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Storie di donne, letteratura di genere/ 328 – Di Luciana Grillo

Anna Rottensteiner, «Le vite lontane» – Romanzo suggestivo, che ondeggia fra passato e presente, nord e sud, montagne e mari, bambine e adulti, realtà e fantasia

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Titolo: Le vite lontane
Autrice: Anna Rottensteiner
 
Traduttrice: Carla Festi
Editore: Alpha & Beta 2019
 
Pagine: 144, Brossura
Prezzo di copertina: € 12
 
Romanzo suggestivo, che ondeggia fra passato e presente, nord e sud, montagne e mari, bambine e adulti, realtà e fantasia.
Sullo sfondo la guerra, la separazione, i figli lontani e perduti, i migranti trasportati su barconi, la generosità di alcuni e la malvagità di altri. Ancora una volta Anna Rottensteiner – già recensita in questa rubrica – sa evocare mondi lontani, sa mescolare sogni e incubi, sa presentare i protagonisti con parole lievi e sentimenti profondi, che una traduzione impeccabile ci porge con infinita delicatezza.
 
Fin dalle prime pagine emergono le figure di due sorelle, l’io narrante e Klara, e di un’amica, Siri, «così bella e intelligente, i capelli lucidi e setosi senza doverli lisciare, snella e aggraziata senza dover digiunare, i migliori voti a scuola senza bisogno di studiare tanto», tanto attesa, invano.
«…Scorgevo sul sentiero una figura che affrettava il passo verso la nostra casa. Il cuore mi sussultava per un istante, forse era Siri… Solo con Siri – lo sapevo – era inutile interpretare. Lei mi avrebbe sempre sorpresa. Era un tratto del suo carattere che mi affascinava e mi spaventava al tempo stesso… Quando Siri non c’era, stavo bene, anzi, molto meglio…».
 
Il problema è che Siri c’era, nei suoi pensieri, anche quando non c’era fisicamente.
La narratrice desiderava un gesto, uno sguardo, un sorriso, «un segno di complicità che finalmente mi salvasse da me stessa… Siri, la mia ossessione».
Poi conosciamo Meta, profuga etiope, «dilaniata dall’angoscia al pensiero del padre e della madre di cui non avrebbe mai più avuto notizie, con quell’ombra negli occhi… sarebbe arrivata fino al mare», violata nel corpo e nell’anima, respinta e isolata, «senza pietà e senza gentilezza, non sapendo che farsene di te».
 
Il tempo passato ritorna attraverso le lettere, ci sono tre figli, una nonna e due nipoti, paesi lasciati e confini attraversati, «Decidemmo di partire perché nella nostra terra non vedevamo un futuro. Ci avevano promesso una vita migliore nell’altro Paese. Io ci credevo, e anche tuo padre… Incominciai a vivere in due sfere separate… passato il confine, ero di volta in volta una persona diversa… Lì dove mi trovavo, non ero io. E là dove non mi trovavo, desideravo esserci».
Spaesamento e nostalgia, non si sa più quale sia il proprio Paese, quanto siano estranei gli abitanti.
 
La bambina cresce, lavora in un piccolo albergo, eppure rimane sempre la figlia «che aveva cercato di essere all’altezza delle aspettative» del suo papà che tuttavia non le risparmia rimproveri e qualche cattiveria.
E quando il discorso ritorna su Meta, la narratrice confessa: «Io mi vergogno che il mio continente non si mostri da un lato migliore. Ti mostra invece le sue lingue appestate, ti soffia in faccia il suo vento gelido».
 
Uno strano destino porta le due donne nella stessa direzione, scoprono legami inattesi e incredibili affinità… e chiudono finalmente il cerchio dopo essersi cercate, dopo aver vissuto, ciascuna sulla propria pelle, il dramma del migrare.
 
Luciana Grillo – l.grillo@ladigetto.it
(Recensioni precedenti)

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