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Storie di donne, letteratura di genere/ 389 – Di Luciana Grillo

Grazia Verasani, «Non ho molto tempo» – Un libro su Ezio Bosso attraverso il rapporto della scrittrice con il musicista che cercava l'autenticità

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Titolo: Non ho molto tempo
Autore: Grazia Verasani
 
Editore: Marsilio 2021
Genere: musicisti
 
Pagine: 128, brossura
Prezzo di copertina: € 15
 
Qualche anno fa, durante il Festival della canzone di Sanremo, comparve sulla scena Ezio Bosso.
Non tutti lo conoscevano, ma tutti rimasero colpiti dalla sua carica vitale, dalla musica che sembrava uscirgli dal corpo, dal suo sorriso.
I giornali ne parlarono il giorno dopo e spiegarono che si trattava di un musicista di valore, colpito da una malattia neurovegetativa.
Un anno fa, o poco più, si è spento.
Grazia Verasani racconta la loro storia, il primo incontro, l’amicizia e la sincerità, le discussioni e i malumori, «le liti furibonde… le riappacificazioni infantili… resoconti di concerti… versi di poesie» che ritrova su Whatsapp e sempre pensa a lui che ha anteposto la musica a se stesso».
 
E che una volta ha detto: «Non ho molto tempo», perché sapeva che la sua malattia lo avrebbe velocemente consumato, rendendo il suo corpo sempre più esile e nervoso e facendogli persino sanguinare i polpastrelli.
Forse proprio per questo, «Ezio era sempre in corsa, di fretta, impegnato a non scartare nulla di ciò che la vita gli offriva; per lui ogni minuto, ora, settimana, aveva tutto un altro peso, lui il tempo se lo guadagnava a morsi, a spintoni, anche quando sembrava sprecato o irrisorio. Amava la vita in modo feroce, assoluto».
 
Verasani conosce le sue intemperanze, gli sbalzi di umore «era schivo e lunatico, e un attimo dopo allegro e mansueto», sa che amava sorridere e che gli piacevano i sorrisi degli altri, «per lui sorridere era tutto. Tre secondi di sorriso valevano vite intere», si circondava di amici che accoglieva felice, per cui cucinava senza risparmiarsi, «felice di sfamare caterve di amici a suon di piatti piemontesi», giocando con gli amati cagnolini e ruotando con la sedia, con la gioiosità di un bambino.
Forse, il suo carattere aveva radici nell’infanzia, «è lì che si abbozza il modo in cui amerai, le scelte che farai»… e questa è una considerazione che vale per tutti, per Ezio come per Grazia, come per ciascuno di noi.
 
Intanto, col passare del tempo, la malattia incalza, gli scoppi di ira sono più frequenti, si susseguono liti con i direttori di teatro con cui entra in contatto, il mondo della musica classica gli fa ostruzionismo, viaggia freneticamente da Bologna a Londra a Trieste a Roma a Bruxelles – dovunque accompagnato da standing ovation – e Grazia è stanca «di essere presa al laccio dei suoi esercizi di potere, del suo rifiuto di ogni opinione contraria alla sua, delle sue contraddizioni, del suo umore ondivago, dei suoi grandi entusiasmi e dei suoi grandi disprezzi».
 
Ezio tenta di rabbonirla, «non voleva che mi sentissi ferita da lui, si dava del cretino da solo», e Grazia torna, partecipa alla sua festa di compleanno, lo tratta quasi con attenzioni materne, come se fosse un bambino, ma lui non sempre gradisce, forse «irritato dal mio eccesso di premure».
Il diffondersi del coronavirus isola persone e città, «un paese in attesa, bloccato in un fermo-immagine di ansia e trepidazione», Ezio quasi sempre a letto, visitato ogni giorno da una solerte oncologa, peggiora di giorno in giorno… ma poi sembra riprendersi, «era propositivo, pieno di idee, progetti per pianificare il futuro della musica e i possibili protocolli per una ripresa dei concerti».
 
La morte però era dietro l’angolo.
«Amare qualcuno e perderlo per sempre è una morte in vita. È sentirti spezzato in due…
Capita che incroci sulla tua strada creature di un altro mondo… Ezio era di un altro mondo… cercava nelle persone l’innocenza infantile, e nella musica l’autenticità».

Luciana Grillo - l.grillo@ladigetto.it
(Recensioni precedenti)


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