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Storie di donne, letteratura di genere/ 419 – Di Luciana Grillo

Jennifer Pashley, «Gli osservati» – Davvero brava l’autrice: sa illuminare il mondo degli ultimi con improvvisi lampi dove sembra che regni solo la violenza

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Titolo: Gli osservati
Autrice: Jennifer Pashley
 
Traduttrice: Anna Mioni
Editore: Carbonio Editore, 2021
 
Pagine: 304, Brossura
Prezzo di copertina: € 16.50

Dopo aver letto Il caravan, tornare alla Pasley è stato un vero piacere, anche se i temi che l’autrice sceglie sono duri, impietosi, difficili da digerire.
Come nel romanzo precedente, anche in questo si alternano due voci, Kateri, la poliziotta mandata in quel posto sperduto dopo un incidente, e Shannon, un ragazzo dalla vita tormentata: di capitolo in capitolo raccontano la stessa vicenda da due punti di vista.
Al centro della storia, una mamma difficile, vittima delle dipendenze, un padre in prigione, un figlio buono e fragile, una casa sporca di sangue, una bimba che «indossa jeans, scarponcini da trekking e un maglione incrostato di fango e, a quanto sembra, sangue… Il sangue sulle mani della bambina è così scuro. È come inchiostro, infiltrato nelle pieghe della pelle… Ha gli occhi bagnati di lacrime e con la lingua si tormenta il taglio più grosso che ha sul labbro, che adesso luccica di sangue fresco».
 
Kateri prova tenerezza per questa bimba dai capelli rossi che si chiama Birdie, «un nome da animaletto domestico», va a trovarla in ospedale, «le posa la mano sulla testa, la pelle è fresca, l’attaccatura dei capelli umida. Si china a baciarle la fronte».
Kateri ha ricordi dolorosi che le fanno compagnia, «i genitori perduti nel giro di quattro anni, tra i dodici e i sedici anni. Infarto, overdose… le sorelle per le quali non era arrivata in tempo…», le avances del fidanzato di sua madre, il cui alito puzzava di birra.
Shannon ripensa a sua madre, a quella gravidanza di cui il padre non doveva sapere nulla, alla neonata che la madre gli affidò subito dopo averla partorita, alla casa che sarebbe stata messa all’asta… «mia madre si occupava dei suoi affari come se non fosse cambiato nulla. Non avevo mai visto qualcuno così capace di chiudersi in sé, prendere una pillola, andare a dormire e far finta di niente, con la casa che sarebbe stata messa all’asta entro due mesi».
 
Così Shannon lascia la scuola e comincia a lavorare. Ha bisogno di denaro, perciò accetta anche il lavoro che gli offre uno sconosciuto, gli sembra di poter salvare la casa, dare tranquillità a sua madre, soprattutto proteggere la piccola Birdie. Intanto, un giovane poliziotto viene ucciso e la bimba scompare.
Questo romanzo ha l’andamento di un giallo, sangue, misteri, ossa bruciate nel prato e Shannon che sembra il «colpevole predestinato», un ragazzino a cui Bear promette viaggi in Europa. E lui sogna: «Volevo sparire. Correre più veloce che potevo senza mai voltarmi. Cambiare nome. Diventare qualcos’altro».
 
Solo a Kateri confessa l’esistenza di Birdie: «Non potevo mentire. Avevo mentito per cinque anni, e questa era la prima volta che mi sentivo di avere qualcosa da perdere. Avevo mentito a tutti. Alla gente in paese. A scuola, al lavoro, dal droghiere. Alle persone che conoscevano mia madre.
«Non portavamo mai fuori Birdie. Non era mai stata da nessuna parte. Mai dal dottore, mai in auto. La sua nascita non era stata registrata. Non c’era stata una degenza in ospedale, né una levatrice. Nessun certificato di nascita.
«Birdie passava del tempo all’aperto, ma sempre sotto l’occhio vigile di mia madre. E se mia madre doveva lasciarla sola, nelle rare occasioni in cui andava in banca o a comprarsi la droga, la chiudeva in un ripostiglio con una lampada fioca e un album da colorare. Per lei era l’unico posto sicuro».
 
È tenerissimo questo fratello che adora la sorellina, vorrebbe mostrarla a tutti, vorrebbe che giocasse liberamente, che vedesse l’albero di Natale con le sue luci in città, «dovevo fare in modo che tutto questo si realizzasse. Per lei. E per me… perché la adoravo».
La storia si complica, Shannon finisce in prigione e Bear paga per lui un avvocato; Kateri intuisce la verità, insegue una vecchia Buick, i nodi si sciolgono, anche un anziano amico – Baby Jane – pensa a lui, mentre fuori nevica e «prima del mattino sarà tutto coperto di bianco, tutto nascosto sotto uno strato profondo di luccichio freddo e duro, tutto assopito, tutto cancellato, quello che è sepolto in attesa di risorgere. Pulito».
Davvero brava, Jennifer Pasley, capace di illuminare il mondo degli ultimi, dove sembra che regni solo la violenza, con improvvisi lampi di luce.

Luciana Grillo - l.grillo@ladigetto.it
(Recensioni precedenti)


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