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Storie di donne, letteratura di genere/ 316 – Di Luciana Grillo

Claudia Gualdana, Rosa: «Storia culturale di un fiore» – L'autrice è una raffinata saggista che ci racconta la storia del fiore dei fiori, la rosa

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Titolo: Rosa. Storia culturale di un fiore
Autrice: Claudia Gualdana
 
Editore: Marietti 2019
Genere: Animali, piante e fiori
 
Pagine: 192, Brossura
Prezzo di copertina: € 18
 
Davvero interessante questo saggio che può essere letto con piacere sia dagli amanti dei fiori, sia da chi apprezza la storia, l’arte, il mito, le religioni.
L’autrice, infatti, considera la rosa «un archetipo della coscienza collettiva, la parola insostituibile per dire molte cose tacendo».
Essa è «amata, recisa e cantata…, è simbolo di amore, devozione, gentilezza…bianca dice il candore, rossa la passione, gialla la gelosia».
Gualdana la identifica come fiore dell’Occidente, contrapposta al fior di loto caratteristico dell’Oriente, e ricorda che il profumo dei tanti petali che inondavano triclini e cuscini ne «Le rose di Eliogabalo» provocò per mancanza d’aria la morte degli ospiti… «non si sa se si sia trattato di uno scherzo del destino o il fatto sia accaduto per espressa volontà dell’eccentrico signore del Palatino».
 
Anche Cleopatra non sfugge al fascino della rosa, si dice che abbia accolto «Antonio avanzando su uno stuolo di petali e con questi ricopre il talamo e i cuscini».
Le rose sono presenti negli horti dei romani, nelle corone con cui ci si adornava nei convivi, «l’uso divenne smodato ed eccessivo al punto da doverne importare dall’Egitto, perché le coltivazioni intensive dell’Italia meridionale non bastavano a colmare la richiesta. Erano chiamati roseta o rosaria i campi in cui le si coltivava intensamente».
Tornando indietro nel tempo, Gualanda ricorda anche la credenza nel mondo acheo che «l’unguento di rosa preservasse i cadaveri dalla putrefazione» e la leggenda secondo la quale Afrodite «abbia protetto il corpo di Ettore ungendolo notte e giorno con olio di rosa». E solo le rose consentiranno a Lucio, nelle Metamorfosi di Apuleio, di salvarsi.
 
Nel mondo cristiano, la rosa «fiorisce dal sangue sparso da santa Dorotea» e, insieme al giglio, viene coltivata anche per le proprietà medicamentose.
Il monaco Strabone «pacificato con il mondo classico, accanto alle Sacre Scritture cita Ovidio, ricorda le maestose rose di Paestum e menziona le divinità greco-romane senza alcun disagio».
Nel XII secolo, la mistica veggente, Ildegarda di Bingen, ottima conoscitrice delle erbe officinali, coltivava nel chiostro la rosa canina e la rosa gallica officinalis, «iniziava ogni terapia con infusi dei frutti della canina, i cinorroidi, ricchi di vitamina C. Dalla rosa gallica invece si estraeva l’acqua di rose: Ildegarda la usava mischiata a olio di oliva per sedare il mal di testa…». Qualche secolo dopo, papa Pio V «sancisce la formula corretta del rosarium… preghiera popolare per eccellenza» dedicata alla Madonna del Rosario a cui era notoriamente devoto anche Michelangelo che, nella Cappella Sistina, all’interno del Giudizio Universale, pone proprio un rosario tra le dita di un angelo.
 
Un ramo di rose realizzate in oro da sapienti artigiani era portato dal papa in omaggio nel giorno di Pentecoste alla basilica di Santa Croce in Gerusalemme e fu invece mandato in Germania nel 1518 come alta onorificenza offerta all’Elettore di Sassonia, Federico il Savio, perché intervenisse a ricucire lo strappo operato da Martin Lutero.
Claudia Gualdana varca il mondo della letteratura citando il medioevale Roman de la Rose, il romanzo allegorico scritto da Guillaume de Lorris nella prima metà del XIII secolo, mentre «in Italia prospera la corte di Federico II a Palermo, un luogo in cui poetare è come respirare» e Cielo d’Alcamo, nel primo verso della sua canzone evoca la «rosa fresca aulentissima».
 
Dante non potrà fare a meno, nel XXXI canto del Paradiso, di parlare della candida rosa in cui siedono i beati: «In forma dunque di candida rosa / mi si mostrava la milizia santa / che nel suo sangue Cristo fece sposa», dove anche Beatrice si ritirerà, affidando Dante a san Bernardo.
Come non pensare poi alla guerra delle due rose, combattuta da York e Lancaster nella seconda metà del 1400? «La rosa pallida di collera è la bianca degli York; quella dei Lancaster invece è rossa di sangue. Dopo la fine della guerra, comparve l’emblema dei Tudor, in cui i fiori si abbracciano formandone uno solo a due colori, a significare la pace ritrovata».
 
Le rose compaiono ancora in stemmi e fiabe, una confraternita prende il nome di Rosa-Croce, adottando il vessillo dei crociati e la rosa, lungo i secoli, diventa «il fiore simbolo della nostra civiltà» citato soprattutto in poesia, ad esempio da Rilke, da Celan, da Moretti, da Caproni secondo cui nessuno «è mai riuscito a dire / cos’è, nella sua essenza, una rosa».
Questo bel testo è completato da un’antologia ricca e varia che ci fa assaporare i versi di Lorenzo de’ Medici e Shakespeare, Metastasio e Blake, Shelley e Dickinson, Fogazzaro e Pascoli, Rubèn Darìo e Ada Negri, Jimenez e Ungaretti, e tanti altri fino a Pasolini.
Ricchissima la bibliografia, assai utile per approfondire questo tema originale e intrigante.
 
Luciana Grillo – l.grillo@ladigetto.it
(Recensioni precedenti)

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