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Cent’anni fa Luigi Rizzo affondava la corazzata Santo Stefano

Fu il momento peggiore per la flotta austro ungarica: le navi non uscirono più in mare

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Il 10 giugno di 100 anni fa, il Mas di Luigi Rizzo affondava la corazzata austriaca Santo Stefano. La sconfitta di Lissa era stata vendicata con un piccolo motoscafo di 10 metri. Fu la fine di una grande flotta.
Non fu il primo grande successo dei nostri MAS, non sarebbe stato l’ultimo.
Ma per capire come poté avvenire il combattimento, è meglio inquadrare la situazione nei mari italiani nel corso della Grande Guerra.
 
L’Italia e gli alleati dell’Intesa avevano costruito a Otranto uno sbarramento per imbottigliare la flotta austriaca nei suoi numerosi porti dell’Adriatico e impedire che altri sommergibili vi entrassero per insidiare il naviglio italiano che, contrariamente ai nemici, sulla sua sponda aveva poche protezioni naturali.
E così, quando la Germania scatenò la guerra sottomarina, i sommergibili tedeschi presenti nel Mediterraneo non poterono rifornirsi nelle confortevoli basi austriache e quelli in Adriatico non potevano uscirne. Lo sbarramento andava rimosso.
 
Le ostruzioni tra Otranto e Valona erano costituite da reti, boe, mine ed era pattugliato da numerose piccole imbarcazioni della marina, perlopiù pescherecci armati alla meno peggio.
La flotta Italiana era di stanza a Taranto e, se fosse stato necessario, avrebbe potuto portarsi allo sbarramento per difenderlo.
In realtà, però, quando gli austriaci tentarono di sfondarlo, la flotta italiana non fece tempo a uscire dai porti, perché il tutto avvenne in tempi molto brevi. Ecco che cosa accadde.
 

 
Il 14 maggio del 1917 lo Stato Maggiore austriaco aveva attivato la missione anti sbarramento con una forza navale articolata in una strategia elementare ma efficace.
Tre incrociatori, due cacciatorpediniere e altre unità minori lasciarono la base di Cattaro, nel Montenegro, al comando del Capitano di Vascello Horty, dirette allo sbarramento. Più lontane, le due corazzate San Giorgio e Budapest col il naviglio di scorta si tenevano pronte a intervenire nel caso se ne fosse presentata la necessità.
Lungo il percorso, le navi austriache intercettarono un convoglio italiano che da Brindisi era diretto a Valona. Ne seguì un combattimento nel quale gli austriaci ebbero la meglio, ma intanto l’allarme sulla presenza in mare della flotta asburgica era stato dato.
 
Horty accelerò i tempi e riuscì a raggiungere lo sbarramento affondando un buon numero dei pescherecci armati, ma senza sfondare la protezione.
Al ritorno, la sua formazione venne intercettata dalla flotta italiana e, nonostante parecchi colpi italiani andati a segno (venne ferito lo stesso Horty), la flotta austriaca ebbe poche perdite mentre quella alleata perse un cacciatorpediniere e un incrociatore inglese gravemente colpito (entrambi per opera di sommergibili).
A conti fatti, dunque, l’operazione di Horty ebbe un certo successo tattico, ma non portò alcun risultato strategico. Inoltre, aveva fatto capire agli Italiani quanto fosse poco sicura la difesa dello sbarramento.
A Vienna non se ne parlò più fino alla campagna di Caporetto.
 

MAS N. 9.
 
Durante la ritirata di Caporetto, la Regia Marina Militare Italiana riuscì a proteggere il ripiegamento della Terza Armata, sia con i treni armati che riuscivano a spostarsi rapidamente e altrettanto rapidamente si approntavano al tiro, sia con le piccole imbarcazioni denominate MAS (Motoscafo Anti Sommergibile) che si insinuavano nei fiumi e nelle lagune venete.
Anche la flotta austriaca prese parte alla campagna di Caporetto, bombardando le nostre linee con le corazzate Wien e Budapest che furono fatte uscire apposta dalle vicine basi di Trieste. E fu a reazione di questi bombardamenti che si decise di inviare i MAS a fronteggiarle.
 
Dapprima ci provò il comandante Costanzo Ciano il 16 novembre 1917, che con un’ardita operazione si infilò tra le corazzate nemiche lanciando i siluri. Questi non colpirono il bersaglio, ma costrinsero il nemico a scappare e rientrare in porto.
E fu lì che quasi un mese dopo, il 10 dicembre 1917, il comandante Luigi Rizzo ebbe il coraggio di infilarsi con due MAS nella baia protetta di Trieste superando le ostruzioni di protezione. I due MAS lanciarono quattro siluri, due dei quali colpirono la Wien, che affondò rapidamente.
Ne parlammo in un servizio dedicato nel centenario dell’evento (vedi).
La corazzata Budapest, rimasta illesa, uscì ancora una volta, ma alla vista dei nostri MAS si ritirò in tutta fretta e non fu più impiegata.
 

La baia di Buccari.
 
Un’altra ardita operazione su messa in atto l’11 febbraio 1918, destinata a passare alla storia come «La beffa di Buccari». Non portammo risultati, ma tutto il mondo ne parlò per la clamorosa incursione fatta in un porto protetto e per l’epico racconto che ne fece D’Annunzio.
Anche in questo caso ne parlammo in un servizio dedicato nel suo centenario (vedi).
Altre operazioni furono messe in atto, anche con barchini speciali che il Ministero della Marina autorizzava a costruire sulla scorta dei risultati che queste piccole imbarcazioni ottenevano in barba ai potenti giganti del mare.
Il MAS speciale Grillo, ad esempio, era dotato di particolari cingoli con i quali riusciva a superare le sempre più sofisticate ostruzioni portuali austriache.
E infine venne il giorno di Premuda, che accadde esattamente il 10 giugno di cento anni fa.
 

La corazzata Santo Stefano.
 
La flotta austriaca, al cui comando era stato promosso Horty, decise nuovamente di distruggere lo sbarramento di Otranto. Se l’Impero asburgico avesse sfondato sul Piave e conquistato Venezia, sarebbe stato necessario che il mare Adriatico venisse reso accessibile al naviglio degli imperi centrali presente nel Mediterraneo.
Lo sbarramento di Otranto nel frattempo era stato rinforzato al punto che nessun mezzo riusciva più neanche ad avvicinarsi. Ma l’ammiraglio Horty progettò un nuovo assalto in forze.
L’operazione venne pianificata in maniera semplice. Horty mandava in avanscoperta dei cacciatorpediniere che dovevano affondare il naviglio italiano di guardia, dopodiché arrivava la flotta al completo, in grado di demolire gli sbarramenti fissi.
Per assicurarsi la riuscita dell’operazione, dispose che i sommergibili di base nell’alto Mediterraneo si portassero in agguato davanti alle basi di Valona e di Brindisi per colare a picco eventuali uscite italiane. Non sufficientemente tranquillo, Horty ordino alle due navi da battaglia Santo Stefano e Tegethoff di prendere il largo e rimanere a debita distanza, pronte a intervenire se fosse stato necessario.
Il piano era ben congegnato e avrebbe certamente portato i risultati sperati se non fosse capitato qualcosa di imprevedibile.
 

Premuda.
 
La notte di quel 10 giugno, Luigi Rizzo - promosso capitano di corvetta dopo l’affondamento della corazzata Wien a Trieste - si trovava con i suoi MAS nelle acque dell’Isola di Gruiza. La sua missione era di normale pattugliamento della zona di sua competenza. Avrebbe dovuto lasciare gli ormeggi alle 2 di notte, ma una piccola avaria lo costrinse a ritardare la partenza. Fu per questo casuale inconveniente che più tardi, alle 3.15, si trovò nelle acque di Premuda.
Non c’era luna, ma non era nuvolo e le prime luci dell’alba non tardarono a venire. D’un tratto videro salire da oltre l’orizzonte una lunga serie di fumi che non potevano che provenire da navi di cui non aveva notizie. Quindi non italiane.
Certo che si trattasse di navi austriache, ordinò subito al comandante dell’altro MAS, Giuseppe Aonzo, di seguirlo per andare incontro al convoglio.
Man mano che si avvicinava i fumi aumentavano e presto si rese conto di avere davanti a sé le corazzate più importanti della marina imperiale, della classe Viribus Unitis.
 

MAS N. 13.
 
Nessuno sapeva di quella segretissima missione austro ungarica, ma invece che correre a informare il comando italiano, Rizzo capì che una occasione così non si sarebbe mai più presentata. Prese il megafono e ordinò a Aonzo di attaccare insieme a lui. Si sarebbero portati il più vicino possibile alle navi, poi avrebbe dato disposizioni tattiche all’ultimo momento.
Man mano che si avvicinavano la luce dell’alba prendeva forma e lo stesso convoglio austro ungarico aumentò la velocità.
I MAS giunsero vicino alle navi senza che nessuno si accorgesse della loro presenza.
Rizzo voleva essere sicuro di colpire le corazzate e fece cenno ad Aonzo di passare in mezzo ai caccia di scorta laterale e che riservava per sé la prima corazzata. La seconda corazzata spettata all’altro. Si divisero, ognuno diretto al proprio obiettivo.
Rizzo passò tra il secondo e il terzo cacciatorpediniere, Aonzo passò tra il penultimo e l’ultimo. Furono manovre azzardate, che però riuscirono perfettamente grazie all’agilità offerta dai MAS e alla abilità di manovra dei piloti.
Rizzo si lanciò sulla corazzata Santo Stefano e si avvicinò il più possibile prima di ordinare il «fuori!».
I due siluri disegnarono le inconfondibili scie bianche fino ad andare a schiantarsi sul fianco della corazzata. Due enormi colonne d’acqua si alzarono e a quel punto Rizzo cercò solo di sganciarsi dai caccia che ormai si erano «svegliati». Un cacciatorpediniere in particolare gli si portò alle calcagna e allora Rizzo sganciò una torpedine che squarciò la prua dell’inseguitore che non riuscì a evitarla.
 

Cartrolina commemorativa della Regia Marina Militare.
 
Aonzo aveva avuto la stessa abilità, ma non la stessa fortuna. Il comandante era riuscito a portare il MAS sotto le mura della corazzata Tegethoff e aveva ordinato di sganciare i siluri.
Purtroppo il motore di uno dei due siluri si spense, mentre l’altro siluro corse verso il fondo.
La nave che portava il nome dell’ammiraglio Wilhelm von Tegethoff artefice della battaglia di Lissa, dove l’Italia perse la sua flotta nel 1866, forse non si accorse neppure del pericolo corso, ma lo scontro aveva comunque riscattato quella battaglia navale della Terza Guerra d’Indipendenza.
Tutte le navi austro ungariche si adoperarono per salvare l’ammiraglia Santo Stefano, ma non fu possibile impedirne l’affondamento. Si poterono solo salvare i naufraghi.
Il comando della flotta austro ungarica decise di sospendere l’operazione contro lo sbarramento di Otranto e di rientrare nei porti.
Non seguirono altre operazioni della Marina Austro Ungarica.

Guido de Mozzi

Luigi Rizzo era nato a Milazzo nel 1887.
Entrato giovanissimo nella marina mercantile, si arruolò nella Regia Marina con il grado di Guardiamarina di complemento.
Allo scoppio della guerra gli conferirono il grado di sottotenente di vascello.
Decorato più volte e promosso rapidamente per i successi ottenuti in azione, gli fu affidato il comando di una squadriglia di MAS.
Quando affondò la corazzata Wien gli fu conferita la Medaglia d’Oro al valor militare e fu promosso nuovamente.
Quando affondò la Santo Stefano, gli fu assegnata una seconda medaglia d’oro.
Per la missione di Premuda la medaglia d’oro venne assegnata anche al guardiamarina Aonzo, ma a guerra finita Rizzo fu nominato dal Re Conte di Grado.
Lasciato il servizio nel 1920 col grado di ammiraglio, divenne presidente della società di navigazione Eolia e, nel 1943, del Lloyd Triestino.
Morì a Milazzo nel 1951.
Molte navi della Marina Militare portarono il suo nome, il più delle volte varate alla presenza di un discendente della sua famiglia.
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