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Storie di donne, letteratura di genere/ 307 – Di Luciana Grillo

Viola Zangirolami: «Per milioni di uomini senza voce - Victor Serge tra memorie e romanzo» – Questo saggio poderoso merita senz’altro una lettura attenta

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Titolo: Per milioni di uomini senza voce.
            Victor Serge tra memorie e romanzo
 
Autrice: Viola Zangirolami
Editore: Mimesis 2019
 
Pagine: 410 rilegato
Prezzo di copertina: € 24
 
Viola Zangirolami, studiosa di Culture Moderne Comparate, dedica uno studio serio e approfondito a Victor Serge, protagonista di tante battaglie politiche che sono state combattute in Europa nei primi 50 anni del ’900.
Serge ha scritto molto: Zangirolami ha raccolto e studiato i suoi testi, presentandoci prima una ricerca accurata sull’autobiografia, sul romanzo, sulle memorie (rifacendosi ai secoli XVII e XVIII, citando Samuel Richardson che «definisce l’io narrante il mezzo più adatto a rappresentare the real life»), sulle testimonianze.
Affronta il problema «già sfiorato dal Rousseau – del ricordo della verità, della sua possibile ricostruzione e dicibilità – o indicibilità, nel senso di impossibilità di esprimerla per intero».
Sottolinea, citando Barenghi, che «le esperienze estreme, oggetto della rievocazione memoriale, sono suscettibili di apparire, agli occhi stessi di chi scrive, irreali».
Aggiunge che l’autobiografia è «un genere estraneo allo spirito del Partito, dove la dimensione collettiva è valorizzata a scapito di quella individuale».
 
Nella seconda parte del testo, Zangirolami mette al centro Serge, «uomo dai molti nomi e passaporti, dalle molte lingue e vite», la sua infanzia in una famiglia di estrazione sociale piuttosto elevata, il padre «simpatizzante del partito clandestino che rivendica terra e libertà per il popolo russo», che disprezza la scuola borghese e si impegna a formare suo figlio trasmettendogli «la passion de savoir».
Il giovane Kibal’cic traduce dal russo, fonda giornali militanti, frequenta gli anarchici, si avvicina al socialismo rivoluzionario di Parigi, si mette nei guai con la giustizia, finisce in prigione, viene espulso dalla Francia, si rifugia a Barcellona e proprio qui comincia a firmare con lo pseudonimo Viktor Serge.
Cerca infine di raggiungere la Russia, dilaniata dalla Rivoluzione: «Il bolscevismo, questo nome spesso vilipeso dai socialisti russi e francesi, inizia ad attirarlo, sebbene ne abbia, per ora, una nozione alquanto vaga».
 
Soltanto nel gennaio 1919, Serge arriva a San Pietroburgo.
E come è già avvenuto in altre situazioni, riesce a vedere anche nel bolscevismo i limiti già sottolineati a proposito dell’anarchismo, e conosce Trotsky, Bucharin e «uno Stalin ancora semi-sconosciuto».
Dalla Russia Serge si trasferisce a Berlino con la moglie Liuba, ammalata, per fondare un Movimento Operaio forte. Si impegna come giornalista «e frequenta un giro di personaggi che, come lui, agiscono sotto falso nome, emissari dell’Internazionale e figure di intellettuali di ogni genere».
Altro trasferimento a Vienna, nel 1923, «studia Freud e Marx e fa amicizia con menti del calibro di Lukàcs e Gramsci» e proprio in questo periodo, Serge, «in attesa di prendere di nuovo parte alla vita politica in URSS, inizia a guardare alla letteratura quale alternativa all’azione diretta».
E poi, arresti, licenziamenti, esclusione dal Partito, tradimenti, problemi di salute, delazioni, esecuzioni («di cui è stato testimone diretto fin dall’adolescenza»).
 
Nel 1928, «uscito di prigione… Serge troverà la chiave per muovere… verso una diversa forma d’ impegno nella scrittura, cimentandosi nel genere del romanzo… dedicandosi a un testo inevitabilmente autobiografico e radicato nella Storia, eppure non egocentrato né storiografico… dove l’io diventa noi e loro».
Zangirolami dedica una particolare attenzione ai Mémoires e al romanzo pubblicato postumo nel 1948, L’affaire Toulaév, considerato «il migliore e il più ambizioso dei romanzi di Serge» che «grazie alla sua natura sfumata, intermedia, di russo e belga insieme, formatosi politicamente tra Bruxelles, Parigi, la Spagne e l’URSS, interno ed esterno al regime, intellettuale e rivoluzionario, deportato e scrittore… osa sfidare il mito sovietico» ed è seguito da altri intellettuali fra cui il nostro Ignazio Silone, autore di Uscita di sicurezza, pubblicato prima su un opuscolo dell’Associazione per la Libertà e la Cultura (1955-1956) e in volume nel 1965.
 
Serge è convinto che lo scrittore ha una mission, deve parlare alle masse e sapere che ci sono ideologie borghesi che accecano gli uomini, senza essere necessariamente legato ad un Partito Comunista.
E, quanto alla dittatura sovietica, si chiede: «Cosa significa nascere sotto la dittatura sovietica? Non aver mai sperimentato molte forme di libertà e, quando la propaganda funziona, vedere nell’Occidente un nemico economico, un covo di decadenza morale».
Ad un certo punto, entra negli scritti di Serge anche la vita affettiva, ma con grande discrezione, quasi con pudore, perché Liuba «affetta da turbe psichiche a causa delle vessazioni e delle persecuzioni subite da tutta la sua famiglia… non segue il marito a Orenburg, va solo a visitarlo; rimasta a Leningrado, viene estradata poi con lui, Vladimir e la figlia più piccola, Jeannine, in Francia e in Belgio. Liuba non prenderà la via del Messico insieme a Serge e al figlio: trascorrerà il resto dei suoi giorni in una clinica di Aix-en-Provence, dove morirà nel 1985».
 
Ancora meno parole Serge dedica alla moglie messicana, antropologa, etnologa e archeologa di origine italiana, mentre, a proposito della morte, sembra un moderno Lucrezio che crede nel nulla e «non spera nell’aldilà né nell’aiuto di enti superiori» e intanto «si lascia la possibilità di guardare le cose con uno sguardo poetico», pur considerando i tanti suicidi, tra i suoi stessi compagni.
«Non sappiamo se quest’idea abbia sfiorato Serge o se non gli sia stata mai familiare; forse, a impedirgli di uccidersi è stata la responsabilità verso Liuba e Vlady, poi verso Jeannine, ma, credo, soprattutto l’ottimismo incrollabile e la volontà di condividere fino in fondo le sorti della sua generazione.»
 
Nell’ultimo capitolo, «Per concludere», Zangirolami riflette sullo scarso successo di Serge come romanziere, abile scrittore – ma non a tempo pieno, rivoluzionario, intellettuale raffinato e si chiede «Come ha potuto passare inosservato un romanziere di questa abilità e di questo fascino?»
Forse proprio il suo essere così complesso, il suo essere stato «un esule politico dalla nascita fino alla morte…» ha reso Serge autore per pochi, troppo cosmopolita perché una «letteratura nazionale (potesse) reclamarlo come proprio… Apatride nella letteratura come nella vita…(alla) ricerca instancabile della verità», consapevole «di aver vissuto un momento storico unico» sempre e nonostante tutto fiducioso nell’avvenire.
 
Questo saggio poderoso merita senz’altro una lettura attenta. Sarebbe stato opportuno tradurre in italiano i numerosi brani inseriti nel testo in lingua originale, per poter leggere con maggiore scioltezza e seguire l’evolversi delle vicende senza interruzioni «tecniche»…
 
Luciana Grillo - l.grillo@ladigetto.it
(Recensioni precedenti)

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