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Storie di donne, letteratura di genere/ 372 – Di Luciana Grillo

Alfonso, Amoretti, Ranise: «Destinazione Ravensbrück - L’orrore e la bellezza nel lager delle donne» – Storia di tanto orrore (e poca bellezza) in una realtà conosciuta tardi

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Titolo: Destinazione Ravensbrück. L'orrore e la bellezza
            nel lager delle donne

 
Autrici: Donatella Alfonso, Laura Amoretti, Raffaella Ranise
Editore: All Around 2020
 
Pagine: 128, illustrato, Brossura
Prezzo di copertina: € 16
 
Anche se sono ormai passati molti anni dalla seconda guerra mondiale e dalla fine dei totalitarismi, una pubblicazione che riporti testimonianze di quel tempo merita senz’altro l’attenzione di lettori e lettrici che forse di quegli anni lontani hanno soltanto sentito parlare.
Prima di presentare il testo, devo confessare che – leggendo il titolo – mi sono chiesta quale bellezza possa esserci in un lager.
Poi ho capito: di pagina in pagina, tra tanto orrore, ci sono affetti profondi, amicizie che si perpetuano di generazione in generazione, gesti di solidarietà inattesi.
 
E nel libro, si trova anche la poesia – altra bellezza – come quella di Catherine Roux, internata a Ravensbruck e liberata il 5 maggio 1945:
Mio Dio, non ho più vestiti addosso, / non ho scarpe / non ho borsa, portafoglio, penna, / non ho più nome. Sono stata / etichettata 35282. / Non ho i capelli / non ho più un fazzoletto, / non ho più foto di mia mamma / e dei miei nipoti, / non ho più l’antologia in cui, / ogni giorno, nella mia cella di Fresnes, / ho imparato la mia poesia, / non mi è rimasto niente. / Il mio cranio, il mio corpo, le mie mani / sono nude.
 
Le autrici partono dal campo di Vallecrosia, destinato a ebrei e prigionieri politici, di cui non si è saputo nulla fino al 2003, grazie a un articolo del giornalista Gustavo Ottolenghi che ne rivelò l’esistenza.
Gli internati da Vallecrosia, dove riuscivano a ricevere qualche aiuto dall’esterno, venivano spostati a Fossoli, poi a Ravensbruck, infine a Bergen Belsen.
Ravensbruck fu il campo di concentramento al femminile; si trovava a ottanta chilometri a nord di Berlino, ospitava donne ebree, polacche, zingare, francesi, italiane, russe, austriache e tedesche, e anche donne diverse, cioè prostitute o lesbiche o asociali.
 
Sulla divisa, un numero e un triangolo di stoffa che le distingueva: «di colore giallo se ebree, rosso se deportate politiche, verde se internate per reati comuni, marrone per le zingare Sinti e Rom, nero per prostitute e lesbiche, viola per le testimoni di Geova».
Le autrici sottolineano la particolare condizione di disagio delle donne italiane: «Come potevamo essere ben accolte? Per le tedesche eravamo, dopo l’armistizio, le traditrici; per le francesi e le polacche eravamo, invece, quelle che avevano dato il massimo appoggio a Mussolini».
 
Per tutte, la parola d’ordine era Arbeit, Lavoro: turni massacranti, fame, debolezza, punizioni nelle fabbriche che aprivano filiali nel campo, dalla tessile TexLed alla Siemens.
Nel campo c’era anche un ospedale, in cui lavoravano come infermiere o mediche alcune prigioniere; dopo l’arrivo del dottor Sonntag, «quelle stanze iniziarono a diventare teatro delle più atroci torture… La riproduzione di elementi geneticamente malati o asociali condurrà inevitabilmente a un deterioramento dell’intera nazione. Sterilizzare gli elementi indesiderabili ed eliminarli per quanto possibile è perciò un progetto umanitario che offre protezione alle parti più degne della società».
 
È semplicemente agghiacciante la testimonianza della dottoressa Louise Le Porz, prigioniera, impossibilitata a curare le donne: «Quando entrai, mi guardai intorno e vidi 400 donne morte o agonizzanti, sdraiate sui materassi stipati nel blocco e io, una dottoressa, me ne stavo lì a guardarle perché non avevo niente con cui curarle».
Le prigioniere si ingegnavano a far passare le notizie all’esterno del campo, dove donne impavide attendevano il contatto con le internate; si attivò anche la Croce Rossa a cui Himmler nel 1943 concesse di consegnare pacchi di cibo ai prigionieri, mentre l’arrivo del dottor Treite, uomo sensibile ma anche contraddittorio, sembrò migliorare le condizioni del campo.
 
Una delle donne internate, uscita viva da quell’inferno, confessò a Karol Wojtila di sentirsi «colpevole di essere ancora in vita di fronte alle madri che avevano perso i figli».
Un capitolo è dedicato ai bambini arrivati dall’esterno, o nati o morti nel campo; un altro alle guardiane, le Aufseherinnen alle quali veniva insegnata la ferocia da esercitare su donne e bambini: erano «perfettamente ariane secondo i dettami nazisti… violente, arroganti… capaci di furie bestiali»; un altro ci fa conoscere il conte Bernardotte, filantropo svedese che si adoperò per la salvezza di migliaia di persone, grazie alla Croce Rossa Internazionale.
 
Tra le prigioniere, anche nomi noti, una nipote del generale De Gaulle, Geneviève, e Milena Jesenska, resa famosa per la sua complessa relazione con Franz Kafka, trattata con rispetto dal dottor Treite, che la operò senza però riuscire a salvarle la vita.
La storia di tanto orrore (e di un po’ di bellezza) in realtà è stata conosciuta tardi, soltanto quando, «dopo la caduta del muro di Berlino, per la prima volta, vennero alla luce dagli archivi russi documenti che rivelavano l’orrore di Ravensbrück. Solo nel 1995, dopo un anno dall’abbandono del campo da parte dei russi, si poté accedere a quei luoghi».
 
Anche qualche ex prigioniera è tornata a Ravensbrück, come Mirella Stanzione, una delle ultime testimoni, che «in quell’occasione, dice, ho risentito su di me quello che avevo provato».
Era il 1999; nel 2005 è andata di nuovo, accompagnata dalla figlia Ambra che, un anno dopo, ha presentato il documentario «Le rose di Ravensbruck. Storia di deportate italiane».
Insomma, le madri sopravvissute all’orrore hanno voluto passare il testimone alle figlie, perché nulla fosse dimenticato.
 
E anche questo testo, che ci accompagna nel campo e ci fa conoscere le madri e le figlie, diventa una testimonianza preziosa che rende onore a tante donne private della libertà e della dignità.
 
Luciana Grillo – l.grillo@ladigetto.it
(Recensioni precedenti)

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