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Storie di donne, letteratura di genere/ 408 – Di Luciana Grillo

Charlotte Perkins Gilman, «Muoviamo le montagne» – Un romanzo che rivela la capacità dell'autrice nell'anticipare elementi sostanziali di modernità»

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Titolo: Muoviamo le montagne
Autrice: Charlotte Perkins Gilman
 
Traduttrice: Beatrice Gnassi
Editore: Le plurali 2021

Pagine: 212, Brossura
Prezzo di copertina: € 18
 
Le plurali è una casa editrice dedicata esclusivamente ad autrici di romanzi e saggi; pubblica inediti e riscopre libri datati mai tradotti e mai pubblicati in Italia.
Muoviamo le montagne appartiene alla collana Radici che pubblica testi del secolo scorso, scritti da femministe ante litteram e in genere dimenticati.
La prefazione è della professoressa Eleonora Federici, docente di Lingua e traduzione inglese presso l’Università degli Studi di Ferrara.
È una prefazione interessante che apre alle lettrici e ai lettori una finestra sulla società americana del primo Novecento, su abitudini, sistemi, stereotipi che caratterizzano un mondo in veloce cambiamento.
 
L’autrice, Charlotte Perkins Gilman, nata nel Connecticut nel 1860, esponente del movimento di liberazione delle donne che si andava sviluppando proprio nel tardo ’800 negli Stati Uniti, racconta l’incontro inatteso di Nellie, turista americana in Nepal, con John, il fratello che dal Nepal, trent’anni prima, non aveva più fatto ritorno a casa.
John, dopo una sorta di svenimento, si appresta a compiere dunque il viaggio verso gli USA e, su consiglio di Nellie, scrive la sua storia, racconta esperienze, stati d’animo, sorprese, incomprensioni… «La cosa peggiore è che la mia sorellina ha ormai quarantotto anni e io ne ho, a tutti gli effetti, venticinque! Ha ventitré anni più di me. Ha vissuto nel mondo trent’anni che io mi sono perso del tutto e comincio a capire che questi trent’anni hanno visto più cambiamenti di quelli che sono normali in uno o due secoli».
 
Il ritorno negli USA organizzato da Nellie è lento, su un battello a vapore, perché John possa piano piano capire il mondo in cui rientra, rendersi conto che le donne sono cambiate, che svolgono lavori che una volta toccavano solo agli uomini.
Nellie «è vivace, risoluta, sicura di sé, non in modo sgradevole…ma in qualche modo simile… quasi come un uomo!».
È affettuosa, attenta, rassicurante… «almeno non ha dimenticato che il dovere principale della donna è quello di compiacere».
 
John teme quasi un capovolgimento radicale dei ruoli, si sente sollevato quando Nellie lo rassicura: «gli uomini fanno tutti i generi di attività che hanno sempre fatto… indossano i pantaloni come prima», ma teme comunque di trovare un mondo popolato da donne mascoline e uomini sottomessi: «Era come se avessi dormito e, nel sonno, avessero rubato il mio mondo».
L’arrivo in patria, l’incontro con il marito e i figli di Nellie, la loro cordialità, l’appartamento della nipote Hallie, la sua camera affacciata sul fiume, le scogliere una volta ricche di verde e ora cosparse di edifici lo convincono che il mondo moderno è bello, ma non è più il suo.
 
Il cognato Owen gli parla con sincero affetto, gli spiega i cambiamenti, gli racconta quante cose siano diverse, persino le persone che non sono più «noiose o stupide come una volta… Abbiamo davvero formato persone migliori. Anche i vecchi sono migliorati» e Hallie aggiunge: «Siamo tutti più sani, zio John, perché siamo nutriti meglio».
Ecco dunque il mondo moderno, in cui vivono essere ben nutriti, sereni, in cui le donne possono essere indipendenti, non più proprietà di un uomo.
 
Parenti e amici regalano a John libri e pubblicazioni varie; gli spiegano come sia migliorata l’alimentazione, come sia organizzata l’educazione, come sia cambiata la religione, come incidano sulla vita degli uomini le nuove votanti, come aumentino costantemente le risorse del mondo, quanto sia cresciuto il rispetto per l’ambiente, come sia diffusa la consapevolezza di evitare lo spreco alimentare o l’uso di prodotti fuori stagione, quanto sia importante per i trasporti la creazione di nuove strade, quanto sia utile il Sindacato dei Servizi Sociali formato da uomini e donne, quanto siano diventati simili, a volte indistinguibili, i ragazzi e le ragazze… Gradatamente, John scopre una mentalità aperta e moderna; l’arte è parte integrante della vita, i teatri sono presenti in ogni villaggio, la buona letteratura e la stampa corretta sono assai diffuse.
 
Incontra un vecchio compagno di studi dalla vita inquieta, diventato docente di Etica, con cui cerca di capire questo mondo difficile e (forse) felice: «Questa energia limpida, sicura e bellissima è sempre stata qui, John, ma non la conoscevamo. La potenza del vento e dell’acqua e del vapore erano qui prima che imparassimo a utilizzarle. Tutta questa splendida forza della vita umana era qui, solo che non lo sapevamo».
Eppure, John continua a sentirsi a disagio in un mondo che non è il suo, «la bellezza, la pace e l’ordine di tutto il contesto mi davano sui nervi», perciò in treno decide di andare nei luoghi della sua giovinezza e «non appena ci ho messo piede ho avuto un tuffo al cuore… Qui c’era qualcosa che non era cambiato».
 
Ritrova gli zii, la cugina Drusilla, «una piccola donna, fragile, debole, invecchiata e riservata… i capelli bruno cenere, lisci e sottili, tirati saldamente dietro in una crocchia schiacciata, il vestito sobrio di cotonina di un blu spento che le cadeva dritto addosso… ha vissuto qui, docile, paziente, indifesa, senza lamentele né desideri, lavorando senza sosta per far stare bene i genitori che un giorno la lasceranno sola…», lo zio Jake che gli promette in eredità la vecchia fattoria, e così via.
La conclusione è inattesa e spiazzante, perciò non la rivelo, ma in qualche modo fa da contrappeso a quanto abbiamo letto nelle prime 208 pagine.

Luciana Grillo - l.grillo@ladigetto.it
(Recensioni precedenti)


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