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Storie di donne, letteratura di genere/ 156 – Di Luciana Grillo

Gemma Volli «Il caso Mortara - Il bambino rapito da Pio IX» – Questo non è un romanzo, ma - ahimè - una storia vera e documentata...

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Titolo: Il caso Mortara. Il bambino rapito da Pio IX
Autrice: Gemma Volli
 
Editore: Giuntina, 2016
Collana: Fuori collana
 
Pagine: 58, illustrato, brossura
Prezzo di copertina: € 10
 
Questo non è un romanzo, ma una storia vera e documentata, studiata nel 1960 da Gemma Volli, a cento anni dall’episodio che suscitò emozione e clamore.
Certo, il titolo incuriosisce: un papa (e che Papa!) che sequestra un bambino?
Un episodio doloroso e non unico, da collegare alle «umiliazioni, i processi, i sequestri, le violenze che segnarono la vicenda millenaria dell’ebraismo maltrattato ospite sia dell’Europa cristiana che dell’Islam», dunque anche al caso di San Simonino, «cioè dell’attribuzione calunniosa alla comunità ebraica di Trento dell’omicidio rituale di un bambino trovato morto in città nel 1475».
 
La Volli si impegnò per ristabilire la verità «nel momento in cui l’Europa e con essa la Chiesa cattolica iniziava a prendere davvero coscienza della Shoah», negli anni in cui si celebrava il processo Eichmann e si ripubblicava «Se questo è un uomo» di Primo Levi.
Dunque, la famiglia Mortara, ebrea modenese, che aveva otto figli, fu visitata il 23 giugno 1858, alle ore 22, da «sgherri pontifici [che] chiedono di vedere tutti i figli chiamandoli per nome in ordine di età».
Arrivati al piccolo Edgardo, che aveva solo sette anni, «informano i genitori costernati che il bambino era stato battezzato e che perciò essi avevano l’ordine di portarlo via dalla famiglia e di consegnarlo alla Chiesa».
 
Nonostante la resistenza disperata dei genitori, l’arrivo di amici e parenti, la raccolta spontanea di fondi, l’incontro col P. Inquisitore, Edgardo fu strappato al loro affetto «perché l’ordine era venuto da Roma».
E a Roma fu portato il bambino rapito perché «una volta battezzato, il fanciullo è cristiano… quand’anche non ci sia la volontà dei genitori, vi è sempre la volontà della Chiesa. Così, una volta accertato il battesimo di un infante, il padre perdeva la patria potestà… non poteva più rivedere suo figlio. Ma doveva mantenerlo».
 
La Volli descrive in modo estremamente rigoroso e documentato tutte le difficoltà che incontravano gli ebrei e dimostra che era «dovere di coscienza denunciare all’Inquisitore eretici, apostati, ebrei».
Solo dopo il rapimento, i Mortara capirono che avere una domestica cattolica al loro servizio era stata una grave imprudenza: infatti la donna aveva battezzato il piccolo all’insaputa dei genitori quando lo aveva visto malato, temendo che morisse.
Era una giovane donna analfabeta, detta la Nina, che si rivelò al processo bugiarda e spergiura.
Pare che fosse stata allontanata dai Mortara perché gravida, e poi riassunta, per essere definitivamente licenziata in seguito ad un’altra gravidanza.
 
Dopo pochi mesi il piccolo fu rapito, dunque è probabile che «siasi nel caso di un asserto battesimo sognato da spirito di vendetta o da religioso fanatismo di una irritata ed ignorante fantesca».
Benché durante un incontro il bambino avesse detto ai genitori di voler tornare in famiglia, «mentre nelle sinagoghe di Francia e Inghilterra si facevano preghiere perché il bimbo rapito fosse restituito ai suoi, e collette per soccorrere la famiglia Mortara, che aveva dovuto abbandonare Bologna, alla S. Sede continuavano a giungere da ogni parte d’Europa, ed anche d’America, istanze, memoriali, raccomandazioni, suppliche…, Pio IX… a tutti rispose con due parole NON POSSUMUS».
Il piccolo Edgardo rimase in Vaticano e con il nome di Pio Mortara «il 17 novembre 1867… era ordinato sacerdote».
 
Dopo la breccia di Porta Pia, la famiglia sperò di riavere il figliolo, ma si dice che lo stesso giovane non avesse voluto abbandonare il suo stato; iscritto dalla famiglia nei ruoli di leva, fu mandato all’estero dal Vaticano.
L’incontro con la madre avvenne finalmente a Parigi nel 1878 e «da allora don Pio Edgardo Mortara… rimase in contatto sempre…» con la sua famiglia e forse «tentò di convertirla al cattolicesimo».
Lo studio della Volli si conclude con la morte di don Pio, avvenuta nel 1940. L’Osservatore Romano lo ricordò come un sacerdote che «era solito pregare pro se et suis, ossia, si spiega, per quelli della sua origine», a ulteriore conferma che il caso Mortara «doveva essere tramandato così, come un caso predisposto dalla Provvidenza per i suoi fini superiori».
 
Ricordare questo è un modo per «ricordare tutti gli altri casi, per lo più ignorati…di bambini ebrei strappati alla famiglia dall’intolleranza della Chiesa».
E leggere questo testo è assai utile per avvicinarsi ai complessi rapporti tra ebrei e cristiani.
 
Luciana Grillo
(Precedenti recensioni)

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