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Storie di donne, letteratura di genere/ 271 – Di Luciana Grillo

Ivanna Rosi, «La versione di Candida» – Un racconto personale che si legge come un romanzo drammatico di sofferenze comuni, narrate con verità e crudezza

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Titolo: La versione di Candida
Autrice: Ivanna Rosi
 
Editore: Le Lettere 2018
Genere: Narrativa italiana contenporanea
 
Pagine: 238, Brossura
Prezzo di copertina: € 14
 
La vicenda di Candida e Vincenzo assomiglia a tante altre storie iniziate con un incontro e continuate con un matrimonio, una crisi, una riconciliazione, fino alla morte di uno dei due.
Eppure è una storia davvero speciale, che si distingue dalle altre perché è vera, perché attraversa anni turbolenti ancora presenti nella memoria di molti di noi, perché è un’analisi puntuale di rapporti umani, di ideologie che hanno condizionato e complicato la vita di chi in esse ha creduto, perché ci coinvolge attraverso la citazione di personalità ben note e talvolta discusse, infine perché riguarda persone colte, impegnate, carismatiche fuori casa e invece chiuse e distratte in ambito familiare.
Alla fine della lettura mi sono chiesta come sia stato possibile che due persone intelligenti e mature non siano state capaci di parlarsi, di intendersi fino in fondo durante una vita coniugale durata cinquant’anni.
Senza porsi il problema dei figli, che hanno sofferto sia durante la convivenza dei genitori che durante la separazione.
 
Ma cominciamo dall’inizio, dal ritrovamento di una lettera di Vincenzo all’amico Fosco: Vincenzo è morto, Candida mette ordine nelle carte del marito e scopre quanto sia stato importante il rapporto sentimentale di Vincenzo con Alice, una sua studentessa.
Solo allora Candida ammette: «Ebbi improvvisamente l’idea di aver vissuto per cinquant’anni con un individuo sconosciuto, un marito fantasma, un misterioso iceberg di cui avevo visto solo la punta».
Così, Candida ripensa alla sua vita, alla sua famiglia piccolo borghese mai accettata da Vincenzo, alla sua carriera universitaria, all’amore assoluto di Vincenzo per la madre contadina e per la sua terra, e riconosce di aver «sempre cercato di evitare i conflitti, di ammorbidire gli scontri, rinunciando a lottare per affermarmi. Ho sviluppato l’adattabilità, l’indulgenza, la sopportazione, comprimendo la forza e la passione, l’intelligenza e il coraggio che erano dentro di me».
 
Al battere in ritirata di Candida, si contrappone l’esigenza di libertà politica di Vincenzo, che dedica ogni energia a Lotta Continua, che affascina i suoi studenti, che ha un consistente seguito di fans, che si muove – come volevano quegli anni – ostentando l’assoluta noncuranza per il denaro, per l’abbigliamento, per le convenzioni, per la famiglia (?), con un sigaro penzolante all’angolo della bocca.
Vincenzo dice: «…agli studenti ho dato la mia giovinezza». E Renzo, uno studente che lo amava, ricorda che «sapeva infondere energia e vitalità con poco fare».
Candida si rende conto che «purtroppo, le nostre incomprensioni non riuscivano a manifestarsi. Non abbiamo mai parlato. Non ci siamo mai aperti alla confidenza delle nostre coscienze. Abbiamo vissuto e spesso superato le difficoltà nel silenzio» e quando Vincenzo, coinvolto nel nuovo amore, chiede di essere libero, ma «di poter tenere insieme i due legami, di vivere l’avventura seduttrice senza rinunciare al ruolo di marito a cui teneva», Candida finalmente reagisce, presa da una incontrollabile collera, e lo caccia via di casa.
 
«I bambini in piedi guardavano silenziosi. Fabrizio mi ha detto in seguito che la scena aveva di colpo rivalutato la mia immagine ai suoi occhi. Mi ha anche detto che in quel momento il tiranno, il lupo, sembrava un agnellino.»
Fabrizio e Maria crescono così, con un padre a volte amorevole e divertente, ma più spesso assente, con una madre attenta ai suoi doveri… ma consapevole (dopo) che «ciò a cui non pensavamo né io né lui erano le reazioni dei nostri figli. Eravamo ciecamente concentrati su noi stessi. Non mi rendevo conto delle loro sofferenze…»
La riconciliazione va avanti tra alti e bassi, è solo con la malattia dell’uomo che Vincenzo e Candida riescono a trovare quei sentimenti di complicità affettuosa che consentono a Vincenzo di morire sereno e a Candida di parlare di una «lieta fine».
 
Scritto con rigore esemplare, questo testo invita a riflettere sulle responsabilità di ciascuno, sulla necessità di una comunicazione sincera, sull’attenzione imprescindibile per i figli, sul rispetto, infine, che dobbiamo agli altri e soprattutto a noi stessi.
 
Luciana Grillo – l.grillo@ladigetto.it
(Recensioni precedenti)

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