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Storie di donne, letteratura di genere/ 351 – Di Luciana Grillo

Bérénice Capatti, «L’anno senza estate» – Romanzo intenso, scritto con rigore esemplare, che lascia in chi l’ha letto molte domande senza risposte

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Titolo: L'anno senza estate
Autrice: Bérénice Capatti
 
Editore: Gabriele Capelli 2020
Genere: letteratura moderna contemporanea
 
Pagine: 256, Rilegato
Prezzo di copertina: € 19
 
Poco più di un mese fa ha fatto la sua comparsa nelle librerie il primo romanzo di Bérénice Capatti, autrice di testi per bambini e ragazzi, con alle spalle una ricca esperienza di editor e traduttrice.
Questo romanzo, fin dalle prime pagine, ruota intorno alla figura di Sara, una ragazza dal passato complicato, la cui vita è segnata dalla mancanza dei genitori e da un senso angoscioso di solitudine.
 
La sua giornata trascorre in un bar, dove lavora e dove incontra un mondo vario, fatto di studenti, di operai, di professionisti.
Prepara il caffè come un automa, come se fosse alle prese con una catena di montaggio, «riempiva il filtro del caffè, lo agganciava alla macchina, serviva – cucchiaino, bustina di zucchero – poi lo svuotava picchiandolo nel cassetto dei fondi e ricominciava…La velocità le dava il senso di essere invulnerabile».
 
È qui, tra un caffè e un altro, che viene notata da un maturo industriale, Francesco Salemi, che la contatta e le offre un lavoro.
Le sembra di toccare il cielo con un dito: potrà lasciare la stanza in subaffitto e i suoi sgradevoli abitanti, potrà studiare con calma e prendere il diploma, potrà cambiare ambiente e conoscere persone migliori.
L’azienda è molto importante, ma conserva un’impronta familiare: Francesco, il capo, è autoritario e autorevole; dei tre figli il primo, Luca, ha preferito trasferirsi a Parigi e coltivare la sua passione per gli studi umanistici, mentre gli altri due, Andrea e Angelica, lavorano e subiscono il continuo confronto con il padre-padrone che ha saputo costruire un impero partendo da zero.
 
Andrea «lo sapeva, quello che dicevano di lui, nei corridoi. Sapeva esattamente le parole che usavano, spesso volgari, a volte feroci, per indicare che non aveva la stoffa di suo padre»; Angelica, con due bambini e un marito sempre lontano per lavoro, segue l’azienda, ma con maggiore impegno si applica ad opere caritatevoli.
L’arrivo di Sara suscita inquietudine, invidia, maldicenze. Francesco la invita a incontri di lavoro e di famiglia, le offre una casa, sembra trattarla come una figlia, ma in realtà si spinge oltre, mentre Sara subisce ricatti dai suoi pessimi «amici» che l’avevano accolta nella loro casa, dietro pagamento di una modesta quota di affitto.
 
Francesco prende decisioni che rompono i già precari equilibri aziendali, «si sedette al capo del tavolo, senza dar segno di notare il posto vuoto del figlio accanto al suo», sostituisce la figlia «che credo preferisca concentrarsi sulla sfera personale e sociale», licenzia Mirco Ripaldi dicendogli: «Non abbiamo bisogno di gente che ostacola lo sviluppo dell’azienda. La prego di portare via oggi stesso le sue cose e lasciare il badge a Sara», confessa alla ragazza: «Andava fatto. Ma non immagini com’è stato difficile».
 
Altre decisioni premono, l’acquisto di una casa in Svizzera e un piccolo appartamento per Sara (o per gli ospiti), qualche passeggiata in montagna, l’aggravarsi di una malattia, infine la visita alla Exit per programmare il suicidio.
E Sara è con lui, e lo rimane fino alla fine.
Qui si potrebbero aprire infiniti discorsi sulla scelta di morire, mentre Sara si allontana in treno, ancora sentendo «Francesco che le straziava le viscere per farsi ascoltare, non avendo più voce. Chissà se era quello che altri avrebbero chiamato amore».

Romanzo intenso, scritto con rigore esemplare, che lascia, in chi l’ha letto, molte domande senza risposte.

Luciana Grillo - l.grillo@ladigetto.it
(Recensioni precedenti)

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