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Storie di donne, letteratura di genere/ 283 – Di Luciana Grillo

Nadine Gordimer, «Un mondo di stranieri» – Un romanzo che costringe a riflettere, a comprendere che tra uomini di colore diverso possono nascere sentimenti veri

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Titolo: Un mondo di stranieri
Autrice: Nadine Gordimer
 
Editore: Feltrinelli 1995
Genere: Letteratura sudafricana contemporanea
 
Pagine: 336,
Prezzo di copertina: € 6,71
 
Può capitare a chi legge molto e velocemente di rimanere all’improvviso senza libri. Mi è accaduto durante un lungo viaggio e sono stata perciò “costretta” a cercare libri in una biblioteca piuttosto vecchia.
La fortuna mi ha aiutato, ho recuperato un libro evidentemente molto letto, con copertina sbiadita e indicazione del prezzo in lire!
Leggere questo romanzo, pubblicato la prima volta nel 1958, è stato un vero piacere, sia per la struttura stessa della storia raccontata, sia per la qualità della scrittura, sia per la competenza con cui sono toccati temi complessi e difficili (ancora attuali, purtroppo) come la convivenza tra bianchi e neri in un territorio di cui i bianchi si sono impadroniti, il Sudafrica.
 
La prima spontanea riflessione è che qui si parla di negri, non di neri.
Il confronto con i bianchi si sviluppa a Johannesburg, dove Toby, un giovane inglese colto e di notevole apertura mentale, arriva via mare per occuparsi della diffusione dei libri prodotti dalla casa editrice della sua famiglia.
Nadine Gordimer, grande voce femminile bianca della letteratura sudafricana, descrive il viaggio in nave di Toby, circondato da viaggiatori e viaggiatrici tra cui una madre piacente e sua figlia, un console accompagnato dalla madre e da una strana moglie di cui sembra vergognarsi.
Come tanti inglesi, anche questi passeggeri hanno già visitato l’Italia che pensano di conoscere bene e di amare.
 
In realtà, la loro è un’Italia convenzionale, «l’Italia di Moravia e dei film neorealisti non esisteva per lei…che a Firenze scendeva per una strada di collina sotto il sole, con l’ombrellino aperto sulla testa…».
Toby si è documentato sul mondo africano, inizia la sua vita sudafricana con varie lettere di presentazione a conoscenti influenti dei suoi familiari, ma non vuole diventare «un voyeur dei mali e delle perversioni sociali del mondo… voglio vedere la gente che mi interessa e che mi diverte, nera, bianca, o di qualsiasi colore».
 
In realtà, le prime persone con cui entra in contatto sono inglesi che lo «accolsero col fare vagamente massonico di chi conosce i privilegi e gli svantaggi della propria setta…» e gli parlano dei loro viaggi tra Inghilterra e Europa «come una corsa in un treno suburbano… un Tizio era andato in aeroplano da questo posto a quello; aveva noleggiato un’automobile; aveva incontrato in Svizzera la figlia di Caio; il marito di un’altra era arrivato in volo da Roma; sua sorella aveva incontrato un altro Tizio a Vienna; fiordi e Alpi, casinò e crociere, palazzi e espadrillas…»
 
Il mondo che incuriosisce di più Toby è quello dei nativi, conosce Steven («un nuovo tipo di uomo, non un bianco, ma neppure del tutto un negro: una sorta di scintilla – magari illusoria – prodotta dall’attrito superficiale di due società») e Sam (che diceva di Steven: «…è un uomo bianco con la pelle nera, questo è il guaio»), Anna, un’avvocata che si occupa dei diritti dei neri, frequenta le loro case e partecipa alle loro feste, si entusiasma quando, ricordando «in Inghilterra giovani e ragazze invasati dal jazz in preda ad attacchi di frenesia danzatoria», si accorge che «in quella stanza il jazz non era frenesia. Era la passione, il coronamento del jazz. Qui tutti danzavano per gioia…per loro la musica e il ballo non erano un sogno o un’evasione, ma un’affermazione».
 
Toby si lega a questi nuovi amici, dorme nelle loro case e li ospita nella sua, scoprendo ancora una volta quanto i negri siano poco graditi nei luoghi dei bianchi, eppure «era come se la vita dei quartieri negri desse nutrimento ad una parte della mia natura affannata; era per me quello che l’Italia e la Grecia erano state per altri inglesi, in altri tempi. Non è che mi cambiasse; anzi, mi liberava e mi rendeva ancora più me stesso».
Pur frequentando famiglie bianche, Toby trascorre il Natale con Steven e va a Messa con la moglie di Sam e la loro bambina: «Ero lieto di essere con una persona amica, anziché fra i compitissimi estranei che riempivano la graziosa chiesetta vicino a casa mia di incenso e di brillantina».
E con loro rimane anche a pranzo, ma andando via viene fermato dalla polizia perché non autorizzato a sostare in un quartiere indigeno.
 
La morte drammatica di Steven costringe Toby a fare i conti con la realtà: «Dentro di me mi sentivo prendere dal panico… e se, tornando in Inghilterra, dovessi constatare che, per me, la realtà era rimasta a Johannesburg...? Se avessi continuato a vivere qui, come sarei vissuto?»
Questo è un romanzo che costringe chi lo ha letto a riflettere, a meditare su atteggiamenti e luoghi comuni, a comprendere che tra uomini di colore diverso possono nascere sentimenti veri e profondi di rispetto, amicizia e affetto, a constatare con amarezza che a distanza di sessanta anni e più dalla pubblicazione qualcosa forse è cambiato…ma troppo poco!
 
Luciana Grillo - l.grillo@ladigetto.it
(Recensioni precedenti)

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