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Storie di donne, letteratura di genere/ 384 – Di Luciana Grillo

Begona Feijoo Farina, «Per una fetta di mela secca» – La sua scrittura è rigorosa: ogni periodo è costruito affinché incida nella mente di chi legge

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Titolo: Per una fetta di mela secca
Autrice: Begoña Feijoó Fariña
 
Editore: GCE 2020
Genere: Letteratura contemporanea, dopo il 1945
 
Pagine: 144, Rilegato
Prezzo di copertina: € 16
 
Pochi romanzi mi hanno coinvolto emotivamente e mi hanno fatto riflettere sulla malvagità umana come questo che racconta la storia amara di una bambina strappata alla madre (scandalosamente divorziata, in realtà abbandonata dal marito) e, con la scusa del furto di una fetta di mela secca e di un fazzoletto, affidata alle cure – si fa per dire – di suore che accoglievano nei loro squallidi istituti bambini difficili, di famiglie povere o illegittimi.
Negli ultimi anni, indagini, ricerche, film hanno mostrato di cosa fossero capaci gli adulti che vedevano in questi ragazzi sventurati soltanto individui da umiliare, da sfruttare, persino da sterilizzare perché potessero subire violenze senza la conseguenza di una gravidanza.
Lidia Scettrini è la protagonista, una bambina che ha visto il padre abbandonare sua madre, che ha capito la riprovazione dei paesani ed ha accettato l’isolamento che la mamma le ha proposto.
 
Ha intuito la sofferenza di sua madre, e a lei si è legata ancora di più…negli anni successivi ricorderà i gesti affettuosi, le canzoni che cantavano insieme, le torte che preparavano, gli abbracci e i sorrisi della sua mamma.
Poi, lo strappo: «Mamma urla contro un uomo che, con un quaderno in mano, gira per la nostra casa e scrive… scrive nell’aia, scrive in cucina, scrive davanti al sempre più piccolo mucchio di legna e scrive anche guardando me…allora faccio un’altra cosa che so che non dovrei fare. Vado sotto la finestra della cucina e ascolto. E mentre lo faccio sono certa che mamma sa che sto ascoltando, perché non urla. Ascolta, prova a ribattere e implora, ma non urla più…e così facendo m’insegna ancora una volta che non si possono combattere le battaglie perse».
 
Suor Margherita la accompagna nella sua nuova casa, Arietta – una ragazza più grande di lei – le dice: «non dire mai di no. Non rispondere, non disubbidire. Non sporcare il letto… non chiedere altro cibo», Madre Sofia è nell’atrio, istruisce le ragazze ripetendo «che siamo ragazze incivili, che abbiamo bisogno di essere istruite… che siamo lì perché nessuno ci vuole, perché le nostre madri sono incapaci di gestire bambine così maleducate, così impure, così lontane da Dio e dalle sue leggi».
Per Lucia comincia la discesa all’inferno, nonostante padre Giovanni quattro volte al giorno vada a benedire le ragazze.
Lucia si guarda intorno, fa amicizia con il cane Shatten dandogli un pezzo di pane, nonostante abbia fame; cuce, rammenda, attacca e stacca bottoni velocemente e aiuta la tenera Piera dalle piccole mani; va a giocare con Shatten insieme ad Arietta < 
Intanto, passano gli anni, a volte Lucia è punita severamente, è picchiata, è costretta a trascorrere la notte insieme ai maiali, anche se ha imparato a obbedire: «Sono disciplinata, non per paura, per tristezza, per fame e forse per intelligenza, o furbizia, come dice suor Margherita… mai mi sono lamentata… mai ho risposto in modo irrispettoso».
Quando diventa grande, viene affidata a Robert perché si occupi di sua moglie malata; in realtà deve occuparsi di tutto, casa stalle cucina, e anche di quell’uomo rozzo che abusa di lei.
Unico conforto è sapere che Anna, benché allettata e apparentemente incosciente, le sorride e qualche volta, con una lacrima, le dimostra la sua comprensione.
 
Alla morte di Anna, Robert la manda via e Lucia ritorna a casa.
Tutto è cambiato, la mamma è morta, ma altre persone la accolgono e la sua abilità nel cucito le permette di conquistare l’indipendenza e di affittare una piccola casa.
Non che tutto sia passato e dimenticato, però, sente un vuoto incolmabile, si rimpinza di cibo e vomita: «illusione di cibo fra i denti, giù per la gola, dentro lo stomaco. Riempirmi lentamente e lentamente riempire ogni vuoto che hanno creato in me. Il vuoto dell’amore da riempire con il cibo, il vuoto del rispetto da riempire con il cibo, il vuoto dell’autostima da riempire con il cibo. Cbo che crea altro vuoto. Corrode. Annulla la volontà… Il vuoto di una madre andata, senza la possibilità di un ultimo saluto…»
Una caduta casuale nel bosco le cambia la vita…e per Lucia finalmente la vita diventa degna di essere vissuta.

L’autrice, nata in Spagna, vive ora in Svizzera, è biologa, ma ama scrivere e occuparsi di teatro. La sua scrittura è rigorosa, ogni periodo è costruito perché incida nella mente di chi legge.

Luciana Grillo – l.grillo@ladigetto.it
(Recensioni precedenti)

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