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Storie di donne, letteratura di genere/ 280 – Di Luciana Grillo

Simona Sparaco, Nel silenzio delle nostre parole – Grazie, Simona Sparaco, hai scritto un romanzo magistrale. Con questo lavoro sei diventata grande!

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Titolo: Nel silenzio delle nostre parole
Autrice: Simona Sparaco
 
Editore: DeA Planeta Libri 2019
Genere: Narrativa italiana contemporanea
 
Pagine: 284, rilegato
Prezzo di copertina: € 18
 
Nel 2015 ebbi occasione di incontrare Simona e di presentarla al Trentino Book Festival. Naturalmente recensii il romanzo (vedi), così come feci l’anno successivo (vedi).
Ora ho letto l’ultimo suo lavoro «Nel silenzio delle nostre parole» e devo dire che ho trovato sempre una scrittura scorrevole, una trama ben articolata, tanti suggerimenti per riflettere sui problemi che caratterizzano la nostra vita, ma in aggiunta ci sono una maturità espressiva, una capacità di condivisione, una leggerezza argomentativa che a mio avviso fanno di Simona Sparaco una Scrittrice con la S maiuscola.
 
Il romanzo prende spunto dal terribile incendio della Grenfell Tower di Londra, di cui tanto abbiamo sentito parlare e tanto abbiamo letto, anche perché nel rogo morirono due ragazzi italiani.
L’autrice ambienta la storia a Berlino, città sicuramente multietnica, e inizia il romanzo parlando dell’incendio: «Un palazzo rivestito di intonaco rosa prende fuoco. Senza alcun segnale premonitore. Le fiamme, all’improvviso.»
Nel palazzo abitano, tra gli altri, una studentessa italiana, ospite del suo ragazzo, una signora tunisina disabile, una ballerina arrivata dalla Lettonia, da pochi mesi diventata mamma.
 
Ma ci sono altre donne che ruotano intorno alle protagoniste, come Hulya, che lavora in uno Spati - negozietto di quartiere introdotto nella Ddr per le esigenze degli operai con turni serali e aperto 24 ore su 24 - non lontano, e Silvana che si occupa del suo ristorante in Italia.
L’autrice descrive ora per ora la giornata del rogo, partendo da “quindici ore prima”: ci fa conoscere Alice che vive il suo primo vero amore e mente ai genitori che la credono sistemata in uno studentato.
Alice avrebbe voluto studiare archeologia, come avrebbe voluto, da giovane, anche suo padre che la conduceva ancora bambina a visitare siti archeologici; invece lui aveva affiancato Silvana nella gestione del ristorante e lei si era iscritta alla Facoltà di Architettura. Ora, a Berlino per l’Erasmus, conviveva senza averlo detto ai genitori con Matthias e frequentava i musei, soprattutto il Pergamon, anche perché la voce dell’audioguida le ricordava quella del papà.
 
Naima abita al piano di sotto e ricorda, proprio quel giorno, che trentatré anni prima le fu diagnosticata la malattia che la costringeva sulla carrozzella.
E ricorda anche la sua fuga dalla Tunisia per sposare l’uomo che amava, «lei algerina di famiglia musulmana, lui cattolico e francese».
Ora sopporta la badante che ha invaso il suo territorio, vede invecchiare accanto a sé Gerard e aspetta le visite mattutine di quel figlio difficile, Bastien, che la chiamava Naima ed era diventato «ombroso e scostante».
 
Polina abita in un monolocale con il suo bambino (che non aveva accettato fino in fondo, tanto da considerarlo un intruso), con la sua malinconia e con il sogno infranto di diventare una grande ballerina.
La vediamo depressa, incapace di sopportare il pianto del piccolo, lontana da Michail, il direttore artistico del teatro in cui lavorava che l’aveva corteggiata con insistenza e che l’aveva resa madre, seduta sul davanzale della finestra con una gamba fuori…quasi a voler tentare un ultimo e definitivo passo di danza.
 
Hulya, di origine turca, fidanzata con Mensur senza alcun entusiasmo, quando aveva visto nel suo piccolo locale Polina con il bimbo, se ne era innamorata.
Come spesso faceva, filmava le persone che la colpivano… Polina e Janis, Alice e Matthias, Naima e Gerard e tanti altri.
Naima le aveva anche confidato la difficoltà di comunicare con suo figlio: «Siamo io e mio marito a non comprenderlo».
Di ora in ora, l’incendio si avvicina, sembra incombere su queste donne e sull’intero condominio: Sparaco sa creare un senso di attesa angosciosa. Chi legge si chiede chi morrà e chi sopravviverà…
 
Intanto Naima prepara una torta per la giovane mamma e Bastien va a consegnarla a Polina, obbligandola a ritirare quella gamba penzolante a mezz’aria.
È la prima volta che si incontrano, Polina lo invita ad entrare in casa, Bastien ha la sensazione che quella casa abbia «un’impronta provvisoria…c’erano alcuni scatoloni ancora da sballare, mentre al soffitto mancava il lampadario…l’odore dell’appartamento era però irresistibile e stordente. Un aroma di sapone e borotalco…»
Le ore scorrono. Inesorabili.
Silvana vuole rintracciare Alice, «aveva sempre avuto il complesso dell’ignoranza, e la cultura di Franco… la inorgogliva… Ciò che non sopportava era la possibilità di sentirsi totalmente esclusa», e intanto Matthias rimproverava ad Alice di essere dipendente dalla mamma.
 
L’odore del fumo avanza, poi le fiamme si sprigionano e sembrano avvolgere tutto il fabbricato… Alice riesce finalmente a parlare con la sua mamma e Polina a lanciare il suo bimbo fra le braccia di Hulya.
Un anno dopo, nel piazzale dove sorgeva il condominio, una celebrazione raduna i superstiti e ricorda le vittime.
Per chi è sopravvissuto in qualche modo l’incendio segna l’inizio di una vita diversa, vecchie antipatie evaporano, chi è stato definito “eroe” perché si è lanciato fra le fiamme per salvare qualcuno si allontana e finalmente «senza che possa evitarlo… scoppia a piangere».
 
Nulla è scontato, in questo romanzo, né sdolcinato: si incrociano passioni forti e sentimenti controversi, soprattutto si può trarre un invito alla comprensione fra coniugi, fra genitori e figli, fra amici e conoscenti.
Basta un incendio banale a stroncare la vita e a capovolgere i destini.
Grazie, Simona Sparaco, hai scritto un romanzo magistrale. Vorrei dirti che con questo lavoro, “sei diventata grande”!
 
Luciana Grillo – l.grillo@ladigetto.it
(Recensioni precedenti)

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