettore o lettrice può trovarvi agganci con le proprie esperienze e sofferenze

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Titolo: La donna capovolta
Autrice: Titti Marrone
 
Editore: Iacobellieditore 2019
Genere: Narrativa italiana contemporanea
 
Pagine: 175, Brossura
Prezzo di copertina: € 16
 
Due donne si incontrano, si scontrano, si incrociano e si comprendono quando la vita le mette davanti allo stesso problema: il futuro dei figli.
Eleonora a cinquantotto anni si rende conto che si può anche morire, come tanti suoi amici e parenti, mentre la figlia è lontana, impegnata in studi universitari, il matrimonio sembra avviarsi ad un inevitabile naufragio, la madre, «donna decisa ad avere sempre il meglio…» regredisce rapidamente («Alzheimer, Parkinson, demenza senile o chissà che altro») e il fratello Clemente «si defila, se ne sta a Londra e mi lascia sul groppone mamma e papà».
 
Alina è un’ingegnera moldava che, dopo la fine dell’Unione Sovietica, è arrivata in Italia e fa la badante per sfuggire alla fame che tormenta la sua famiglia, una volta benestante.
«Se solo Gorbaciov non ci avesse venduto agli americani. Se solo non ci avesse fatto a pezzi. È stato lui a rovinarci… quel traditore, con la moglie che… si metteva i vestitini e i guanti per scendere tutta sorridente dalle scalette degli aerei salutando con la mano gli europei e gli americani, quelli sproloquiavano entusiasti di “perestrojka e glasnost” e intanto per noi si spalancava l’abisso. E perdevamo tutto».
 
Unica consolazione per Alina la letteratura e la poesia: fin da ragazza ha letto Tolstoj e Mann, Proust e Conrad, ma «la scoperta vera è stata Dante Alighieri… Dante è stato ossigeno, aria pura. E mi ha permesso di imparare l’italiano meglio di molti italiani».
Si alternano nel libro le voci di Eleonora e Alina: una si sente in colpa perché ha bisogno dell’altra per badare alla mamma («Cattiveria pura, ingratitudine, egoismo. O incapacità di vegliare la sua vecchiaia offesa per timore di vedervi riflessa la mia…») e non trova sostegno nel padre, sente che, rispetto alla mamma, entrambi da «guardiani diventiamo i suoi censori e carnefici».
 
L’altra cerca di non strafare, di «essere risolutiva ma silenziosa… parlare pochissimo, e non tanto bene, l’italiano… senza dire di essere stata ingegnere nel mio Paese. Sembrerebbe una vanteria… Essere, e restare, fedele alla loro idea di badante… Badante. Neologismo inesistente nella lingua di Dante… voce del verbo badare, participio presente. Una parola umiliante per designare un compito ingrato…».
Alina ha a cuore gli studi del figlio Misha, «il futuro di Misha è il cuscino tiepido dove poggio la testa di notte, la tregua e il riposo delle giornate più dure».
 
Eleonora osserva con una sorta di sospettoso rancore ogni movimento di Alina che diventa indispensabile per l’anziano padre, oltre che per la mamma, «la guardiana di casa… la perfetta saccente… la padrona di casa… sospetto che, dietro la facciata di efficienza e premura, Alina covi mire seduttive su mio padre».
Insomma, fra le donne la tensione è palpabile, acuita dalla scoperta che Alina beve e che di sera si chiude in camera per parlare con i suoi cari: «Mi è arrivato il suono di questa voce maschile imperiosa, d mafia russa… E se mamma avesse suonato il campanello, se papà avesse avuto bisogno di qualche cosa?»
 
Sono i figli ad avvicinare le donne, Misha «abbatteva le mie resistenze e mi stracciava in mille pezzi… mamma è inutile che tenti di ostacolarmi… io a Londra ci vado».
Alina avrebbe voluto rispondergli: «Lo sai o no che i tuoi progetti sono anche nostri, di questi genitori ridotti a madre serva e padre manovale, che si dannano la vita per darne a te una in cui tu non debba spezzarti la schiena davanti a un padrone?», mentre Laura, tornata a casa dalla Francia, dove stava impegnandosi in una specializzazione in Medicina nucleare, una sera, «dopo il dessert…, servì loro il fuoriprogramma amaro di un boccone molto difficile da digerire. Fu uno di quei colpi a sorpresa in cui i figli sono specialisti assoluti… La sua vera vocazione… Non era la medicina nucleare ma la cucina. La figlia di Paolo ed Eleonora Luzzatti, giovane promessa della sperimentazione radiometabolica… stava per mollare perché aveva preferito iscriversi a un corso triennale per diventare chef.»
 
L’amarezza delle due donne, la consapevolezza di dover affrontare problemi simili, la solitudine di Alina, la presenza improvvisa e ingombrante di Clemente, le notizie poco rassicuranti che arrivano dalla nipote Liuba in qualche modo consentono un avvicinamento e favoriscono uno strano viaggio che si tinge di rosso come un trolley carico di argenteria.
 
Questo non è un romanzo facile, perché ciascun lettore/lettrice può trovare agganci con le proprie esperienze e sofferenze. Perciò si legge, si riflette, ci si chiede se è vero che - come dice Eleonora - c’è in lei (e dunque in noi) «incapacità di vegliare la sua vecchiaia offesa per timore di vedervi riflessa la mia che sarà anche peggiore, perché ancor meno di lei io potrò contare su una cura filiale: questo è poco ma sicuro».
Conclusione lapidaria. E vera.

Luciana Grillo – l.grillo@ladigetto.it
(Recensioni precedenti)

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