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Storie di donne, letteratura di genere/ 366 – Di Luciana Grillo

Louisa May Alcott, «Le nostre teste audaci. Lettere dalla creatrice delle sorelle March». Le lettere di una donna indipendente e tenace, una scrittrice coraggiosa

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Titolo: Le nostre teste audaci
Autrice: Louisa May Alcott
 
Curatrice: Elena Vozzi
Editore: L'orma 2021
 
Pagine: 64, illustrato, Brossura
Prezzo di copertina: € 7
 
La Alcott di Piccole donne e dei romanzi che completarono la storia, autrice di altri racconti pubblicati recentemente (come un breve romanzo recensito in questa rubrica), non finirà mai di sorprenderci: le lettere appena pubblicate rivelano una personalità forte, decisa, estremamente moderna nelle sue rivendicazioni e nelle osservazioni puntuali sul mondo dell’editoria.
Nella prefazione, la curatrice Elena Vozzi descrive la famiglia Alcott, «la madre Abigal May, una suffragetta proveniente dall’alta società bostoniana… il padre, filosofo trascendentalista autodidatta, pieno di grandi ideali ma incapace di guadagnarsi da vivere» e la giovane Louise May, «irruenta, insofferente all’apatia e all’intolleranza, scrisse quasi ininterrottamente fino alla fine dei suoi giorni, riuscendo a risanare le disastrate finanze della sua famiglia e assicurandosi l’agognata autonomia, poiché… per molte di noi la libertà è un marito migliore dell’amore».
 
L’ironia fa capolino fra le righe, sia quando scrive al padre che «sarebbe del tutto inappropriato che venisse indetta una festa nazionale per celebrare il glorioso giorno in cui due benedizioni come noi sono scese sulla Terra… nulla fa pensare che gli anni e le avversità abbiano trasformato quel neonato giudizioso in un saggio adulto se non qualche ruga sul volto e quattro figlie ormai grandi al suo fianco…», sia quando parla di sé: «ero una chiassosa neonata, tutta presa a strepitare contro l’ostile mondo… mi sono tuffata nell’infanzia… sono ruzzolata nell’adolescenza… fino a che, rinvigorita da tutto quel forsennato esercizio fisico, la ragazza squinternata non si è trasformata in una donna altrettanto squinternata… dimostrerò che, benché io sia una Alcott!, sono in grado di guadagnarmi da vivere. Adoro questa sensazione d’indipendenza…».
 
Torna seria quando scrive della morte, «non mi riesce di piangere uomini del genere, perché non penso mai di averli perduti, e mi pare anzi che nel momento fatale si facciano ancora più vicini e cari».
Louisa intrattiene rapporti epistolari con tante persone, sia per motivi letterari che politici, dal momento che tutta la sua famiglia è impegnata nel sostenere gli schiavi in fuga dagli Stati del sud e le sorelle sono state educate secondo principi egualitari fra uomini e donne, fra individui bianchi e di colore.
Scrive a Thomas Wentworth Higginson, politico riformista e intellettuale amico anche di Emily Dickinson, e lo ringrazia perché, dopo aver letto un suo racconto, la incoraggia a continuare, mentre a James T. Field, direttore di una rivista importante, restituisce orgogliosamente i soldi che lui le aveva mandato, suggerendole di abbandonare la scrittura e di aprire una scuola.
 
In realtà, nel giro di pochi mesi, arrivò il grande successo di Piccole donne, del tutto inaspettato, perché – come scrive l’autrice ad una lettrice – «è stato scritto su commissione e di gran carriera… i personaggi sono ispirati alla vita reale… Molti eventi che ho raccontato nel mio libro sono accaduti davvero, e buona parte di Piccole donne è la descrizione della vita che noi sorelle abbiamo condotto nella realtà. Io sono Jo… Mi sarebbe del tutto impossibile inventare nulla di autentico o commovente… Mi dedicherei più che volentieri a questo genere di narrazioni, ma sfortunatamente non pagano bene quanto la spazzatura…».
 
Il problema economico ha sempre afflitto Alcott, che prima di diventare famosa ha svolto qualsiasi lavoro, ha cucito, scritto, insegnato, diretto un giornale, fatto la domestica, seguito l’esercito al fronte come infermiera volontaria.
Quando scrive all’amico Alfred Whitman, che in parte è presente nel romanzo come Laurie, si autodefinisce «una vecchia ape operosa, così indaffarata da non aver tempo per il minimo piacere, e nemmeno per scrivere lettere, col risultato che trascuro tutti e mi sento oppressa da un continuo senso di colpa. Ma gli editori mi stanno alle costole e mi ringhiano dietro se non faccio il mio lavoro, il denaro è sempre una tentazione per la mia mente…».
 
In realtà, Louisa è generosa, si occupa dei genitori anziani, vuole raggranellare quanto serve per regalare uno scialle a sua madre e una risma di carta a suo padre, si piega all’inizio a firmare con uno pseudonimo maschile pur di pubblicare, destina i diritti d’autrice ricavati dalla vendita di «Hospital Sketches» agli orfani di guerra.
Ed è così determinata, pronta a sfidare pregiudizi e stereotipi, da raccontare la storia di un amore fra un’infermiera bianca e un fuggitivo nero e persino di un rapporto extra coniugale.
 
Infine, non esita a dispensare consigli per scrivere bene, perché mette a disposizione di tutti le sue esperienze.
Insomma, grazie a queste lettere, alla casa editrice che ha deciso di pubblicarle e alla curatrice Elena Vozzi, noi che abbiamo amato le sue Piccole donne e ci siamo (parlo per me!) identificate in Jo, conosciamo in profondità una donna indipendente e tenace, una scrittrice coraggiosa, una femminista il cui scopo dichiarato è stato «aiutare le donne ad aiutare se stesse».
 
Luciana Grillo - l.grillo@ladigetto.it
(Recensioni precedenti)

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